Vita e sogni, poesia e regole: l’etica della riconoscenza nel Talmud | Kolòt-Voci

Vita e sogni, poesia e regole: l’etica della riconoscenza nel Talmud

Dalla salute alla medicina, dall’economia ai sogni, dalla sessualità all’ecologia… Esce in traduzione italiana Berakhòt, il più celebre e studiato trattato del Talmud Bavlì. Un viaggio straordinario alle fonti della sapienza ebraica oggi finalmente a disposizione dei lettori. Un progetto monumentale

Fiona Diwan

Siamo in un’Accademia di studio a Babilonia, II secolo ev. Uno studente, Kahana, si nasconde sotto il letto del Maestro, detto Rav o Abba, e lo spia mentre sta avendo rapporti coniugali con la moglie: «… sente il suo maestro conversare e divertire sua moglie» e poi unirsi a lei. Kahana allora si palesa, alza la voce da sotto il nascondiglio e dice «La bocca di Abba sembra avere molta fame!». Scoprendo lo sfacciato intruso, il maestro gli dice: «Kahana, sei lì? Esci di qui, non ci si comporta così»; e l’allievo allora gli risponde: «Ma è la Torà e io devo studiarla!».

Questa scena di voyeurismo è oggetto di uno stupefacente racconto del Talmud, nel trattato di Berakhot 62a. Chi ha ragione tra i due? Il Maestro che richiama l’allievo alle più elementari regole della buona educazione o l’allievo che, in modo paradossale, rivendica che una camera da letto è anche una casa di studio, così come lo è una biblioteca, e nella sessualità ci sarebbe un insegnamento sacro che spetta al maestro trasmettere allo stesso titolo di ogni altro sapere? I maestri del Talmud, da sempre, suggeriscono che l’insegnamento della Torà non si trova solo nei libri e che esiste una saggezza esistenziale che risiede in un modo di essere nel mondo, in un’arte di nutrirsi, lavarsi, pettinarsi e addirittura di allacciarsi i sandali. L’ebraismo rabbinico, opponendosi al dualismo del mondo greco-romano, non separa corpo e spirito, il corpo non solo non imprigiona l’anima né il pensiero, ma addirittura partecipa alla santificazione, alla relazione col divino, ed è un supporto di elevazione. Sempre nel Talmud, ci si chiede che cosa accadrebbe se si togliesse dal mondo la concupiscenza, lo Yetzer haRa. Risposta: “neanche un uovo verrebbe più deposto sulla terra” (Yomà 69b). Ovvero, se eliminiano il desiderio, l’ordine del mondo e la sua continuità verrebbero compromessi.

Del resto, come dice il rav e pensatore Itzchak Kutner, l’ebraismo non è forse un binyan shel chashvut, una costruzione di importanza, un edificio di significato? Tutto è importante per l’ebraismo, si spacca il capello in quattro e su ogni cosa di recita una berachà, anche bere un banale bicchier d’acqua diventa un gesto sacro per il quale dire grazie. Gli antichi romani, – professionisti in sacrifici umani con prigionieri dati in pasto ad animali e folla -, erano disgustati dalle regole della Kasherut, e dicevano che gli ebrei portano Dio in cucina. La realtà è che la sfida della vita ebraica è quella di portare l’Altissimo in ogni luogo, anche nei posti più oscuri, e di aumentare la Sua presenza con il più piccolo gesto.

«Il Trattato di Berakhot esemplifica in tanti modi il fatto che il Talmud non censura niente, che ogni momento della vita dell’uomo è sacro e parte della creazione e dunque se ne parla. Che il corpo è importante quanto l’anima, il corpo non “sporca” il pensiero né lo spirito come in altre culture, ma è fondamentale per l’elevazione dell’essere umano, e quindi anche il sesso e il desiderio», dichiara l’editore Shulim Vogelmann che manda alle stampe per Giuntina i due volumi indivisibili del Trattato di Berakhot (pagine 994, euro 90,00), all’interno del Progetto Traduzione del Talmud, curato da rav Gianfranco Di Segni e diretto da Clelia Piperno, una seconda tranche questa dopo quella del Trattato di Rosh haShanà uscita nel 2016. Un’opera imponente, più di 50 studiosi e traduttori al lavoro e un software di linguistica e filologia computazionali, Traduco, assolutamente rivoluzionario e innovativo, il Progetto di Traduzione del Talmud aggiunge così un altro, imponente tassello alla costruzione dell’intero edificio. «Il sistema informatico Traduco, progettato e realizzato per la traduzione del Talmud Babilonese, si è consolidato nelle procedure raggiungendo ormai una forma stabile che garantisce continuità di lavoro nonché una relativa semplicità d’uso, ottenuta anche grazie alla stretta e continua collaborazione fra informatici e addetti alle fasi di interpretazione/traduzione e redazione», spiega Andrea Bozzi, coordinatore del comitato scientifico del PTTB.

