Essere Ortona non è obbligatorio | Kolòt-Voci

Essere Ortona non è obbligatorio

Titolo originale: “Essere ebrei non è obbligatorio”. Un articolo sulla rivista Hakehillah che sembra scritto 100 anni fa. «Tanto peggio per i fatti (se non si accordano con la teoria)» (Hegel)

Guido Ortona

Guido_Ortona1. Il problema. La dichiarazione di Netanyahu “se vinco le elezioni non ci sarà mai uno stato palestinese” ci obbliga ad affrontare una questione che molti ebrei sono finora riusciti ad eludere, e cioè “quale deve essere il nostro atteggiamento verso Israele se procederà, o dichiarerà ufficialmente di volere procedere, alla pulizia etnica dei palestinesi.” L’elusione di questa domanda è stata finora resa più o meno lecita dalla possibilità logica di negare che Israele considerasse questa politica, e in subordine dalla possibilità di affermare che il problema urgente è garantire la sicurezza di Israele, al resto si penserà dopo. Trascurare l’importanza delle informazioni intriganti (il ruolo politico degli insediamenti nei territori occupati, per esempio) è un atteggiamento umano e comprensibile quando gli avvenimenti sono ambigui. Ma oggi non lo sono più.

Si potrebbe obbiettare che l’affermazione di Netanyahu è stata solo propaganda: ma se sono questi gli argomenti che creano consenso, allora è ovvio che questa opinione è diffusa e solida, il che evidentemente contrasta con l’idea di un Israele che vuole una pace giusta ma sono i palestinesi che si oppongono. E’ chiaro chela maggioranza relativa di elettori che ha votato per Netanyahu non vuoleuna pace giusta, nel senso che garantisca i diritti fondamentali anche ai palestinesi. E del resto mi pare innegabile che la politica degli insediamenti è molto più significativa di qualsiasi dichiarazione obtorto collo a favore della soluzione deidue stati. Una pace giusta non è una cosa che si ottiene dall’oggi al domani, né una cosa cui si può rinunciare definitivamente con la scusa che “gli altri non la vogliono”, se la si vuole davvero. E’ qualcosa che va costruito, e quindi è necessario lavorare in quella direzione. In altri termini: chi afferma di volere una pace giusta ma non fa nulla per propiziarla in realtà non la vuole. E’ che Israele non faccia nulla è il meno che si possa dire. Ora, è ovvio che una pace non giusta implica o apartheid per i palestinesi o la loro espulsione: come scriveva Tacito, ubi desertum faciunt pacem appellant. Se una parte molto consistente (come minimo) degli israeliani vuole dichiaratamente una soluzione di questo tipo, è chiaro che la nostra solidarietà verso Israele deve tenere conto di questo fatto.

In quanto segue sosterrò la tesi che essere solidali con il presunto diritto di Israele a una pace basata sull’apartheid o sulla pulizia etnica implica il rifiuto dei valori fondamentali dell’ebraismo. In altri termini: un ebreo della diaspora non può sostenere quella politica, se vuole essere coerente; anche se purtroppo sappiamo bene che un integralista accetta l’incoerenza senza porsi troppi problemi, quale che sia la sua religione.

2. Israele come stato ebraico.

Gli argomenti a favore dell’espulsione dei palestinesi sono riconducibili a due. Il primo è religioso: “Israele è stato promesso da Dio agli ebrei, quindi i palestinesi devono andarsene”. Con chi la pensa così è impossibile discutere, per motivi logici prima ancora che morali. Mi auguro che almeno in Italia siano in pochi a sostenere questo argomento, anche se temo chetanto pochi non siano. L’altro è quello esposto con grande chiarezza da Alfredo Caro sul numero di marzo 2015 di Hakeillah, e può essere riassunto come segue:”La storia di tutti i tempi è storia di lotta di popoli. Gli Ebrei sono un piccolo popolo, e quindi potranno sopravvivere come tale solo se avranno un loro territorio. E’ doloroso che questo debba essere sottratto ai palestinesi, ma loro possono andare altrove e noi no; e se non possono ci dispiace per loro ma mors tua vita mea. E’ vero, potremmo cercare di assimilarci. Ma il tentativo di assimilarsi in un popolo estraneo è votato al fallimento, e può portare solo a persecuzioni: quindi se cerchiamo di assimilarci distruggiamo l’ebraismo come tale, e invano. Occorre quindi che gli ebrei abbiano una patria, Israele.”

