Non c’è teshuvà con la depressione | Kolòt-Voci

Non c’è teshuvà con la depressione

Una lezione tratta dagli insegnamenti di rav Shlomo Wolbe (1914-2005) uno degli ultimi maestri del movimento del Mussàr, che con una forte caratterizzazione psicologica, pone l’etica e i rapporti interpersonali al centro della vita ebraica

Rav Shlomo Wolbe

Rav Shlomo Wolbe

Dopo la festa di Rosh Hashana e durante il cosiddetto periodo dei “Dieci terribili giorni di pentimento”, molte persone possono cadere in un leggero stato di depressione semplicemente pensando che la data di Yom Kippùr si sta rapidamente avvicinando. Queste persone sanno bene che cosa ci si aspetta da loro, ma semplicemente sentono che non riescono a vivere seguendo le regole dettate da Dio, oppure si sono convinte che il loro livello di spiritualità sia così basso da impedire che mai le loro colpe potranno essere perdonate.

È però sicuro che il primo passo nel processo di pentimento si può concretizzare solo con il totale annullamento dei questi due concetti; è vero che ognuno viene giudicato e ritenuto responsabile delle proprie azioni, ma è altrettanto vero che nessuno può raggiungere il punto oltre il quale non si possa più correggere la propria situazione.

Rav Wolbe (Ma’amarè Yemè Ratzòn pag. 69) cita il seguente versetto  (Devarìm 21, 22-23 )

“Quando un individuo avrà commesso un delitto passibile della pena di morte e sarà giustiziato, lo appenderai ad un albero. Ma il suo cadavere non lo dovrai far pernottare sull’albero, lo devi seppellire in quello stesso giorno perche’ il cadavere appeso è causa di maledizione da parte di D-o e tu non renderai impuro il territorio… “

Rashì spiega questo versetto con una parabola:

C’erano due gemelli identici, ognuno dei quali percorse la propria strada di vita. Uno di loro diventò re mentre l’altro diventò un bandito, che fu poi catturato e impiccato. Tutti quelli però che avevano visto l’uomo impiccato, avevano pensato che fosse proprio il re.

Analogamente, lasciare su un albero il corpo di una persona creata a  immagine e somiglianza del nostro Creatore, è un’offesa al Creatore stesso.

La Torà si riferisce in maniera specifica a una persona che sia stata lapidata o impiccata a seguito di una grave trasgressione, ma questa persona comunque è stata creata a immagine e somiglianza divina. Questo concetto può essere però applicato a ogni tipo di trasgressione. Quindi non ci sono ragioni né per essere depressi, né per sentirsi abbandonati.

Anche se una persona reputa di trovarsi al livello spirituale  più basso e più squallido, deve sapere e credere che il suo livello di spiritualità e santità – kedushà, rimane comunque intatto. È proprio questa consapevolezza il primo gradino del processo di  teshuvà e occorre ripetersi questa idea fino a farla penetrare ed echeggiare profondamente  in noi stessi. I nostri Maestri ci dicono che dove si trova la nostra teshuvà, non si trova nemmeno la rettitudine più perfetta. 

Anche se questo esercizio può non essere necessariamente il mezzo per raggiungere la perfetta rettitudine, chi fa teshuvà deve per un attimo elevare se stesso e “bussare” nel  “posto” spirituale più alto. Questo è il “posto” dell’aspetto di kedushà, la quale rimane santa e integra anche quando si insiste nei comportamenti negativi.

Dietro le molte barriere create dagli stessi peccati, questo “posto” può essere trovato nel profondo di ogni persona, che ha così comunque la possibilità di di raggiungere i più alti e puri livelli di spiritualità.

Chovòt Halevavòt scrive:

“Come un uccellino può vagare senza meta allontananndosi dal  nido, un uomo può vagare lontano dal suo “posto”.

Il trasgressore deve perciò, dopo essersi smarrito, far ritorno a casa e ritrovare la molla per la sua crescita spirituale.

Rabbènu Yonà (Sha’arè Teshuvà, Shaar 1, 10), quando descrive il forte rimorso che è la premessa della teshuvà, dice che una persona deve riflettere sul seguente concetto:

Capisco come il Creatore abbia soffiato nelle mie narici l’anima vivente che contiene la saggezza del cuore e la chiarezza della mente, per riconoscere Lui, per aver timore di Lui, per conoscere tutti i precetti per il nostro corpo e tutte le loro sfaccettature. Corpo al quale Dio ha donato il dominio al di sopra di tutte le altre creature che non parlano, perché l’onore dell’uomo è prezioso ai Suoi occhi.

Rav Wolbe ci fa notare come sia chiaro anche da ciò che scrive Rabbènu Yonà, che una persona debba conoscere questi principi prima di scusarsi per i suoi peccati. Senza la consapevolezza di quanto una persona sia interiormente grande, nessuno potrà mai raggiungere la piena teshuvà.

I “Dieci terribili giorni di pentimento” e il giorno del digiuno di Kippùr ci offrono una grandiosa opportunità per raggiungere la piena teshuvà e la vicinanza a Dio; non potremo però godere di questa finché non realizzeremo che il vero “posto” è vicino solo alla santità e non al peccato. Riflettere su questo ci darà lo sprone a far sì che questi giorni preziosi ci permettano di ritornare a quella che noi sappiamo riconoscere come “casa”.

Bais Hamussar Newsletter #446 – Traduzione di W. Borghini per Kolòt