«Il lavoro di traduzione e di commento non ha preso più di un annocirca. Ogni capitolo è stato affidato a un traduttore diverso, quindi abbiamo nove traduttori (fra cui anche una traduttrice, diplomatasi al corso di Bagrut del Collegio rabbinico italiano)», spiega rav Gianfranco Di Segni, a cui è stata affidata la curatela dell’intero Progetto. «Tutto il testo è stato successivamente rivisto da quattro revisori di contenuto (due o tre capitoli ciascuno) e dalla redazione linguistica, per poi essere rivisto un’altra volta dal curatore con il compito di uniformare il tutto e integrarlo con tabelle, illustrazioni, rubriche varie, approntate da diversi collaboratori. Infine il trattato è stato impaginato e nuovamente sottoposto a revisione finale. Tutto questo lavoro di revisione dopo la traduzione ha preso tempo, circa altri tre anni. Per un trattato che nella nostra edizione sviluppa circa 1000 pagine è normale. C’è da considerare che il trattato Berakhòt è il più lungo di tutto il Talmud, non in termini di dappim(“fogli”, che sono 64, non un numero altissimo), bensì di caratteri: il motivo è che ci sono molti dappim con molto testo, a differenza di altri trattati in cui spesso i dappim hanno poco testo (ma molto commento).

«L’importanza di Berakhòt sta anche nel fatto che è il primo trattato del Talmud – prosegue Di Segni -. In esso ci sono i fondamenti della fede ebraica, come le regole della lettura dello Shemà Israèl (Ascolta Israele…) e delle preghiere. Una domanda, molto attuale, è se lo Shemà possa essere recitato in una qualsiasi lingua o solo in ebraico. Si parla delle tante benedizioni che in diverse occasioni si recitano: molte quando si mangia, ma non solo. Anche quando si sente un tuono c’è un’apposita benedizione, che dice “Benedetto Tu o Signore la Cui potenza riempie il mondo”, e un’altra per quando si vede un fulmine o si assiste al passaggio di una cometa, e così via. C’è una benedizione per quando si vede un re o una bella creatura e in tanti altri casi. Ma non solo di preghiere e benedizioni si tratta, ci sono moltissimi altri argomenti. Si parla di sogni e dei modi di interpretarli. Ci si chiede se nell’aldilà si sia a conoscenza di ciò che succede sulla terra. Si parla dei motivi della sofferenza. Ci sono alcune pagine dedicate al problema se sia meglio una scuola a numero chiuso o aperta a chiunque, un altro problema attuale. Si parla della creazione dell’uomo e della donna, che secondo una opinione furono creati insieme e costituivano un essere androgino, che solo successivamente fu diviso in due: un’idea che può avere molte ripercussioni nel dibattito attuale sull’identità di genere. E tanto altro ancora. Insomma, buona lettura e buono studio (perché il Talmud va studiato e non solo letto; la parola “Talmud” vuole appunto dire “studio”)».

Ma come si struttura la lettura del Talmud Berakhot? «I procedimenti di spiegazione dei testi e di confronto tra le fonti impiegano una struttura caratteristica (con uno specifico dizionario di espressioni) di domande e risposte, obiezioni e confutazioni spesso concatenate e articolate, in modo da rendere lo studio del testo stimolante e complesso. Con diversi meccanismi di associazione di idee e di analogia, la discussione si allarga ad argomenti anche molto diversi da quello iniziale. Una parte considerevole di queste “estensioni” non ha implicazioni strettamente giuridiche e di Halachà, e viene definita Aggadà, un campo che riguarda l’esegesi biblica, le narrazioni, gli insegnamenti morali e di buon comportamento», spiega Rav Riccardo Di Segni, Presidente del Progetto Traduzione Talmud Babilonese.
Che cosa troviamo ancora in Berakhòt? Il trattato di “Benedizioni” ha nell’ebraismo significati rituali, religiosi e filosofici che conducono il lettore a riflettere sul rapporto stesso tra l’uomo e il divino. È il trattato che apre il Talmud, considerato tra i più profondi e interessanti, e che affronta norme agricole, regole relative alla più importante preghiera, lo Shemà, ma anche l’Amidà.

Efficacia di preghiere e benedizioni
E poi le regole che traggono origine dalla preghiera di Channà (la cui storia viene qui raccontata), la donna sterile che si recò al Bet Hamigdash per pregare il Signore di concederle un figlio. La preghiera fu efficace e da lì a un anno nacque un bambino, Samuele, il profeta. E poi le benedizioni sul cibo e sulla vita quotidiana o a quando si assiste a un miracolo, a un particolare fenomeno atmosferico o a uno spettacolo della natura, di quando ci si salva da un pericolo o si riceve una buona o una cattiva notizia.

