Chanukkà: quando è giusto battersi per restare ciò che si è | Kolòt-Voci

Chanukkà: quando è giusto battersi per restare ciò che si è

Forti e orgogliosi come alberi di cedro? O sottomessi e cedevoli come giunchi? Gli ebrei nel corso della storia sono stati l’uno e l’altro. Dipende dalla posta in gioco.

Alfonso Arbib*

Alfonso ArbibChanukkà è l’unica ricorrenza ebraica in cui si festeggia una vittoria in guerra, la vittoria dei Maccabei sui Greci, la vittoria dei pochi sui molti. In realtà non è esattamente così, la tradizione ebraica mette l’accento soprattutto su un altro aspetto della festa: l’accensione dei lumi che ricorda il miracolo dell’olio. E anche il giorno in cui si festeggia Chanukkà non è il giorno della vittoria ma quello successivo, il giorno della tranquillità e della pace. Rimane però vero che la lotta dei Maccabei contro la dominazione greca è un elemento caratteristico di questa festa. Questo aspetto caratteristico rappresenta un’eccezione nella storia ebraica, la contrapposizione armata contro i nemici e i persecutori solo raramente si è verificata nella nostra storia. Non sempre il risultato è stato vittorioso. Si pensi per esempio alla rivolta di Bar Kokhbà contro la dominazione romana. In molte altre occasioni gli ebrei hanno convissuto con grande difficoltà con nemici e persecutori aspettando che passasse la tempesta.

La chiave per capire questo atteggiamento è in un Midràsh che sostiene che “migliore è la maledizione di Achià Hashilonì della benedizione di Bil’àm”. Il mago profeta Bil’àm paragonò il popolo ebraico a un cedro. Achià Hashilonì lo paragonò a un giunco. Il cedro è un albero forte, possente, che può resistere a quasi tutti i venti. C’è però un vento particolarmente potente che è in grado di sradicare il cedro. Il giunco è molto debole, si piega a ogni vento ma, una volta che il vento è passato, ritorna su ma non viene mai sradicato. Paradossalmente la debolezza del giunco è la sua forza. Nella loro storia gli ebrei sono stati spesso giunchi che si piegavano a ogni vento senza però essere mai sradicati. A Chanukkà invece si sceglie la via opposta: si combatte e si vince, ma si corre il rischio di essere sradicati.

Che cosa porta a fare una scelta piuttosto che un’altra? Una possibile risposta a questa domanda la troviamo in un altro Midràsh. Il Midràsh narra di Rabbì Chaninà ben Teradion che, quando i romani vietarono di studiare Torà, andava in giro con un Sefer Torà in mano, radunava gruppi di ebrei e insegnava pubblicamente Torà. Nel passo talmudico che racconta la storia di Rabbì Chaninà si dice anche che il suo comportamento viene criticato da uno dei grandi Maestri dell’epoca, Rabbì Yosè ben Kismà. Rabbì Chaninà non si limita a studiare e a insegnare Torà, non ubbidendo alla legge romana – questo del resto lo fanno molti altri – ma assume un atteggiamento di sfida, riunisce le persone sulla pubblica piazza e lo fa tenendo tra le braccia un Sefer Torà per fugare ogni dubbio su quali siano le sue intenzioni.

È giusto comportarsi così? È giusto sfidare i nemici? Non c’è una risposta unica e definitiva a questa domanda. Il problema in realtà è qual è la posta in gioco. La sfida per la sfida per dimostrare la propria forza non è un elemento caratterizzante della tradizione ebraica. Gli ebrei, nei lunghi anni dell’esilio hanno perseguito essenzialmente l’obbiettivo di rimanere vivi e di rimanere se stessi, di mantenere viva la propria identità ebraica facendo ogni sforzo per continuare a vivere una vita ebraica. Per ottenere questo sono stati spesso disposti anche a piegarsi come giunchi.
In questi giorni, dopo che un ebreo è stato accoltellato a Milano perché riconoscibile come tale da una kippà in testa, si è parlato molto nei giornali della kippà come segno di sfida. In realtà la kippà rappresenta altro, rappresenta l’adesione alla tradizione ebraica, non è una sfida ma la volontà di rimanere se stessi, di mantenere la propria identità.

Anche per Rabbì Chaninà ben Teradion la posta in gioco è la stessa, però lui ritiene che per raggiungerla sia necessario la sfida, ritiene insufficiente limitarsi a studiare Torà di nascosto. Questo avrebbe salvato l’identità ebraica di piccoli gruppi di eletti, ma ci sarebbe stato il rischio di perdere una gran parte degli altri.

È lo stesso problema di Chanukkà: senza la sfida, senza la contrapposizione a nemici e persecutori c’era il rischio di perdere buona parte del popolo ebraico. Per evitare questo si è scelto, dopo lunga riflessione, di combattere. La sfida di Chanukkà si conclude con una grande vittoria. Quella di Rabbì Chaninà ben Teradion, almeno apparentemente, con una sconfitta. Rabbì Chaninà viene catturato dai romani, avvolto nel Sefer Torà e bruciato vivo. È uno dei tanti martiri della storia ebraica. In quel momento però a una domanda dei suoi allievi risponde che vede una pergamena che brucia e lettere della Torà che volano. Le lettere che volano, la Torà che rimane nonostante tutto rappresentano la vittoria ideale di Rabbì Chaninà, del popolo ebraico.

*Rabbino capo di Milano

(Mosaico, 4 dicembre 2015)