Lo “squalo” e le leggi razziali | Kolòt-Voci

Lo “squalo” e le leggi razziali

Vincenzo Pinto

Il saggio di Gianni Scipione Rossi ricostruisce le vicende biografiche di Camillo Castiglioni (1879-1957), una delle figure più significative dell’Europa del primo Novecento. E’ sintomatico che questo lavoro storiografico emerga solo a sessant’anni dalla morte del protagonista. E’ un caso? E’ un problema di fonti? E’ legato alle “stranezze” della sua figura? Oppure ci troviamo di fronte a un tipico esempio di damnatio memoriae? Tutte queste domande trovano forse una risposta nella ricostruzione biografica di Rossi, che solleva il problema (oggi assai attuale) della mediazione dietro le quinte, della diplomazia “segreta”, in altre parole di quella parte consistente della politica e della vita sociale che non si vede e non può vedersi. Perché, se vogliamo individuare un filo conduttore nella ricostruzione delle peregrinazioni di questo ebreo “errante”, è indubbiamente la sua “ombra”.

L’ombra, come sappiamo dal racconto di Adalbert von Chamisso, è il pegno che il protagonista paga al diavolo in cambio di una borsa magica. La morale del racconto è paradossale: non è l’immagine a dettare la regola morale, semmai l’ombra. Chi ne è privo non è “umano”, è sradicato. Ora, sappiamo quanto l’azione dietro le quinte, nell’ombra, sia stata considerata (e lo è tuttora) la quintessenza dei “poteri forti”, di coloro che intendono eliminare tutto ciò che di più bello vi è sulla faccia della terra. Dobbiamo quindi arguire che lo squalo Castiglioni (anzi la “piovra”) simboleggi il male? Oppure il contrario? Rossi ricostruisce accuratamente la “vita spericolata” di Castiglioni partendo da Trieste sino ai primi successi imprenditoriali durante la Grande Guerra. Passa poi in rassegna gli investimenti in ambito automobilistico, il crack finanziario dei primi anni Venti, spostandosi poi sulle prime esperienze “diplomatiche” di questo indefesso tessitore dei rapporti austro-italiani nel periodo interbellico.

Pur essendosi convertito alla chiesa evangelica nel 1912, Castiglioni resta “ebreo”. Ma l’A., pur ritenendo le leggi razziali del 1938 uno “shock” sul piano personale e politico, non riduce la sua figura alla vicenda della ricerca delle benemerenze per salvare lui e la sua famiglia dalla persecuzione e dalla pauperizzazione. Castiglioni, infatti, non si arrende. Continua a tessere la sua trama fatta di epistole, di incontri, di pressioni diplomatiche, politiche ed economiche. Riesce a salvare i familiari con l’aiuto del diplomatico Tamaro. Prosegue le sue attività speculative, sostenendo la creazione di una raffineria svizzera che permetta ai capitali italiani di controllare i mercati dei carburanti. Le sue attività proseguono nella neonata Repubblica italiana. Castiglioni è ancora attivo nell’area orientale. Media un prestito a favore della Jugoslavia nell’ambito della questione triestina e dello sganciamento del paese slavo dall’area d’influenza sovietica. La figura di Castiglioni è emblematica di una certa epoca, ma lo è soprattutto di un certo modo di concepire la politica.

L’A. è ben lungi dall’esprimere un giudizio morale sul biografato, che anzi dimostra a più riprese di sapersi rialzare dai propri fallimenti. Richiama alla mente tutta una serie di stereotipi (anche antisemiti) che hanno caratterizzato la vita “spericolata” di questo finanziere-imprenditore del secolo passato. Se l’ombra è parte fondamentale della vita sociale e politica, resta da chiedersi perché ancora oggi le figure dei cosiddetti “facilitatori” siano ritenute la quintessenza del “male”. Ma che mondo sarebbe se ogni cosa fosse illuminata?

LO “SQUALO” E LE LEGGI RAZZIALI
Gianni Scipione Rossi
Rubbettino, 286 pp., 14 euro