Ebrei georgiani, storia di una diaspora | Kolòt-Voci

Ebrei georgiani, storia di una diaspora

Jacopo Miglioranzi 

GeorgiaCol termine ‘ebrei georgiani’ (ქართველი ებრაელები, kartveli ebraelebi) si è soliti indicare quegli ebrei presenti nella nazione caucasica della Georgia. Essi rappresentano una delle più antiche comunità della regione, giunti, secondo alcuni, circa 2600 anni fa, il che ne fa una delle più remote comunità diasporiche. Alcune testimonianze a proposito sono riportate, di fatti, in alcune antiche cronache georgiane, come ad esempio ‘La conversione di Kartli’ (მოქცევაი ქართლისაი, moqtsevai kartlisai), unica fonte locale riguardante proprio la storia della comunità ebraica in Georgia. Tali ebrei georgiani costituirono a lungo una comunità ben distinta, e non solo dalla popolazione, autoctona, ma anche da altre comunità ebraiche come gli Ashkenaziti.

Questi ebrei erano impegnati in agricoltura, allevamento, artigianato e commercio. Date le condizioni imposte dalla diaspora erano numerosi coloro che possedevano pecore e bovini, oppure vigneti e campi, ma questo non si tradusse quasi mai in un forte sviluppo. Tale tipo di economia, a dispetto del commercio, rimaneva così di tipo domestico, e rispetto al dinamismo commerciale risultava dunque alquanto statica, di modo che l’occupazione principale rimaneva la vendita al dettaglio. La maggior parte dei venditori erano ambulanti di dolci: l’ attività durava tutta la settimana, ed ogni venditore si spostava nei villaggi della zona a cavallo o a piedi, con sacchi sulle spalle o sul proprio animale. Alcuni di loro, causa il lavoro, abbandonavano la propria abitazione, per mesi o addirittura un anno intero, e le festività religiose rappresentavano per loro un’ occasione di ritorno alle proprie famiglie.

Secondo il viaggiatore inglese Tefler, il commercio nella regione Svaneti del nord era gestito quasi esclusivamente da ebrei di Lailashi. Gli abitanti del villaggio acquistavano sale, ceramica, metalli e utensili dai mercanti ebrei, pagandoli con animali domestici e pellame. Il guadagno risultava essere molto basso ed i rischi erano molto elevati, le strade pericolose e spesso gli ambulanti divenivano vittime dei briganti.

I venditori ambulanti acquistavano le merci da rivendere da commercianti benestanti, che possedevano negozi o bancarelle al mercato. I mercanti ricchi (numerosi nella città di Akhaltsikhe, nella Svaneti-Javakheti), importavano beni provenienti dall’Impero Ottomano. Alla fine del XIX secolo, quando il commercio tra Europa e Russia era in forte sviluppo (grazie anche alla costruzione della linea ferroviaria ed il conseguente sviluppo delle città portuali lungo il Mar Nero), sempre più commercianti ebrei emigrarono all’estero, in particolare in grandi città come Kutaisi, Tbilisi (allora Tiflis), Batumi e Poti.
Questo permise una sorta di ‘trasformazione’ della loro economia locale, fatto, tra l’altro, per nulla raro tra i popoli e le comunità diasporici: si passò infatti da un tipo di società basata sul ‘movimento’ ad una di tipo ‘meno dinamico’, ossia l’artigianato. Non che la figura dell’artigiano fosse allora assente tra la comunità, ma certamente, fino ad allora, aveva nettamente mantenuto un ruolo di secondo piano.

Come testimoniato anche da alcuni disegni conservati al Museo della Samtskhe-Javakheti (all’interno della fortezza di Rabati, città di Akhaltsikhe), fino al secolo scorso gli artigiani ebrei si occupavano maggiormente di tessitura e tintura di tessuti, mentre ora li vediamo piuttosto impegnati in lavori quali cappellai, calzolai, vetrai, facchini, carrettieri, saponieri, ecc., o anche lustrascarpe o fotografi.

Proprio la città di Akhaltsikhe, a pochi chilometri dal confine turco, risentì molto del cambiamento economico; la sua comunità ebraica aveva sempre vissuto del commercio con quello che fino a qualche anno prima era l’Impero Ottomano. Tale comunità cittadina subì così un forte calo demografico, dovuto per lo più all’emigrazione di alcune famiglie verso città e centri più grandi.

Con l’avvento del regime comunista e a partire dagli anni ’20, il commercio subì un ulteriore ridimensionamento, drastico ed inarrestabile, che vide un grande sviluppo del settore agricolo e industriale. A seguito di questa nuova politica di industrializzazione e secolarizzazione, la struttura familiare venne duramente colpita e smantellata, anche a seguito dell’istituzione nel 1927-1928 dell’OZET (Общество землеустройства еврейских трудящихся, Società dei lavoratori ebrei per la gestione del territorio), e l’istituzione di fattorie agricole collettive (kholkoz) con manovalanza ebraica (esperienza durata sino al 1938). Le piccole ma omogenee comunità ebraiche, che fino a quel momento erano riuscite a mantenere la propria lingua, vennero così, a partire dagli anni ’30, sciolte, isolate, e ridistribuite tra le varie aziende agricole, vivendo così il distruggersi della propria tradizionale vita comunitaria.

