Il viaggio dei rabbini in Calabria alla ricerca dei cedri più puri | Kolòt-Voci

Il viaggio dei rabbini in Calabria alla ricerca dei cedri più puri

L’agrume usato in tutto il mondo per “Sukkot” arriva da Cosenza

Laura Anello

Cedro - Rav LazarSANTA MARIA DEL CEDRO – «Sono unici, davvero borbotta in inglese il rabbino di New York seduto qui dalle otto del mattino. Barba, kippah sulla testa, lenti tonde e leggere che incorniciano sguardi da raggio laser. Testa che si scuote incontentabile. Sembra il set di un film di Woody Allen e invece è la litania che va avanti da ore nelle campagne di Santa Maria del Cedro, provincia di Cosenza. L’unico angolo d’Europa dove viene coltivato l’agrume di qualità liscio diamante.

Diamante perché brilla al sole, proprio come gli ebrei vogliono per Sukkot, la festa della capanne che per gli osservanti è uno dei punti cardinali della vita religiosa. Quest’anno si svolgerà dal 16 al 23 ottobre, in ricordo delle capanne che gli ebrei si costruirono durante la traversata nel deserto dopo l’esodo dall’Egitto verso la Terra Promessa. Ed è proprio da queste poche centinaia di ettari in Calabria che arrivano i cinquemila quintali di cedri purissimi «baston» – cioè non innestati – per tutto il pianeta. Lillo Cava, il presidente del Consorzio europeo del Cedro mediterraneo, fatica e suda a portare casse di frutti davanti agli occhi dei due ospiti. Sul tavolo una decina di esemplari in corso di esame, al fianco una montagna di agrumi scartati, su una sedia quelli già scelti, avvolti uno per uno e custoditi in singoli incavi foderati di gommapiuma. Come gioielli. Ogni frutto viene venduto dagli agricoltori a prezzi superiori al mercato,. Queste terre a luglio e agosto pullulano di rabbini che arrivano dalle capitali dell’Europa occidentale, ma anche da Mosca e da New York. «Sacri cultori di cedri», come si chiamano. «Questo no, questo no, quest’altro neanche». Le mani toccano, verificano, misurano perché cercano qualcosa di molto preciso. Soltanto i frutti pesanti circa ottanta grammi, completamente lisci, né troppo tondi né troppo a punta, senza bitorzoli, senza rughe e senza macchie, possono essere usati per celebrare la festa di Sukkot, componendo il tradizionale “Lulav” che si adopera durante le preghiere.

Moshe Lazar, rabbino a Budapest, figlio rabbino a Mosca, barba bianca, viene qui da oltre quarant’anni. «Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso – racconta – i contadini vendevano i cedri a un solo negoziante qui in Calabria. E lui li rivendeva ai fratelli Kré, commercianti di Genova, che li esportavano poi in tutto il mondo. Finché a un grossista che stava a Lugano è venuta voglia di venire fin qui a vedere. E quando è arrivato ha scoperto che i cedri erano stati innestati con l’arancio amaro e ha lanciato l’allarme a tutti. Da allora veniamo personalmente». Il motivo è che per la legge ebraica l’innesto è proibito. E allora eccoli qui, a guardare con i propri occhi, al fine di appurare il rispetto di regole antichissime. Ma perché qui e solo qui?

«Cerchiamo quello che la Bibbia chiama “il frutto dell’albero più bello”. In mancanza di riferimenti precisi a quale sia questo albero, ci affidiamo alla tradizione, e da trecento anni il cedro di più forte tradizione è quello liscio della Calabria. Vanno bene anche i cedri di Israele, mentre quelli del Marocco e di Corfù sono più contestati». A capire per primo di avere in mano un prodotto unico è stato Francesco Maria Fazio, 66 anni, sindaco di Santa Maria del Cedro dal 2004 al 2009. Nobili origini calabresi, nato e cresciuto a Milano, oncologo e docente universitario in una prima vita, adesso imprenditore del turismo con il resort La Bruca, vittima di quella ‘ndrangheta che tre anni fa gli incendiò l’albergo e la casa per punirlo di non avere ceduto l’azienda ai boss. «Il cedro – dice – è uno straordinario retaggio biblico. Ebrei sono quelli che adesso vengono a comprare i nostri cedri ed ebrei erano coloro che in epoca ellenica e poi romana li piantarono qui, duemila anni fa. Insomma,la storia ritorna, facendo emergere le profonde radici ebraiche nell’Italia del Sud».

(La Stampa, 6 settembre 2016)