Una bambina senza stella | Kolòt-Voci

Una bambina senza stella

Vegetti Finzi: «I figli meritano più fiducia» 

Silvia Neonato

vegettifinziGenova – Lei si definisce una “bambinologa”. Per essere stata psicologa per tanti anni nei consultori pubblici e per tutti i volumi, di grande successo, che ha dedicato al rapporto tra genitori e figli. Finalmente Silvia Vegetti Finzi ha scritto “Una bambina senza stella” (Rizzoli, 230 pagine,18,50 euro) che è prima di tutto la propria autobiografia infantile. Silvia, lasciata dalla madre alla balia a soli 20 giorni, la rivide quasi cinque anni dopo. Per via delle persecuzioni razziali il padre, ebreo, era riparato in Abissinia, seguito dalla madre che rientrerà sola, in piena guerra, in Italia.

Non si può però dire che questo prezioso e specialissimo testo sia una pura narrazione perché ogni breve capitolo, oltre a contenere ricordi e fatti e immagini del periodo in cui lei era nella campagna mantovana con zii e zie e poi la storia del difficile rincontro con la madre, presenta anche una breve riflessione scritta oggi dalla psicoterapeuta infantile.

Nel suo libro “anfibio”, mezzo letteratura e mezzo saggio, una cosa colpisce subito: la capacità della bambina, lei stessa, di superare le prove della vita. Abbandoni tremendi, guerra, fame non la spezzano.

«I bambini hanno risorse straordinarie di cui non tutti i genitori sono consapevoli. La mia è anche una testimonianza che vuole imprimere fiducia ai genitori di oggi: guardate che ogni generazione ha le risorse per risolvere i suoi problemi. Abbiate speranza e fiducia in loro. Io mi sono salvata rifugiandomi nel mondo fantastico di cui ogni bimbo dispone e grazie all’appoggio di adulti che mi aiutarono quando i miei genitori non c’erano». 

Trova che i genitori di oggi non abbiano fiducia nei loro figli? 

«Troppo poca. Si sceglie per loro scuola e persino facoltà universitaria a volte, sport, amicizie… ll loro tempo è sequestrato, sono bambini e ragazzi guardati a vista e non li si spinge a seguire le proprie inclinazioni. Direi che i genitori hanno troppo amore, che fanno un investimento enorme sul figlio, spesso unico, che rischia di essere schiacciato da un eccesso di cure».

Lei racconta anche di cosa voleva dire essere ebrei in Italia durante il fascismo. Non ne aveva mai parlato. 

«È vero, l’ho fatto anche per rispettare la volontà delle mie zie paterne, ebree, che non volevano che io rivangassi quel passato. Per timidezza, perché erano riservate maestre di paese, ma anche perché una certa paura non le ha lasciate fino a quando se ne sono andate, vecchissime, pochi anni fa. Ma da bambina io non mi ero resa ben conto di essere ebrea, mia madre non lo era e tutti gli adulti me lo nascondevano per proteggermi. Faccio parte dell’ultima generazione che può raccontare. Anche storie come la mia, dove pure non c’è stato il lager, furono di sofferenza terribile, mia e di mio fratello, che tornò dall’Africa con mia madre. Per me erano due sconosciuti. Scrivendo volevo mostrare che le sofferenze sono state molte di più di quelle che immaginiamo».

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