La ricchezza del canto degli ebrei d’Italia | Kolòt-Voci

La ricchezza del canto degli ebrei d’Italia

Da un articolo di Leo Levi su Torat Chajim

Ariel Di Porto

Nel settimo numero di Torat Chajim Leo Levi pubblicò un articolo dal titolo “Il canto degli ebrei d’Italia”. In questo lavoro Levi si interessò di un tema estremamente importante ancora di più al giorno d’oggi, quello della salvaguardia del patrimonio musicale degli ebrei italiani. Al tema Levi dedicò un altro articolo simile ma più ampio nella rassegna mensile di Israel (Canti tradizionali e tradizioni liturgiche giudeo-italiane, Vol, 23, n. 10 pp. 435-445). In tempi più recenti Francesco Spagnolo ha pubblicato un lavoro sulle registrazioni effettuate da Levi (Musiche in contatto. Le tradizioni ebraiche in Italia nelle registrazioni di Leo Levi. Questioni metodologiche e prospettive di ricerca), mentre Franco Segre ha pubblicato un volume, corredato da un CD, dal titolo Musiche della tradizione ebraica in Piemonte. Le registrazioni di Leo Levi (1954).

Nel 1954 numerosi canti (in tutto 487) sinagogali e familiari vennero registrati presso gli studi RAI e inclusi nell’elenco delle registrazioni di musica popolare del Centro Nazionale Studi Musica Popolare isituito presso l’Accademia Nazionale S: Cecilia di Roma. Le registrazioni sono comprese fra i numeri 861-1348. Nella raccolta sono presenti canti di 14 comunità: Alessandria (30 registrazioni, non presenti nel catalogo), Asti, Ancona, Gorizia, Padova, Venezia, Ferrara, Roma, Pitigliano, Firenze (rito italiano e sefardita), Livorno, Torino, Trieste (Ashkenazita e Corfiota), Casale Monferrato. Levi scrive che per mezzo di questo lavoro, sommando le registrazioni effettuate ai canti precedentemente registrati o trascritti, si è giunti a raccogliere circa seicento canti. Una fonte molto importante, che Levi non ha volutamente considerato nel proprio lavoro, è la trascrizione del Consolo “Shirat Israel, Libro dei canti di Israele”, pubblicato a Firenze nel 1898. In questa opera il Consolo ha trascritto 400-500 canti. Inoltre non sono state considerate le liturgie ufficiali di Roma, Firenze e Livorno, date in quel momento per vive e conosciute dai rispettivi cantori. I canti di alcune comunità che rischiano di andare perduti per sempre attendono invece di essere salvati. Levi valuta i canti salvabili nel numero di 1500, andando indietro nel tempo di appena vent’anni probabilmente il doppio.

Classificando il materiale raccolto, Levi individua otto gruppi di Minhaghim (nell’articolo sulla RMI sette), in crescente ordine di antichità:

