Doctorow ha raccontato le ambiguità dell’America | Kolòt-Voci

Doctorow ha raccontato le ambiguità dell’America

Goffredo Fofi

DoctorowEbreo russo diventato “americano”, cosciente dei limiti dell’Europa quanto di quelli degli Stati Uniti dove è vissuto e morto, E.L. Doctorow è stato uno scrittore solido e puntuale, caratterizzato da un interesse fortissimo per i nodi cruciali della storia degli Stati Uniti, da una vastissima cultura (un suo autore di riferimento è stato certamente Nabokov, russo-americano come lui).  Umanamente Doctorow aveva un’insolita capacità di auotironia, una non nascondibile dolcezza di fondo, simpatia umana per i personaggi di persone comuni ma coscientemente buttate nella storia, militanti di base della vita che reagiscono all’ordine sociale restando perlopiù schiacciati, o adeguandosi ai suoi dettami.

Alla lunga, lo si preferisce – lui postmoderno che non ha mai sbandierato le sue convinzioni letterarie – ad altri scrittori che pur gli somigliano, più diseguali e certamente più cinici di lui (Philip Roth, per esempio) o più intellettualisticamente postmoderni. Il suo “io” è un io pudico e misurato, che sa istintivamente – questione di morale – dove è opportuno fermarsi e sa far parlare gli alter ego dell’invenzione narrativa, tanto più che si è trattato molto spesso di personaggi realmente esistiti o da quelli ispirati, su quelli modellati.

Doctorow era un perfetto scrittore da Nobel, ma troppo pudico per sbalordire e troppo chiaro per piacere ai professori svedesi

Doctorow ha scritto, a suo modo, solo romanzi storici: e si direbbe lo abbia fatto anzitutto per spiegare a se stesso l’America e le sue ambiguità, contraddizioni, storture e anche i suoi molti orrori. Senza nostalgia per l’Europa che cacciò i suoi, quell’Europa i cui difetti gli Stati Uniti hanno finito per esasperare, anche quando dichiaravano il contrario. Doctorow era un perfetto scrittore da Nobel, ma troppo pudico per sbalordire e troppo chiaro per piacere ai professori svedesi.

Costruttore di storie sempre leggibili e sempre dense e appassionanti, gli dobbiamo Il libro di Daniele (sui coniugi Rosenberg e i loro figli, portato in film con assoluta simpatia da Sidney Lumet, le cui origini e la cui storia somigliavano a quelle di Doctorow), Billy Bathgate (gangsterismo anni trenta, tra bande di ebrei e di irlandesi), Ragtime (il suo romanzo più famoso, incrocio di storie negli anni delle grandi immigrazioni, portato in film con molto senso dello spettacolo e una certa superficialità da Miloš Forman, ceco a Hollywood), La marcia (sulla guerra di secessione), Homer e Langley (su un tremendo e strano fatto di cronaca del 1947).

Peccato che il cancro se lo sia portato via, perché da Doctorow avremmo avuto ancora molto da imparare sul suo paese

Fino a Elzeviro (che vira al nero e tira in ballo i vampiri), fino a La città di Dio (storia di inquietudini e confronti religiosi: il suo romanzo decisamente più ebraico ma anche il più faticoso), fino a La fiera mondiale(un’infanzia al tempo della grande crisi). Questi romanzi, che sono stati scritti dopo l’attentato al World trade center, ci sono sembrati incerti e faticosi, mentre il recentissimo La coscienza di Andrew, che tra le altre cose mette in berlina il presidente Bush e la sua banda, è di nuovo un romanzo dei suoi migliori, e certamente una delle più intelligenti perlustrazioni dei dilemmi contemporanei, in una società che viene modellata dall’alto (soprattutto via internet!) sull’esempio di quella delle formiche.

Con questo romanzo Doctorow sembrava infilare una nuova strada, quella di un postmoderno che, come seppe fare in passato, sa di nuovo raccontare il potere, la sua intima malvagità e la fatica di districarsi per chi lo deve subire, per chi gli sta sotto. Peccato che il cancro se lo sia portato via, perché da Doctorow avremmo avuto ancora molto da imparare sul suo paese, e anche su di noi che ne abbiamo introiettato i pattern e i consumi con stolido compiacimento coloniale.

Il modo giusto per ricordarlo è quello di leggere o rileggere i suoi vecchi romanzi e quest’ultimo, le sue cose migliori.

http://www.internazionale.it/opinione/goffredo-fofi/2015/07/22/doctorow-morto