Ora, che l’assimilazione sia impossibile è palesemente falso; esistono moltissimi paesi, e anche moltissimi popoli (ma questo concetto è ambiguo) che si sono formati grazie all’integrazione di popolazioni diverse che si sono reciprocamente assimilate. L’Italia è un buon esempio. In altri termini, oggi la scelta dell’assimilazione è possibile. Naturalmente domani tutto può succedere, ma alcuni scenari sono più improbabili di altri. E che domani si abbia di nuovo una persecuzione antisemita tale però da non coinvolgere Israele, che quindi resterebbe un rifugio, mi sembra molto improbabile. Non va dimenticato che la Shoah è avvenuta nell’ambito di una guerra mondiale. Se mai ci sarà una prossima guerra mondiale, o anche solo europea, la presenza o meno di Israele come rifugio difficilmente sarà un dato rilevante. E’ vero però che l’assimilazione comporta inevitabilmente una rinuncia a parte almeno della propria specificità culturale e rituale, e comporta anzi il rischio della scomparsa di tali peculiarità. Israele come eventuale stato ebraico non ha quindi senso come rifugio per gli ebrei, ma come rifugio per l’ebraismo, inteso come osservanza di determinate norme religiose, minacciata dalle persecuzioni, se le cose vanno male, e dall’assimilazione, se vanno bene. Sottolineo: non della fede religiosa, che è un fatto personale e individuale, bensì delle norme e dei riti collettivi dell’ebraismo.

3. Israele come stato democratico.

E’ possibile uno stato ebraico che sia anche democratico? Solo a una condizione: che la popolazione non ebraica sia talmente poco numerosa da far sì che la concessione di pieni diritti non implichi un sostanziale mutamento nei valori e nella legislazione dello stato. Per fare un esempio, lo status degli altoatesini in Italia è giudicato esemplare, ma se anziché essere poche centinaia di migliaia fossero dieci milioni è evidente che l’autonomia di cui godono sarebbe improponibile. Quindi la costruzione di uno stato ebraico e democratico implica o la soluzione “due popoli due stati” oppure l’espulsione (o l’apartheid) dei palestinesi dei territori; e forse anche di quelli di Israele. E abbiamo visto che purtroppo in Israele le condizioni politiche necessarie perché i sacrifici imposti dalla prima opzione vengano accettati si allontanano sempre di più.

Uno degli argomenti più importanti a sostegno di Israele è sempre stato, e giustamente, il suo carattere di stato democratico (ci sono molti indizi che questo carattere sta declinando, ma questo è un altro discorso). Ora, è bene avere chiaro che la democrazia all’interno di un paese non implica affatto un suo comportamento democratico al suo esterno. In effetti un comportamento non democratico all’esterno è facilmente propizio alla democrazia all’interno, dato che procura risorse aggiuntive che possono rendere meno gravi i conflitti sociali. Ci sono innumerevoli esempi nella storia, fin dai tempi di Pericle. Questo ha un’implicazione fondamentale per il nostro discorso: la democrazia interna in Israele è perfettamente compatibile con l’oppressione dei palestinesi. Non c’è nessun motivo né storico né economico né logico per cui il fatto che Israele sia democratico renda necessariamente giusta la sua politica verso i palestinesi.

4. Israele come stato ebraico o democratico.

Abbiamo visto che la costruzione di uno stato ebraico implica molto probabilmente l’espulsione dei palestinesi ol’apartheid; talmente probabilmente che questa possibilità non può (più) essere esclusa nel determinare la nostra posizione verso Israele. E questo obbliga a una scelta. Dobbiamo decidere con chi e con che cosa essere solidali se viene abbandonato lo scenario, ormai molto poco plausibile, dei “due popoli due stati”.Abbiamo visto infatti che al di fuori di esso non è possibile che Israele sia al tempo stesso uno stato ebraico, democratico e rispettoso dei diritti fondamentali dei palestinesi. Chiamiamo la prima condizione E, la seconda D e la terza P. Una delle tre deve essere abbandonata. Abbandonare D è chiaramente impossibile:bisogna abbandonare E, nel qual caso Israele sarebbe uno stato laico e democratico ma non ebraico, oppure P, nel qual caso Israele sarebbe uno stato ebraico e democratico costruito sull’oppressione o l’espulsione dei palestinesi. (In realtà è molto dubbio che uno stato basato su una legge religiosa possa essere democratico; non conosco esempi nella storia, ma diamolo per buono). Giungiamo così alla questione fondamentale: con quale opzione dobbiamo essere solidali? Hic rhodus, hic salta. O si è a favore dell’ebraicità dello stato di Israele, oppure si è a favore del rispetto universale dei diritti umani.

