Un ponte che non annulli le differenze | Kolòt-Voci

Un ponte che non annulli le differenze

Ancora sul tema della Giornata della Cultura Ebraica, domenica 6 settembre 2015 (altri interventi qui e qui)

Alfonso Arbib*

Alfonso ArbibChe cos’è un ponte? Come tutti i simboli, il ponte può avere vari significati. È innanzitutto un collegamento. Può collegare città e regioni divise da ostacoli naturali rappresenta inoltre simbolicamente ogni tipo di legame e collegamento tra entità diverse, popoli, etnie e religioni. In quest’accezione il ponte più noto e rilevante degli ultimi decenni è forse il dialogo interreligioso che collega religioni separate tra loro, non solo da un punto di vista teologico ma anche da una lunga storia di divisioni, disprezzo e persecuzioni. Ma il ponte può essere un collegamento interno tra gli elementi diversi che compongono un popolo, una comunità, una nazione e da questo punto di vista la storia e la vita ebraica sono un buon esempio di ponti. C’è un ponte interno che collega ebrei di diverse origini etniche e culturali.

Su questo ponte è basata la costruzione di una comunità ebraica e un esempio straordinario di collegamento tra ebrei di origini, culture e lingue diverse è lo Stato d’Israele.

Ma il ponte rappresenta anche qualcosa di diverso. Un famoso detto di Rabbi Nachman di Breslav recita: Tutto il mondo è un ponte molto stretto, l’importante è non aver paura. L’aforisma di Rabbi Nachman, se da una parte è un invito al coraggio, d’altra parte rappresenta il ponte come qualcosa che incute timore. Tutta la nostra vita è un ponte da attraversare ed è un ponte pericoloso, instabile da cui si può cadere. Rabbi Nachman non nega tutto ciò ma sostiene che non possiamo evitare il pericolo e che le cadute sono da una parte inevitabili ma dall’altra possono e devono farci crescere.

Negli ultimi anni è diventata molto popolare la contrapposizione tra ponti e muri. Paradossalmente in un midràsh il ponte diventa esso stesso un muro da superare. In questo midràsh Rabbi Yehudà loda i romani per la costruzione dei ponti. Gli risponde Rabbi Shimon Bar Yochai dicendo che in realtà lo hanno fatto solo per trarne vantaggio perché per attraversare i ponti bisognava pagare una tassa. Il ponte in questo caso rappresenta non solo un collegamento ma anche un confine e per attraversare quel confine è necessario pagare un dazio.

Ponti e muri sono necessariamente contrapposti? Il ponte significa abbattere ogni confine, negare la differenza? Vorrei rispondere citando l’interpretazione di un grande Maestro del ‘900 a un midràsh su Avrahàm. Questo patriarca è un ottimo esempio di ponte. Secondo un famoso midràsh la tenda di Avrahàm era aperta ai quattro lati per accogliere più facilmente le persone di passaggio. Avrahàm è il simbolo del chèsed, che è la volontà, l’impegno e la capacità di far del bene al prossimo, di preoccuparsi della salute materiale, psicologia e spirituale degli altri. Ad Avrahàm viene ordinato da Dio di fare la milà, la circoncisione. Prima di obbedire all’ordine divino Avrahàm chiede consiglio a tre amici e solo uno di loro gli consiglia di attuare l’ordine. Perché chiedere consiglio per un ordine divino? Si ubbidisce e basta!

Lo Sefat Emèt (secondo Rebbe di Gur) risponde a questa domanda dicendo che la milà è in apparente contraddizione con l’opera svolta fino a quel momento da Avrahàm. Egli ha voluto avvicinare gli uomini, uomini molto diversi tra loro, spesso molto lontani dal suo modo di pensare, attraverso atti di chèsed. A questo punto gli viene chiesto un atto che lo distinguerà anche fisicamente dal resto dell’umanità. La domanda di Avrahàm, secondo lo Sefàt Emèt è: Potrò continuare ciò che ho fatto finora? Gli altri riusciranno ad accettare la diversità e la rivendicazione della diversità? Avrahàm in realtà racchiude in sé un’apparente contraddizione. Da una parte egli è l’uomo del chèsed, dell’accoglienza, dell’avvicinamento.

D’altra parte è chiamato Avrahàm haivrì. La parola ivrì deriva dal termine èver – sponda, e secondo l’interpretazione di Rabbì Yehudà vuol dire che tutto il mondo si trova da una parte del fiume e Avrahàm dall’altra. Avrahàm rappresenterebbe quindi da una parte l’avvicinamento agli altri uomini e d’altra parte la differenza radicale. Tutto ciò è conciliabile? È questa la domanda di Avrahàm ai suoi amici. Solo uno degli amici risponde positivamente. In questa risposta positiva c’è forse una sintesi di tutta la tradizione ebraica. Da una parte si vuole e si deve operare per il bene dell’umanità intera ma d’altra parte l’ebraismo nasce e si sviluppa come popolo speciale, come identità forte e spesso contrapposta ad altri modi di vivere e di pensare.

E questo potrebbe essere un ulteriore significato del ponte. Il ponte collega due identità separate. Questo collegamento ha un senso ed è positivo solo a patto che non annulli le identità e le differenze.

*Rabbino Capo Comunità Ebraica di Milano

http://www.ucei.it/giornatadellacultura/ponti_attraversamenti-2/ponti_e_attraversamenti_di_rav_alfonso_arbib-10/