Su il cappello e giù le donne | Kolòt-Voci

Su il cappello e giù le donne

Fabio Scuto

BorsalinoSi prepara un bel ricorso alla Corte Suprema di Israele per quanto accaduto su due aerei della El Al in partenza dagli Stati Uniti per Israele, decollati con ore di ritardo dopo una lunga bagarre fra i passeggeri del velivolo. Il motivo era rappresentato dal fatto che due gruppi di ebrei religiosi haredim si rifiutavano di sedersi nei posti loro assegnati a bordo, soprattutto coloro ai quali era capitato di vedersi assegnato il posto a fianco di una donna. Discussioni interminabili con l’aereo bloccato a terra, urla, grida, si è arrivati addirittura all’offerta di denaro per invogliare qualche signora a cambiare posto. Un passeggero intervistato dal quotidiano israeliano Yedioth Aaronoth ha definito il viaggio «un incubo durato 11 ore». La scrittrice Elana Sztokman, autrice del recente libro La guerra delle donne in Israele, anche lei fra i passeggeri di uno dei due voli, ha annunciato una sua denuncia per violazione delle libertà personali.

Non è la prima volta che la compagnia di bandiera israeliana si trova in queste situazioni, per le quali è già passata la compagnia di bus Egged, quella che gestisce il tram a Gerusalemme e molti altri servizi pubblici. I giudici hanno stabilito che la segregazione sessuale obbligatoria sui mezzi pubblici è illegale, al limite può essere consigliata, ma non imposta. La stretta osservanza dei principi dei sacri testi e l’ossessione religiosa sta avendo serie conseguenze sociali in Israele e nell’arco degli anni sono state introdotte norme e leggi che hanno profondamente mutato lo spirito laico dei Padri fondatori.

È atteso in queste settimane il parere della Corte sul nuovo Cinema Mall di Gerusalemme, 12 sale cinematografiche, con ristoranti e negozi. Un gruppo di cittadini timorati è insorto perché considera un insulto l’apertura durante lo shabbat, giorno destinato al riposo. Intanto, in attesa della sentenza, il sabato dovrà restare chiuso.

Gli haredim, gli ebrei ultraortodossi, vivono nella più totale osservanza dei testi religiosi seguendo gli stili di vita dei loro antenati dell’Europa orientale. Desiderano stare separati dagli ebrei laici, e abitano nelle new town costruite per loro – come Bnei Barak o Modiin, a Gerusalemme la maggior parte vive a Mea Shearim – perché il loro desiderio è la separazione dalla popolazione non-religiosa per mantenere alto il livello di santità e non esporsi a stili di vita diversi dalla loro osservanza religiosa. I cappelli neri a falda larga, le lunghe barbe e i riccioli sulle tempie sono i segni distintivi di una comunità che, nelle sue frange più estreme, non riconosce il sionismo e lo Stato d’Israele, ma che ormai rappresenta un terzo della popolazione ed è demograficamente in crescita.

Nonostante questa presa di distanza dalle autorità centrali, gli haredim godono di alcuni privilegi fin dalla fondazione dello Stato di Israele quando, con un accordo tra David Ben Gurion e i leader ultraortodossi dell’epoca, si stabili che questi potevano rimandare il servizio militare, ottenere sussidi per le famiglie e le loro scuole per «conservare la memoria della Torah». Ma la conseguenza di questi aiuti nel tempo ha portato ad un’altissima percentuale di «mantenuti» che sopravvive grazie ai sussidi e che dedica tutto il tempo allo studio delle scritture e all’osservanza delle leggi sacre.

I Padri fondatori, che erano d’ispirazione sionista laica e socialista, ottennero con questa intesa un appoggio politico che la Storia dimostrò fondamentale, ma nello stesso tempo crearono fin dalla nascita dello Stato ebraico una spaccatura tra le comunità ultraortodosse e la collettività laica e produttiva, privilegi mal tollerati che costano alla comunità un miliardo di dollari l’anno. Il movimento degli indignati del 2011 che riempì tutte le piazze di Israele contestava proprio queste disparità.

La rigida segregazione sessuale delle comunità di timorati ha obbligato le compagnie pubbliche a istituire in alcuni quartieri della Holy City bus con ingressi e sedili separati da usare «volontariamente». La compagnia Egged nei percorsi più lunghi voleva introdurre schermi con la connessione internet per i passeggeri, ma i religiosi sono insorti minacciando il boicottaggio dell’azienda e non se n’è fatto più nulla. In tutti gli alberghi e in numerosi condomini di Israele ci sono gli ascensori per lo shabbat: non c’è bisogno di premere i pulsanti, dal tramonto del venerdì sera a quello del sabato si fermano automaticamente ad ogni piano. Per il timorato anche premere il pulsante il sabato è considerato un lavoro. Nelle scuole talmudiche, le yeshivot, ai ragazzi è vietato lo smartphone: pericoloso lasciarli nelle mani dei ragazzi, nel web potrebbero incappare in immagini che «potrebbero provocare turbamenti».

Ma perché gli haredim hanno scelto di indossare cappelli che sembrano tolti da un vecchio romanzo russo? La risposta è nella tradizione orale ebraica – Midrash -, secondo la quale gli ebrei furono redenti dalla schiavitù egiziana per merito di tre cose, una delle quali era «che non cambiarono il loro modo di vestire». II guardaroba ebraico è evidentemente cambiato dai tempi dei faraoni a quelli degli zar, ma per diverse ragioni l’orologio del vestiario maschile ultraortodosso si è fermato intorno a quel periodo: in ogni caso l’abbigliamento per gli ultraortodossi ha significati simbolici e spirituali.

II cappello è certamente il tratto distintivo immediato degli ebrei ortodossi che si muovono per le strade di Mea Shearim, il quartiere delle «cento porte» di Gerusalemme dove le prime comunità si sono insediate fin dalla fine dell’Ottocento. Gli ebrei osservanti devono stare sempre a capo coperto; alcuni si limitano alla kippà; gli ortodossi indossano cappelli di feltro nero; talvolta, di Shabbat e nelle feste, lo streimel in pelliccia, qualunque sia la stagione. La maggior parte indossa cappelli che a prima vista sembrano tutti uguali. Ma nella foggia ci sono, quasi invisibili, delle differenze che finiscono per dare l’identità di chi lo indossa: un millimetro in più o in meno nella larghezza della tesa, la forma della cupola, il nastro, una piega nella parte posteriore, una consistenza diversa del feltro. Ci sono almeno cento diversi modelli, ogni gruppo haredim ha il suo e ogni yeshiva – la scuola talmudica – sceglie il suo stile. Oltre alle varie consistenze del feltro, ci sono dieci diversi tipi di tesa, quattro tipi di finiture della bordatura, otto tipi di fascia e sei misure di altezza della testa. Un mercato che vale tra Israele e Stati Uniti diverse decine di milioni di dollari l’anno. Non a caso la Borsalino – il brand di cappelli più famoso e blasonato nel mondo – ha una linea dedicata solo al mercato ortodosso fin dagli inizi del Novecento. Nelle sue eleganti vetrine sulla via Yechezkel di Mea Shearim sono esposti, quasi, tutti i sogni proibiti dei ragazzi haredim di Gerusalemme.

Il Venerdì di Repubblica – 7.11.14