Ad oggi, come esito del dominio comunista, risultano essere poche le sinagoghe rimaste in Georgia. La sinagoga più antica attiva ancora oggi potrebbe essere forse quella di Akhaltsikhe, del 1741. L’antica sinagoga ora non è più in funzione, e ne resta solo la struttura in pietra, chiusa tra due fiumi di fango, come tutte le strade del quartiere di Rabati, il quartiere più antico della città. Durante l’Unione Sovietica essa venne chiusa e riconvertita in palazzetto dello sport, mentre la nuova, costruita nel 1902, si trova pochi metri più in alto, in un edificio ben più modesto. L’unico segno che si rintraccia è una piccola stella di David, posta sulla tradizionale tettoia in alluminio.

Le prime comunità ebraiche di Akhaltsikhe si insediarono nella città circa cinque secoli fa. Ad oggi, gli ebrei presenti nella città sono circa una decina, forse anche a causa di una forte spinta al ‘ritorno in Israele’ (negli anni ’70 si contavano circa 100.000 ebrei georgiani in nel paese, mentre negli ultimi decenni si è riscontrato un rapido decremento dovuto proprio all’emigrazione, diretta specialmente in Israele, Stati Uniti, Russia e Belgio, tanto che nel 2004 se ne appena 13.000 sul suolo georgiano). Questa esigua presenza ha avuto tuttavia una ricaduta anche nella sfera liturgica: “gli ebrei di Akhaltsikhe sono costretti a svolgere la preghiera e la funzione in una forma breve, in quanto non disponiamo del numero di persone necessario”. A testimonianza di quanto la comunità ebraica fosse una volta presente in città resta però l’antico cimitero, posto sulla sommità di una delle colline che circondano il quartiere e risalente al XVII secolo circa. Su alcune lapidi è possibile leggere il nome Seigniors ossia ‘signori’ in ladina giudeo-spagnola. Sembrerebbe infatti, che gli ebrei di Akhaltsikhe si differenziassero, dagli altri presenti in Georgia, proprio per la loro provenienza pirenaica. Un altro piccolo cimitero ebraico si trova anche nel piccolo villaggio di Atskuri, sulle rive del Mtkvari, quasi di fronte ad un’altra piccola costruzione, un bagno turco.

Ad Akhaltsikhe l’adattamento era all’ordine del giorno; ambiente multireligioso, convivenza di cattolici, armeni apostolici, cristiani ortodossi e musulmani. La particolarità della comunità ebraica di Akhaltsikhe stava così nell’avere una propria struttura dinamica ed aperta, come i propri vicini armeni: una ‘identità polivalente’, in grado di assorbire tutto ciò che viene dall’esterno e in costante relazione, al contrario del ‘ghetto’, comune nelle altre comunità diasporiche ebraiche.
Nel corso dei secoli, a tradizioni e costumi appartenenti a questa comunità, se ne sono aggiunti, com’è ovvio, altri, prettamente georgiani, per lo più riguardanti feste stagionali e cerimonie religiose. L’influenza della cultura georgiana è evidente e si esprime in maniera differente nelle diverse aree, anche se nonostante ciò, l’evidente somiglianza tra i costumi di ebrei georgiani con altri di comunità ebraiche del Kurdistan, Persia e Turchia attesta proprio il fatto che, nonostante l’isolamento geopolitico georgiano, gli ebrei abbiano mantenuto legami con i loro fratelli vicini.

La questione dei confini, divenuta ora cruciale nelle relazioni tra i vari paesi del Caucaso (si pensi all’annosa questione del conflitto tra Armenia ed Azerbaijan, o alla questione del Samtskhe-Javakheti), non così sentita fino ad un secolo fa. Anzi, si potrebbe quasi affermare che, proprio grazie alla possibilità di muoversi e adattarsi, le comunità diasporiche del territorio (ebraica ed armena, in particolare) potessero prosperare e crearsi il proprio spazio. Come già accennato, a dispetto della condizione di ‘ghetto’ usuale per molte delle comunità ebraiche in diaspora, quella georgiana, ed in particolare quella di Akhaltsikhe, ebbero la possibilità di potersi inserire meglio ed attivamente nel contesto sociale ed urbano, anche grazie ai vari collegamenti tra città e villaggi, cosa importante non solo dal punto di vista commerciale ma anche perché permetteva alla comunità (e alle comunità) di allargare confini e spazi senza venire relegati in uno spazio chiuso, delimitato, e non solo fisicamente.

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