La geniale umiltà del Gaon di Vilna | Kolòt-Voci

La geniale umiltà del Gaon di Vilna

“Chi sono io perché la gente debba ascoltarmi?”, ripeteva. Una modestia leggendaria, genio dotato di una portentosa erudizione, il Gaon di Vilna fu uno dei pilastri del rabbinismo ortodosso, critico dell’approccio chassidico e del pensiero del Baal Shem Tov. In un secolo attraversato dai sussulti dell’illuminismo, rinnovò dall’interno l’esperienza ebraica. 

Alberto Moshe Somekh

Vilna GaonIl Settecento illuminista, e in generale il XVIII secolo in Europa, coincise anche per il mondo ebraico con un’epoca di grandi trasformazioni. L’elevazione degli Ebrei a cittadini di pieno diritto, dopo secoli di discriminazioni, nonché l’impatto con le moderne idee liberali e razionaliste, provocarono due tipi di reazione: alcuni posero l’accento sui testi religiosi tradizionali, soprattutto il Talmud, mentre altri scelsero di diventare “cittadini del mondo di fede mosaica” e adottarono un ebraismo più annacquato. Il dibattito cominciò sul piano culturale: gli esponenti della Haskalah (l’illuminismo ebraico,ndr), proposero una rilettura in chiave filologica moderna della Tradizione, ricercando in essa valori e filoni alternativi (il Tanach, la storia, la filosofia, la lingua e la letteratura), agli studi talmudici classici. Ma la divisione avrebbe avuto conseguenze pratiche in tempi assai brevi, nel momento in cui all’Ortodossia si sarebbe affiancata la Riforma. Gli Ortodossi, viceversa, si distinguevano da tutte le altre correnti per il fatto di elevare lo studio del Talmud a valore fondante. Quasi ovunque l’Ortodossia reagì alle innovazioni e alla penetrazione della cultura laica, rafforzando ulteriormente lo studio del Talmud e l’osservanza della Halakhah: soprattutto attraverso l’adozione di istituzioni separate e scuole dedicate all’approfondimento del Talmud. Nell’epoca di cui ci stiamo occupando, il Settecento, questa corrente ebbe il suo centro soprattutto in Lituania. Mentre in Polonia, la reazione al razionalismo sortì il Chassidismo, il movimento popolare fondato da R. Israel Ba’al Shem Tov e basato, almeno all’origine, più su un’adesione sentimentale alla preghiera e alla gioia spontanea che non sullo studio approfondito dei testi. Anche in questo caso, peraltro, si consolidò una nuova forma di aggregazione sociale, poiché la Comunità chassidica era diversa dal tradizionale tipo di Comunità Ebraica.

È in questa temperie storica che si fa largo la figura di R. Eliahu ben Shelomoh Zalman, detto “il Gaon di Vilna” (acronimo: ha-G.R.A., ha-Gaon Rabbì Eliahu). Nato a Selets, nella provincia di Grodno, nel 1720 (5480), discendente di una famiglia di eminenti Rabbini, fu un bambino prodigio: a sei anni e mezzo pronunciò una derashah nella Sinagoga di Vilna rispondendo puntualmente a tutti i quesiti che il Rabbino gli aveva posto. A sette anni fu condotto da R. Moshe Margulies di Keidany di cui per qualche tempo fu il discepolo, ma in realtà studiava per conto proprio, cosa che gli consentì una notevole indipendenza metodologica rispetto alle scuole talmudiche del suo tempo. Oltre al Tanach e al Talmud si dedicò precocemente allo studio della Qabbalah: a 13 anni gli viene persino attribuito un tentativo di creazione di un gòlem, dal quale avrebbe desistito a seguito di una apparizione. Allo scopo di comprendere meglio taluni passi del Talmud studiò astronomia, geometria, algebra, geografia e medicina, senza trascurare lo studio della grammatica ebraica, rivelandosi un autentico genio.

