Ucei: Che rabbini vogliamo veramente? | Kolòt-Voci

Ucei: Che rabbini vogliamo veramente?

Quando Kolòt decise di approfittare del lungo intervento di rav Laras per raccontare quello che succedeva dietro le quinte del Consiglio dell’Ucei per rendere i rabbini licenziabili, si scomodò perfino il Presidente Gattegna per condannarne l’introduzione e altri consiglieri si accodarono (trovate in fondo all’articolo le loro lapidarie  e – per rispetto della privacy – anonime opinioni).

La domanda però rimane ancora in piedi: Ma se Kolòt mentiva spudoratamente, rav Laras a chi mai si riferiva quando scriveva che “vogliono rabbini addomesticati e ricattabili”?  Agli alieni?


Qui invece oggi si prova a formulare delle proposte concrete di cambiamento che non sviliscano il ruolo del rabbino.

Giulio Tedeschi

Condanna-dei-rabbini-italiani-contro-atti-di-terrorismo-di-matrice-ebraica-in-Israele_articleimageCosa sta succedendo sul fronte dei rabbini? Cosa si prepara – senza che nulla se ne sappia – in questo scorcio di mandato del consiglio dell’Unione? Prima una ferma lettera del consiglio dell’Assemblea Rabbinica: il presidente Momigliano, i membri Disegni, Arbib, Locci e Funaro, l’ossatura del nostro rabbinato. Poi l’accorato appello di rav Laras, il glorioso decano. Lanciano l’allarme. Contro la richiesta ai rabbini di essere tutt’altra cosa da quella che loro ritengono di essere, da quella che ritengono la loro essenziale, spesso molto difficile funzione, da quello che per anni con duri studi si sono preparati a fare.

E quindi le idee parrebbero essere due, molto divaricate. O il rabbino resta, come ora è (e come recita lo Statuto), un organo della Comunità, potenzialmente in dialettico contrasto con gli altri poteri, e allora il suo reclutamento è effettuato sulla sola base di criteri di valore, viene assunto a tempo indeterminato e l’accento normativo è posto soprattutto sulle tutele della sua indipendenza. Oppure invece il rabbino è una sorta di supermanager socio culturale, asseconda gli indirizzi della Comunità, deve necessariamente essere in sintonia con l’organo politico e la normativa prevede un incarico a tempo determinato dopo il quale verificare i risultati e il permanere della sintonia in vista di un possibile rinnovo.

E’ davvero un paradosso. I rabbini italiani sono li meglio del mondo, eredi di una eccellenza secolare. Il Collegio Rabbinico sforna frequentemente nuovi validissimi laureati e diplomati, si pensa da tempo a una nuova scuola rabbinica di eccellenza per l’Italia centro settentrionale. E intanto però si preparano modifiche di Statuto che prospettano regole e funzioni del tutto diverse da quelle che i rabbini attuali e gli studenti, i prossimi rabbini futuri, intendono intimamente come loro ruolo e funzione.

E’ il segno di una mutazione culturale profonda, della tentazione di una delega globale, in fondo è il segno di una resa. Siamo ostinatamente attaccati all’ebraismo nostro, e dei nostri figli, e dei nostri nipoti, ma senza competenze e forze, forse senza più voglia, di costruire una fascia intermedia e di contorno. Una massa critica che ruoti, e ruotando trascini. Così nelle Comunità, salvo le grandissime, c’è ormai un unico sportello: il Rabbino Capo, cui affidare una speranza globale, risalire la china, ribaltare tutto.

Con questa esasperata personalizzazione il rispetto per la funzione si trasforma in sentimento per l’uomo. Amore se l’uomo scalda le vene della Comunità, riattiva entusiasmi. Si chiede talvolta al rabbino, come a ogni innamorato cui confidare intero il nostro destino, tutto e il suo contrario.  Poche mezze misure: rabbini amati o rabbini detestati. E forte diviene la tentazione di scrivere nello Statuto che se l’amore cessa, se cessa la fiducia, abbiamo comunque ragione noi. Brutto affare, perché il togliere garanzie, dire che comunque avremo sempre noi l’ultima parola, farà salire in cattedra, poco per volta, solo i piacioni, i missionari o gli sfigati. E noi vorremmo, come ora, che intraprendere il rabbinato come mestiere sia una prospettiva allettante; vorremmo, come ora, vedere sulle cattedre i rabbini migliori.

