Rosh hashanà, la festa dell’imperfezione | Kolòt-Voci

Rosh hashanà, la festa dell’imperfezione

Gheula Canarutto

Gheula CanaruttoAll’inizio D-o creò il mondo. Nel cielo e nella terra mise il basso e l’alto, l’infimo e il sublime, la capacità di guardare all’insù senza staccarsi da giù. Creò i mari, i fiumi, le onde e le correnti e la possibilità di un continuo movimento. Fece spuntare gli alberi, le loro radici e l’attaccamento ancestrale al posto da cui si è venuti. Appese nel cielo il sole e la luna, le stelle. Da allora ogni cosa può essere vista sotto una luce diversa. Creò la dipendenza vitale dei pesci dall’acqua pensando che sarebbero stati una metafora per l’uomo che senza Torà non avrebbe potuto vivere. Anche l’istinto di sopravvivenza, quello che instillò negli animali qualche ora prima del momento cruciale di quei sei giorni, avrebbe insegnato che, di fronte a una prova, tiriamo fuori forze di cui ignoravamo l’esistenza.

Ora dopo ora, ad ogni particolare D-o aveva assegnato un tratto comune, un messaggio da cui avrebbe potuto trarre insegnamento l’ultima delle creature, ma la prima che aveva in mente. Fatto di cielo e terra, di radici e correnti, di luce e istinti, sarebbe stato l’essere umano a portare avanti lo scopo di tutta la creazione. Così solo in lui D-o soffiò l’anima dentro, prendendola dalla parte più profonda di Se Stesso. La creatura di D-o, l’essere più perfetto mai esistito, aprì gli occhi in un mondo pronto a soddisfare ogni sua esigenza. Pochi istanti dopo, disubbidendo al comandamento divino, insieme alla propria compagna di vita, mangiò il frutto dell’etz hadaat, l’albero della conoscenza.

La perfezione dell’uomo, nonostante non gli mancasse nulla, era durata solo pochi istanti. Giusto il tempo di rendersi conto che gli spazi concessi per sbagliare sono infiniti. A Rosh Hashanà celebriamo la creazione di Adamo ed Eva, esseri venuti al mondo grazie a un insieme di terra, acqua e il respiro di D-o stesso. A Rosh Hashana suoniamo un corno, lo shofar. Ed emettiamo suoni diversi. Alcuni sono lunghi, continui. Perfetti. Altri intermittenti. Come fossero singhiozzi.

I primi si chiamano tekia, un suono nitido, ininterrotto. La perfezione dell’Eden tradotta in segnali acustici. Poi seguono shevarim, suoni letteralmente rotti. D-o ci ha creati perfetti, tekia allo stato puro, sapendo già che questo status non sarebbe durato tanto. Giusto il tempo di voltarsi ed il primo peccato era già stato commesso. Ma quella caduta in basso non fu una vera discesa a un livello inferiore. Shevarim, un insieme di suoni che parlano di allontanamento, errori, fallimenti, che raccontano di noi esseri umani che non siamo angeli nè creature celesti stabili e obbedienti.

Eppure è con noi che D-o ha voluto popolare la terra. Questa creatura si chiamerà mehalech, disse, non starà mai ferma. Dal cielo alla terra, dalla terra al cielo. Cadrà e si rialzerà, si troverà in basso continuando a guardare il cielo. Tutto era perfetto nel mondo, non mancava nulla. Da allora i movimenti verso il basso, guardati sotto la luce giusta, non sarebbero stati altro che l’indietreggiare di un atleta in preparazione di un salto ancora più alto.

Adamo aveva spianato la strada per svegliarsi ogni giorno migliori di ieri, posando l’ultimo tassello del mosaico di tutto il creato. L’imperfezione.

Che sia un anno buono e dolce

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