5. Stato ebraico ed ebraismo.

Una grande conquista di civiltà è che la religione è un fatto personale o comunitario: nessuna religione ha il diritto di imporsi con la violenza su altre, e nessuna religione può essere assunta a giustificazione della violenza su altri. Pure è proprio questo che auspica chi vuole ricostruire una patria ebraica scacciando o soggiogando i palestinesi. Ma allora la sua adesione al nazionalismo ebraico cosa ha di più nobile dell’adesione di un non ebreo al suo nazionalismo, sia esso, o sia stato, tedesco, o serbo, o turco, tanto per citare altri nazionalismi portatori di ingiustizia? Se si esclude il diritto divino, la risposta non può che essere che si accetta come giusta l’esistenza di una lotta darwiniana fra popoli. Io sono ateo, ma credo di potere dire che una simile posizione in realtà contraddice profondamente i dettami dell’etica ebraica, perlomeno come riassunta dalla giustamente celebre massima di Hillel “Non fare al prossimo ciò che non vorresti fosse fatto a te: questa è tutta la Torah”. Israele ha diritto di difendersi;ma questo diritto non può essere assunto a scusa per eludere il dilemma che ho esposto.

Quale atteggiamento si deve allora avere verso Israele? Mi pare che la risposta sia chiara: si deve affermare con fermezza, anche a livello di comunità, che la nostra solidarietà con Israele è subordinata al suo rispetto per tutti dei diritti umani fondamentali. Se questo potrà essere ottenuto con la soluzione “due popoli due stati” tanto meglio. Ma se questo implica, come mi pare sia inevitabile, che lo stato di Israele deve essere uno stato con parità di diritti per tutte le confessioni religiose e tutte le etnie, e quindi laico, allora dobbiamo chiarire che la nostra solidarietà è condizionata all’accettazione di questa opzione. So che molti ebrei hanno un legame affettivo molto forte con Israele. Vorrei dire che lo capisco, ma non è vero. Io ho avuto un’educazione laica e non ho parenti stretti che siano morti in lager; ciò che posso capire è solo che per molti ebrei accettare che Israele rischia di tradire gli ideali propri dell’ebraismo, o più probabilmente li ha già traditi, è doloroso. Ma questo dolore non evita il dilemma che ho illustrato in questo articolo, e che porta inevitabilmente a concludere che una persona fedele agli ideali di democrazia e universalismo non può auspicare uno stato ebraico in Israele.

Un’ ultima osservazione. Gli ebrei che pensano che per essere ebrei bisogna anteporre il valore del nazionalismo a quello della democrazia sono sempre più numerosi. Costoro devono rendersi conto che essere sionisti non è obbligatorio. In effetti in una democrazia nemmeno essere ebrei lo è. Se veramente si dovrà scegliere se essere a favore del nazionalismo ebraico o a favore della democrazia, non c’è dubbio che molti opteranno per la seconda alternativa. L’oltranzismo filoisraeliano rischia di trasformare l’ebraismo, anche quello italiano, in una setta integralista. Se si vuole evitarlo bisogna che le comunità affermino con chiarezza che un ebreo non può accettare la violazione dei diritti umani di nessuno.

Guido Ortona
ortona@unipmn.it

La precisazione di Hakeillah

Questo articolo ci è giunto nei giorni in cui il numero stava chiudendo e di conseguenza non abbiamo avuto il tempo verificare se Alfredo Caro si riconosce nella sintesi che Guido Ortona propone del suo pensiero (sintesi che per la verità a noi appare un po’ forzata: Caro non nomina per nulla i palestinesi e non dice mai che lo stato ebraico debba esistere a spese di qualcun altro). 

Guido Ortona pone un problema reale e noi condividiamo pienamente sia la sua preoccupazione per la dichiarazione preelettorale di Netanyahu sia le sue considerazioni conclusive sull’impossibilità di accettare qualunque violazione dei diritti umani. Tuttavia a nostro parere l’articolo contiene un vizio di fondo: stato ebraico, anche qualora implicasse minori diritti per i cittadini non ebrei, non significa necessariamente pulizia etnica; l’espulsione dei palestinesi è un’ipotesi puramente teorica, che non è mai stata sostenuta ufficialmente da alcun governo israeliano, e tanto meno da Netanyahu. Guido Ortona invece sembra parlarne come di una proposta politica concreta, arrivando persino a mettere le alternative tra parentesi. Questa estremizzazione finisce per diventare una distorsione della realtà, che non aiuta l’analisi obiettiva e la comprensione della realtà israeliana.

HK

http://www.hakeillah.com/2_15_16.htm