Certamente un’esigenza essenziale per scindere la gestione dei rabbini dalle diverse ideologie e sentimenti sarebbe richiedere per ogni fase (nomina, conferma, revoca) una maggioranza di voti consiliari superiore a quella che il vigente sistema elettorale per le piccole comunità, violentemente maggioritario, consente di ottenere anche a fronte di un modesto successo nel voto popolare. E’ ben noto, ad esempio, che nell’eclatante caso torinese del 2009, un sostanziale pareggio nelle urne aveva portato ad una maggioranza di consiglio che disponeva dei due terzi necessari per la revoca. Fu poi infatti il congresso del 2010 a modificare le norme elettorali in modo da evitare il ripetersi in futuro di questo tipo di corto circuito.

Altro dato è la differenza tra il periodo prima della conferma (attualmente tre anni) e la durata in carica del consiglio (quattro anni). Può sollevare oggettivi dubbi il fatto che un rabbino riceva la conferma dallo stesso consiglio che lo ha nominato oppure da quello successivo a seconda dell’incastro temporale tra nomina e durata della legislatura. Portare il periodo di attesa della conferma a quattro anni eliminerebbe questa disparità. Quattro anni sono lunghi, ogni problema salta fuori. Un rabbino nominato con maggioranza ampia e confermato con maggioranza ampia da un altro consiglio sarebbe garanzia di una sintonia e un riconoscimento reciproco che possono sicuramente continuare a tempo indefinito.

E quindi dopo quattro lunghi anni, accertati definitivamente il valore e la compatibilità, l’accento deve tornare prepotentemente – nell’interesse di entrambi, Comunità e Rabbino – sulle esigenze di continuità e di tutela. Con un rapporto a tempo indeterminato. Con una crescita lunga, lenta, senza miracoli.

Anche sull’eventuale revoca l’esperienza insegna. Il procedimento attualmente previsto in Statuto – delibera, poi eventuale ricorso deciso definitivamente da un apposito collegio – si è dimostrato farraginoso. Un collegio con il Presidente dell’Unione come garante e un numero uguale di rabbini e probiviri, potenzialmente portatori di interessi diversi, determina maggioranze casuali. Molto più aderente al principio generale del giudizio tra pari sarebbe prevedere – preventivamente o in fase di ricorso – che Consulta Rabbinica e Collegio dei Probiviri debbano entrambi fornire parere positivo perché la delibera di revoca possa avere definitivamente efficacia (come noto oggi il parere della Consulta è solo consultivo). Un’eventuale discordanza di pareri tra i due organi su una circostanza così clamorosa susciterebbe sicuramente un dibattito fruttuoso nell’interesse dell’ebraismo italiano tutto, ma non sulla pelle del diretto interessato.

Ma anche al di là di questo caso estremo un nuovo incisivo ruolo potrebbe venire aperto per la Consulta Rabbinica da qualche aggiustamento di Statuto. Essa potrebbe esercitare una valutazione periodica, magari a rotazione, dello stato e della funzionalità del rabbinato nelle Comunità, monitorando situazioni, individuando criticità, suggerendo rimedi. Una attività propositiva quanto mai efficace perché sarebbe immune dal pregiudizio di voler addomesticare il ruolo rabbinico in generale. Una attività volta al lento comune recupero di problemi, assai più utile della facile caccia al colpevole.