Sposatosi intorno ai 18 anni, si trasferì a Vilna ove sarebbe rimasto fino alla morte (1797-5557), trascorrendo la maggior parte del suo tempo chiuso in una stanzetta a studiare giorno e notte. Poteva contare fra l’altro sul mantenimento da parte della Comunità Ebraica, che gli forniva uno stipendio superiore a quello dei propri Rabbini, a loro volta numerosi e quotati, a testimonianza del prestigio personale di cui Eliahu godeva, per quanto non occupasse alcuna carica pubblica. Si racconta come anche di giorno chiudesse le persiane della finestra per non avere distrazioni e di come preferisse studiare a lume di candela in pieno pomeriggio. D’inverno rinunciava al riscaldamento tenendo i piedi nell’acqua fredda onde evitare di addormentarsi: non dormiva più di due ore per notte e mai più di mezz’ora di seguito! Nel 1768, un suo ricco parente acquistò per lui un locale adiacente a casa sua che divenne il Bet Midrash in cui il Gaon studiava insieme ai suoi allievi, il più importante dei quali fu R. Chayim da Volozhin. Per il resto aveva pochissimi contatti. Benché il suo parere fosse spesso richiesto anche sulla scena pubblica, la sua modestia era tale per cui era solito schermirsi: “Chi sono io perché la gente debba ascoltarmi?”. Allorché il Chassidismo cominciò a prender piede in Lituania, il Gaon gli si oppose strenuamente, considerandolo un potenziale pericolo per l’unità della Comunità. A nulla valsero i tentativi dei leaders del movimento, in particolare R. Shneur Zalman di Lyadi, di dimostrargli che il pensiero chassidico non era in contrasto con l’Ebraismo tradizionale: R. Eliahu rifiutò di incontrarli. Le Sinagoghe chassidiche furono chiuse a Vilna e il “Testamento di R. Israel Ba’al Shem Tov” fu dato alle fiamme. La controversia si trascinò fino al punto che i sostenitori del Chassidismo si appellarono alle autorità statali perché al Gaon non fosse più erogato lo stipendio, ma perdettero la causa e furono imprigionati.

Tale opposizione non va interpretata peraltro in termini “razionalistici”. Il Chassidismo stesso ne guadagnò: “fu soprattutto per la sua risoluta presa di posizione e per la sua enorme autorità che il chassidismo stesso…, senza perdere il calore e l’entusiasmo caratteristici, diventò uno dei maggiori pilastri del rabbinismo” (I. Epstein). “Il Gaon di Vilna fu la massima forza intellettuale e spirituale dell’Ebraismo rabbinico dopo Maimonide”. Non c’è argomento di rilievo per l’Ebraismo su cui il Gaon non abbia lasciato qualche scritto. Compose circa 70 opere in cuì spaziò dalla Bibbia alla Mishnah, al Talmud e allo Zòhar. La sua opera più importante fu forse il suo commento (Beùr) allo Shulchan ‘Arukh: la Torah è eterna e va mantenuta anche nei più piccoli dettagli della Halakhah, mentre chiunque ne trascura anche un solo particolare lede i fondamenti dell’insegnamento divino nel suo complesso. “Tutto ciò che fu, è e sarà, è compreso nella Torah”, diceva: ciò basta a spiegare anche il suo grande interesse per le scienze profane. “Se un uomo è ignorante nelle scienze profane, sarà cento volte più ignorante nella Torah, perché la Torah e le scienze vanno assieme”. Incoraggiò una traduzione ebraica degli scritti di Giuseppe Flavio, perché li considerava utili alla comprensione di numerosi riferimenti storici nella Mishnah e nel Talmud.

Si oppose allo studio della filosofia, considerandola potenzialmente pericolosa per l’integrità della fede. Se non si registrano episodi di rilievo in cui il Gaon si oppose alla Haskalah, dalla quale certo era lontanissimo, lo si deve essenzialmente al fatto che questo movimento era allora ai suoi primordi e si collocava ancora entro i limiti dell’Ebraismo tradizionale. Fu anche il primo ad introdurre criteri filologici nello studio del Talmud e molti suoi emendamenti, che resero assai più comprensibile il testo, sono stati confermati da manoscritti scoperti più tardi. Non esitò a dare una nuova lettura di determinate halakhot basandosi sulla comparazione di versioni differenti della medesima fonte. Tale attività rese possibile un’edizione unificata del Talmud babilonese, corredata dai principali commenti medioevali, la cui impaginazione, peraltro risalente all’edizione veneziana del 1520, resta ancora oggi un punto di riferimento universale. Si deve inoltre al suo geniale discepolo, R. Chayim di Volozhin, la nascita della moderna Yeshivah: una scuola talmudica non più, come il cheder o il Talmud Torah, al servizio della sola piccola Comunità di appartenenza, ma di ampio respiro, in grado di formare intere generazioni di studiosi che portassero avanti la Torah, una volta demolite le mura dei ghetti. Le Yeshivot del nuovo tipo preferivano ormai una collocazione distante, anche geograficamente, dalle grandi Comunità secolarizzate, ed erano frequentate da discepoli perlopiù non aventi alcun rapporto con la locale Comunità. Erano finanziate e amministrate in modo completamente autonomo, realizzando di fatto una nuova forma di aggregazione, sconosciuta all’ebraismo precedente.

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