  1. Il minhag sefardita tirrenico, con centro a Livorno. Risente degli influssi spagnoli, in particolare nei canti in bagitto. Per vari motivi (la libertà goduta dal 1597, le composizioni dei Maestri ebrei dell’800, la presenza di chazanim professionisti) i livornesi e i fiorentini hanno improntato il rito di “un amore per le frasi sonore, per il canto esibizionistico del chazzan o per il coro popolaresco”. Questo ha portato ad un distacco dalla radice sefardita originaria. A Firenze invece si è verificata una sovrapposizione fra il rito sefardita e quello italiano, “conquistando” Genova, Pisa e Viareggio.
  2. Il Minhag delle comunità ashkenazite del Veneto. Varie comunità nel ‘700 da S. Daniele, a Verona, a Ferrara, erano unite nel periodo di maggior splendore da un canto che delle sue origini ashkenazite aveva ormai ben poco, se non il testo del rituale. Le parentele fra i neumi delle parashot e delle haftarot e i loro antenati tedeschi sono percepibili solo ad un orecchio molto attento. Molti dei canti ormai sono andati perduti. Originariamente il sistema era caratterizzato da un “tema” o “modo” (nel dialetto locale “verso”) per ogni festa e ogni parte della tefillah. Molti dei canti risentono della passione per gli svolazzi e della fantasia settecentesca, rinvenibile anche nelle sinagoghe barocche del ‘700 in Veneto.
  3. Il Minhag sefardita adriatico ha il suo centro a Venezia, e ha molti meno svolazzi. Risente della musicalità italo-adriatica, e non ha in comune con il suo parente sefardita tirrenico se non le linee fondamentali dei neumi delle letture bibliche. Il rito sefardita adriatico nasce dall’unione fra il levantino, il rito dei commercianti venuti a Venezia e Ancona dalla Turchia nel XVII sec. e il ponentino, il rito delle comunità marrane di Venezia e Ferrara del XVI sec.
  4. Il Minhag ashkenazita piemontese esiste solo a Casale Monferrato. Anticamente si estendeva in un’ampia area, che arrivava sino a Chieri e Cuorgnè in Piemonte e alla bassa Lombardia ed Emilia. Casale era nel ‘600 assieme a Mantova il centro della vita musicale degli ebrei italiani, ed inviava chazanim nel resto d’Italia. Risulta che le altre comunità richiedessero ai rabbini casalesi, di rinunciare ai loro riti musicali ashkenaaziti. Della tradizione ashkenazita ferrarese è rimasto molto poco, perché molti canti sono stati travolti dalla bufera nazista.
  5. Il Minhag Appam, detto Minhag Rashì o francese, in tempo in uso ad Asti, Fossano e Moncalvo. Ricorda il fraseggiare e le modulazioni del canto gregoriano classico. E’ probabile che abbia mantenuto una tradizione molto antica, al di fuori di influssi moderni. Il confronto fra le melodie di Kippur e le loro parallele alsaziane avvalora questa idea.
  6. Il Minhag italiano piemontese sembra essere meno influenzato dai canti sefarditi rispetto al rito italiano dell’Italia centrale. Ha un “sistema monotono, povero di varianti e svolazzi, con ritmo incerto, con movimento melodico limitato nell’ambito di poche note e che non giunge mai all’ottava”. La lettura dei neumi biblici ha delle regole particolari. I neumi riportati nella tradizione di Tiberiade e seguiti da tutte le comunità sefardite e ashkenazite nel mondo non sono che una guida per il lettore di rito italiano, che deve sostituire ai neumi scritti frasi musicali che hanno regole musicali-sintattiche proprie. Questa tradizione trova parentela solo presso gli ebrei yemeniti. Questa particolarità, che si richiama alla tradizione babilonese, fa pensare al periodo della formazione del rito italiano nei primi secoli dell’E.V., quando profughi palestinesi giunsero in Italia meridionale.
  7. Il Minhag italiano dell’Italia centrale (Firenze, Ancona Ferrara, Siena, Pitigliano), quasi estinto, presenta influssi sefarditi nelle sue varianti tirrenica e adriatica. Nei neumi biblici sono presenti forte analogie con il sistema di lettura piemontese, segno di un’origine comune, visto che nel sec. XV ebrei provenienti dall’Italia meridionale si stabilirono a Torino e a Pitigliano. Le varianti toscane a anconetane sono basate su modi più arcaici di quelli piemontesi.
  8. Il Minhag di Roma è un misto di composizioni recentissime (secondo Levi frutto di un’assimilazione ai riti cristiani da parte degli ebrei dell’800) e di tradizioni anteriori molto eterogenee, con una prevalenza sefardita (catalana, siciliana, aragonese). All’inizio del XX sec. nella Sinagoga Maggiore, che ha soppiantato le Cinque scole (siciliana, catalana, castigliana, italiana, Scola Tempio) il rito italiano è risultato prevalente. Le letture bibliche seguono uno schema sefardita, ma si tratta di un uso abbastanza recente. Originariamente si seguiva il tipico sistema italiano. I vecchi chazanim leggono ancora il secondo sefer nelle feste con i te’amim italiani. Del tutto sefardite sono anche le selichot notturne. Sono evidenti anche le influenze sefardite nella Mishmarah. Non sono presenti nella tradizione orale residui di origine siciliana. Non è lecito sapere se gli influssi sefarditi risalgano all’arrivo di profughi provenienti dalla penisola iberica o dal Regno di Napoli nel ‘500-‘600, o al Rabbinato di Hazan, notoriamente amante del canto. I resti più antichi nel rito sono presenti nella recitazione dei Salmi, specialmente in quella della lettura meridiana sabbatica da parte della Compagnia dei Teillim. Sono anche antiche le melodie del rituale tipicamente italqi del venerdì sera.