Ma v’é di più. Qualora mai da questa valutazione autorevole e insieme versatile dovesse riscontrarsi una oggettiva e perdurante inoperosità o negligenza relativamente ai ragionevoli bisogni della Comunità, il sentiero sarebbe spianato verso  l’avvio della revoca, oggettiva e incontestabile. Con basi ben più solide che non permetta invece il tentativo di incasellare a priori in normativa le mille possibili fattispecie, fonti nuovamente a priori di volontà di assunzione di posizionamento di vantaggio, e a posteriori di infinito contenzioso.

Abbiamo lo Statuto più bello del mondo. Ancora in parte modellato sulla legge del 1930 e precedenti, che disegnavano un elaborato equilibrio tra poteri, quasi fossero leggi di ordinamento costituzionale, per garantire le strutture di una buona vita associata. Sappiamo tutti benissimo che ora le Comunità sono normali figure soggette in ogni campo al diritto privato. Ma sarebbe bene piegare quanto si può certi istituti, ricordando sempre che il fine ultimo, oltre la governabilità, oltre l’efficienza, è il nostro corretto e armonico vivere insieme nell’ebraismo.


Le critiche del Consiglio Ucei all’articolo del 22.12.16 inviate per email a Kolot

Cari Consiglieri,
ritengo che coloro che, pochi in percentuale, volontariamente e disinteressatamente, dedicano vita, tempo ed energie a tutelare e governare le Comunità Ebraiche, dovrebbero essere circondati dal rispetto e dalla solidarietà di tutti.
Le nostre Istituzioni scrupolosamente garantiscono la dialettica interna e il diritto di critica e, proprio per questo, coloro che si dedicano all’informazione, soprattutto se dispongono di mezzi di comunicazione a larga diffusione, dovrebbero sempre usare obbiettività, correttezza, moderazione ed un’attenta verifica della fondatezza e dell’attendibilità delle notizie che raccolgono e riferiscono.
Queste regole e cautele non sono state rispettate dalla redazione di Kolot quando ha scritto l’introduzione della newsletter del 22 Dicembre scorso che qui riporto:
“Proprio in questi giorni infatti al Consiglio dell’Unione delle Comunità si sta consumando un dramma che nessuno si è degnato finora di raccontarci: l’imposizione di contratti a progetto che minerebbero l’autorevolezza dei rabbini comunitari. Ogni tentativo di mediazione dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia è caduto purtroppo fino a oggi nel vuoto.”
Questo testo contiene affermazioni false e fuorvianti che concretizzano una vera e propria denigrazione del Consiglio dell’UCEI e del difficile lavoro che esso svolge; infatti, contrariamente a quanto viene affermato, il Consiglio stesso, da oltre quattro anni, sta tentando di giungere ad una stesura degli artt. 29 e 30 dello Statuto concordata con l’ARI.
La Giunta e il Consiglio dell’UCEI hanno ampiamente dimostrato di voler perseguire, fino a quando è possibile, la concordia e la collaborazione all’interno delle Comunità e si aspettano che questa realtà non venga mai, da nessuno, deformata e falsificata.
Un cordiale Shalom.
Renzo Gattegna


Caro Renzo,kol ha kavod!
La rappresentazione dei fatti descritta da Kolot e’ semplicemente disgustosa.
Ma mi preoccupa di piu capire chi ha avuto interesse ad imboccarli con queste falsita’
Cui prodest?


Ottimo
Ho scritto anche io su Facebook sul sito di b. il 22 dicembre su questo argomento proprio perché ho trovato inaccettabile l’articolo di kolot
Questo il testo che avevo scritto :—Incredibile invece come di un articolo così intenso profondo articolato ricco di incredibili spunti un certo “giornalismo nostrano ” ne strumentalizza passaggi per attacchi se non altro miopi
L’articolo in questione è’ di David piazza su kolot
Molta tristezza
Se non altro quale ardire : mettere un titoletto, un daghesh di propria interpretazione all’articolo di un maestro—

E anche io mi chiedo , perché ?


