A Roma rinascono gli ebrei di Tripoli | Kolòt-Voci

A Roma rinascono gli ebrei di Tripoli

In tremila scapparono dalla Libia in fiamme. In fuga dai pogrom del dopoguerra, si stabilirono nel Quartiere Africano. Oggi sono una comunità unita, che ricorda l’esodo e la propria seconda vita.

Ariela Piattelli

Shalom Tesciuba

Shalom Tesciuba

A Roma è rinata la Tripoli ebraica. Una cultura sommersa ha ricominciato a vivere nella zona che oggi ospita gli ebrei fuggiti dalla Libia. Si trova al nord del centro, il Quartiere Africano, che comprende vie intitolate alle ex-colonie italiane, come viale Somalia, viale Etiopia, viale Eritrea e, ironia della sorte, viale Libia: una zona tranquilla, residenziale, abitata prevalentemente da famiglie italiane, con strutture, parchi e servizi.

Nell’estate del ’67 piazza Bologna, incastonata nel Quartiere Africano, era affollatissima, una rete di comunicazione per ritrovarsi e connettersi. Trovare un familiare, un contatto, un indirizzo. Intanto a Fiumicino atterravano i voli partiti da Tripoli, carichi di profughi ebrei libici, fuggiti, scampati alla morte e alle rivolte arabe che chiedevano la loro testa. In Libia dopo i sanguinosi pogrom e un periodo di relativa calma, lo scoppio della Guerra dei Sei Giorni diventò il pretesto per una nuova caccia all’ebreo. A Roma sbarcarono in seimila, un gruppo proseguirà il viaggio per Israele, gli altri, circa tremila, resteranno nella Città Eterna. E piazza Bologna diventerà per molti anni terra di confronto, in cui come in una terapia psicanalitica a cielo aperto, ognuno affrontava il trauma della fuga, mentre i figli si rimboccavano le maniche e diventavano nuovi italiani.
Oggi questa zona è epicentro, insieme al Vecchio Ghetto, di vita ebraica. Quattro sinagoghe di rito tripolino, ristoranti caratteristici, negozi, macellerie kasher, vivono in armonia con la città. La prima sinagoga di rito tripolino fu organizzata all’indomani dell’arrivo in via Garfagnana, e visto che gli ebrei libici sono religiosi, si è sentita l’esigenza di aprirne altre. Un vecchio cinema rimesso a nuovo diventò la sinagoga Beth El, che adesso ospita fino a settecento fedeli a funzione. II leader è Shalom Tesciuba, nato a Tripoli nel ’34. Tesciuba, insieme ad altri “padri”, ha guidato gli ebrei tripolini di Roma fino ad oggi. «In questa zona viveva già qualche nostra famiglia – spiega Tesciuba-, così è stato naturale stabilirci qui». Alcuni passarono per campi profughi e altri alloggi, prima di arrivare nel Quartiere Africano: una residenza temporanea fu una piccola pensione a Trastevere, la Locanda Carmel gestita da Miriam Zard, una signora ebrea tripolina, che fece la crocerossina durante il pogrom del ’46. Miriam era l’unica ad assicurare ai profughi un servizio kasher.

Insieme a lei tanti ebrei romani aiutarono i profughi. «Oggi – dice Tesciuba – siamo perfettamente integrati nel quartiere. Rispettiamo i nostri vicini e loro rispettano noi. Abbiamo ottimi rapporti con la parrocchia accanto, ci facciamo gli auguri e ci scambiamo doni per le feste». Nel corso degli anni Shalom ha ricoperto cariche nella comunità ebraica di Roma. Lui bussa alle porte di chi ha bisogno per fare «tzedakà», beneficenza (letteralmente significa «giustizia», per bilanciare il mondo), ma ci tiene a ricordare che «questo è un principio importante per tutti gli ebrei». A Tripoli c’era la tradizione del «Mharma»: quando qualcuno aveva bisogno di soldi, si apriva un fazzoletto, ognuno metteva un po’ del suo e si faceva una raccolta. Le tradizioni tornano nei riti delle loro sinagoghe. E’ l’eco di una cultura sommersa, riportata alla vita dai padri per consegnarla ai figli. Un figlio, Hamos Guetta, è arrivato a piazza Bologna a 11 anni. È imprenditore nella moda e ha trovato il modo di affrontare il trauma della fuga da Tripoli raccontando la sua storia, preparando cene aperte al pubblico, andando in tv. «La nostra fuga fu difficile, passammo per le rivolte, per gli incendi, non ci fu alcuna pietà per gli ebrei – racconta Hamos -. Arrivammo soltanto con i vestiti che indossavamo. A Roma nulla ci ricordava Tripoli, se non noi stessi. Volevamo essere italiani e staccarci da quel mondo che avevamo lasciato.

Adesso i nostri figli studiano all’università e lavorano, conoscono la nostra storia e ci interrogano su essa». È l’elaborazione della memoria, che passa per tre generazioni, contese tra la nostalgia e il taglio netto con il passato. «II trauma è stato molto profondo – spiega David Meghnagi, psicanalista, fuggito da Tripoli a 18 anni -. All’inizio degli anni ’60 gli ebrei libici vivevano una breve pausa, dopo altre persecuzioni e pogrom. Quindi ci troviamo davanti ad una catena cumulativa di traumi non elaborati, ma dove funziona la resilienza, e dove l’arrivo in Italia rappresenta una liberazione».

Meghnagi dà un’interpretazione sulla scelta del Quartiere Africano: «E’ il ritorno del rimosso, qualcosa da cui sei fuggito ti insegue. La nostalgia del non vissuto emerge». II trauma segnò profondamente i bambini di allora, alcuni cancellarono la vita precedente per rinascere in Italia In viale Libia è arrivata ad otto anni Claudia Fellus e adesso è vice presidente della comunità ebraica di Roma. «Io credo che mio padre abbia scelto di vivere in viale Libia per assonanaza, per nostalgia. Io – racconta – non avevo alcun ricordo di Tripoli. Era come se fossi nata a Roma. Solo le immagini della guerra in ex Jugoslavia, le grandi migrazioni dal Kosovo, hanno riportato alla mia mente la condizione di profuga: così sono andata in analisi per ricordare la mia vita precedente. Il mio ultimo ricordo di Tripoli è la fuga, la macchina di mio padre incendiata». La fuga degli ebrei dai Paesi Arabi è avvenuta in silenzio. All’epoca furono in pochi a parlarne. «La nostra storia – prosegue Fellus – insegna che non puoi nasconderti dietro al tuo dramma, ma devi andare avanti. Qui in Italia oscilliamo tra la volontà di respingere i nuovi profughi e l’accoglienza tout court. Dovremmo invece esigere il rispetto dei valori per i quali abbiamo combattuto nei secoli, lo dico da italiana. Valori che noi abbiamo rispettato e condiviso, e lo dico da profuga. Ebrea libica».

La Stampa – 29 febbraio 2016