Ma il trattato Berakhòt è famoso per le sue numerose parti di racconto, di Midrash. Si tratta di passaggi che aprono lo spazio a considerazioni filosofiche, alla conoscenza storica, archeologica e scientifica, con brani di notevole interesse anche economico e sociologico. E infine troviamo una incredibile e molto freudiana disamina dei sogni, della possibilità di interpretarli e del valore che può essere loro attribuito. Nei nove capitoli di Berakhòt, nella migliore tradizione talmudica, si entra in una sorta di “universo” nel quale nessun argomento è escluso dalla discussione dei maestri. Il capitolo 9 è dedicato appunto quasi tutto ai sogni. Dal foglio 55a: “Disse rav Chisdà: Tutti i sogni vanno bene eccetto un sogno in cui ci si vede mentre si digiuna”. Spiegano i Maestri: a un sogno fatto durante un digiuno non si deve dare valore. Per lo stesso motivo un sogno conseguente a una grande angoscia o sofferenza non deve essere preso in considerazione. “E disse ancora rav Chisdà: Un sogno che non è stato interpretato è come una lettera che non è stata letta”. Spiegano i Maestri: Il sogno è una lettera che Dio ci manda, con un messaggio cifrato che va compreso attraverso l’interpretazione. Secondo Rashì un sogno premonitore si realizza nel modo in cui è stato interpretato, quindi lo stesso sogno può essere buono o cattivo a seconda dell’interpretazione che gli viene data. Se non è stato interpretato, anche un buon sogno non si realizzerà.

Il fatto tuttavia che per motivi contingenti si sia venuti meno alla proibizione di mettere per iscritto la Torà Orale, non ci deve far credere che essa abbia perso la sua natura originaria, ossia la sostanziale oralità. La Torà Orale è stata paradossalmente messa per iscritto al fine di poter continuare a essere espressa oralmente dal popolo d’Israele. La vita dell’ebreo inizia quindi con la capacità di benedire. Ma cosa significa benedire e cos’è una benedizione? «È la capacità di dire grazie. Il Trattato di Berakhot è il più studiato e il meno difficile. Come mai la Legge Orale inizia con questo trattato? Perché ha come cardine il principio di riconoscenza: se non si è capaci di riconoscenza verso Dio non lo si sarà nemmeno verso gli altri», spiega Rav Roberto Della Rocca. «Chi non è riconoscente non dà valore a nulla, dice Maimonide, ed è questo il senso profondo di una berachà, ossia che ogni cosa non deve essere data per scontata, non ti viene data gratis. E che è nel saper dire grazie che sta la grandezza di ciascuno di noi. La berachà, la benedizione, cos’è in fondo se non la capacità di essere consapevoli che non si è autosufficenti, né onnipotenti?, per educarci al senso del limite o a non diventare troppo egoriferiti? Prima di metterti a seminare un campo devi capire da dove ti viene il raccolto».

Il Talmud quindi non solo come Opus magnum dell’ebraismo, ma anche come Opera aperta, un al di là del versetto che produce un’esplosione del testo, un big bang di significato, capace di creare ulteriori mondi di senso. Ma anche che nutre, sostanzia e disciplina la materia incandescente della vita nei suoi più intimi e riposti recessi. Specie nella modalità della Machloket, la discussione talmudica, una polemica incessante dove non si persegue la conciliazione, nessuna sintesi conciliatoria che viene a sopprimere la contraddizione. La Machloket, scrive Marc-Alain Ouaknin ne Il libro bruciato(ECIG), è un modo di pensare il rifiuto della sintesi e del sistema: è antidogmatismo allo stato puro, è parola plurale, un pensiero che non può essere posseduto, è un dire e disdire, scrivere e cancellare, pensiero atletico e destabilizzazione incessante; e la Chavrutà, l’amicizia di studio, non è un incontro tra due persone che condividono lo stesso pensiero, ma lo scontro tra duellanti mai stanchi di capire ciò che il testo (e la vita) ci vogliono dire.
«Forse il miglior modo per farsi un’idea di quest’opera consiste nel considerare che non esiste nessun altro libro come il Talmud, in nessuna letteratura – scrive Rav Adin Steinsaltz -. Si può affermare che la maggior parte del Talmud è composta da discussioni sulla legge ebraica. E, dal momento che la legge ebraica abbraccia pressoché ogni aspetto della vita, queste discussioni sono altrettanto sfaccettate: filosofiche, teologiche, legali e filologiche. Il Talmud non pretende di essere un’enciclopedia, tuttavia si occupa di tutto, dall’astrologia alla zoologia, dalla medicina all’economia, così come tratta di demoni e di angeli. Il suo stile è conciso, fino a risultare criptico; si ripropone di fornire prove sicure, come in matematica, ma la sua struttura è costruita sulle libere associazioni, come nella poesia».

Vita e sogni, poesia e regole: l’etica della riconoscenza nel Talmud