Caro Renzo,
Ti ringrazio per i due interventi che in qualche modo sono la faccia della stessa medaglia, ci sono alcuni Consiglieri che lamentano una eccessiva pubblicità dei lavori del Consiglio attraverso i media ebraici, perché seppure volessimo, dubito che sui giornali dell’edicola troveremmo queste notizie
Dall’altra uno di questi media, fazioso fino alla falsità, che si lamenta, testuale:
“Proprio in questi giorni infatti al Consiglio dell’Unione delle Comunità si sta consumando un dramma che nessuno si è degnato finora di
Raccontarci”

Come spesso si dice il meglio sta nel mezzo, se c’è chi si lamenta di non sapere e chi si lamenta di far sapere troppo, forse facciamo sapere il giusto

Personalmente sono dell’avviso che Moked/Pagine ebraiche deve continuare a dare tutte le informazioni non sensibili ai lettori, parimenti tutti gli altri che legittimamente seguono i nostri lavori di Consiglio

Chi però da notizie di seconda mano perché ai lavori non era presente, se conserva un minimo di deontologia professionale, come ogni buon giornalista, dovrebbe controllare ciò che riceve dalle sue fonti. Diversamente fa politica e non informazione. Per carità legittimo anche questo, ma chiamiamo le cose con i loro nomi.


Ringrazio Renzo per il suo intervento e condivido quanto scritto da S. ed A.
Mi rattrista vedere la strumentalizzazione fatta a sproposito del profondo messaggio di rav Laras.
Che le vacanze ci portino a riflettere sulle prospettive dell’ebraismo italiano che va inserito in un contesto più ampio e globale tenendo conto del cambiamento dei valori di riferimento su scale mondiale.
Cordiali saluti a tutti


Perchè scrivere che si sta ricercando un’intesa, nel pieno rispetto reciproco, tra Consiglio ed ARI non avrebbe fatto notizia.
La redazione di Kolot non sfugge alle regole, purtroppo diffuse, di chi esercita un becero pseudo giornalismo che antepone il sensazionalismo ipocrita alla reale cronaca dei fatti.


Caro A., cari tutti,
voglio anch’io intervenire in questa questione, ma solo per mettere a punto il senso di un paio di recenti interventi (fra cui il mio) a proposito della, cito, “pubblicità dei lavori del Consiglio attraverso i media ebraici”, cui tu fai riferimento mella tua mail qui sotto.
Poiché tu parli di ‘alcuni consiglieri’, mi sento tirato in causa, in quanto, se ricordi, qualche mese fa io sollevai la questione del report dei lavori del Consiglio in tempo reale su Facebook a cura di una signora di cui ora mi sfugge il nome.
Nulla da eccepire se questo avviene attraverso i “media ebraici”, e qui supporto in pieno l’intervento di Renzo; ribadisco però la mia perplessità se vengono usati altri canali meno ortodossi.
Giusto per fare un po’ di chiarezza, che, spero, possa aiutare.
Grazie a tutti e buon anno civile.


Caro Renzo,
apprezzo molto la tua posizione che riesce a essere allo stesso tempo ferma ed equilibrata.

Ferma nel denunciare quanto è stato riportato da David Piazza nella newsletter “Kolot”, come suo occhiello all’importante articolo di rav Laras.
Si tratta infatti, come tutti sappiamo, di affermazioni false e disinformate, che rischiano pertanto di produrre ulteriore e grave disinformazione.

Equilibrata però nell’evitare condanne generalizzate, polemiche inutili, dietrologismi di scarso interesse. Spero che l’amico David Piazza riconosca il suo errore e che voglia informarsi meglio in proposito.
Anche chi decide di ergersi a difensore ad oltranza del rabbinato (una posizione legittima e che però non condivido) può farlo meglio di così e nel rispetto della verità di fatto.


Carissimi,

tutto quanto avete scritto non fa che confermare la serenità e l’imparzialità con le quali siamo pervenuti alle decisioni. Credo che anche chi può avere legittimamente dubbi nel merito, difficilmente possa negare (per lo meno a sé stesso) lo spirito unitario che ci ha animato.