Shavu‘ot: una festa tra nomi e ricordi | Kolòt-Voci

Shavu‘ot: una festa tra nomi e ricordi

Adolfo Locci*

Adolfo LocciIl Mattan Torà, il dono della Torà sul Sinai, è certamente un tema centrale nella Torà. Il monte Sinai è ricordato come il luogo della rivelazione divina e della stipulazione del patto tra Dio e il popolo d’Israele, il luogo dell’ascolto degli ‘Aseret Hadiberot, le Dieci Parole (Esodo 19). E’ dunque curioso il fatto che negli altri libri biblici, ci sia stata una sorta di diminuzione del ricordo di questo fondamentale evento. Ci sono cenni in ‘Ezra e Nechemia (cap. 9:13: “Sei sceso sul monte Sinai a parlare con loro dal cielo”), nel profeta Malachia (cap. 3:22: “Ricordatevi della Torà di Mosè, mio ​​servo, che gli ho comandato sul monte Chorev, per tutto Israele, statuti e sentenze”, nel libro dei Giudici nella cantica di Deborah (cap. 5:4-5: “La terra tremò, anche i cieli gocciolarono…trasudano acqua le montagne davanti al Signore che era sul Sinai”) e nella cantica simile del Salmo 68. Questi pochi riferimenti, non solo indicano un dato forse rilevante per definire quanto sia radicato il ricordo Mattan Torà nel resto della Bibbia ma, soprattutto, sollecitano una riflessione sul rapporto tra la promulgazione della Torà sul Sinai e la festa di Shavu‘ot.

In quattro dei cinque libri della Torà, appaiono i tre dei nomi della festa:

1.     “Chag Haqatzir, la festa della mietitura, quella delle primizie dei tuoi lavori agricoli che avrai seminato nei campi…” (Esodo 23:16);

2.     “Celebrerai Chag Shavu‘ot, la festa delle settimane, per le primizie della raccolta del frumento… (Esodo 34:22);

3.     “Conterete per voi all’indomani del sabato…sette settimane complete. Fino all’indomani del settimo sabato conterete chamishym yom, cinquanta giorni…” (Levitico 23:15-16);

4.     “E celebrerai Chag Shavu‘ot, la festa delle settimane, per l’Eterno tuo Dio…” (Deuteronomio 16:10).

E’ interessante notare che il libro del Levitico, presenti i dettagli della festa senza fare menzione alcuna degli altri appellativi della festa. Tuttavia, quel verso, potrebbe costituire la fonte dell’origine di un altro nome, “Chag Hachamishim – festa dei cinquanta (giorni)”. E’ probabile che, anche per questo, Giuseppe Flavio ricordi così la festa di Shavu‘ot: “…il cinquantesimo giorno, che è chiamato dagli ebrei ‘Atzartà” e che il Midrash (Pesiqtà Zutrà), commentando il verso “e convocherete in questo giorno… (Levitico 23:21), affermi che “questo è il cinquantesimo giorno, il giorno in cui Israele è stato davanti al monte Sinai per ricevere la Torà”.

Dai maestri, Shavu‘ot è chiamata in due modi: “‘Atzeret, chiusura” e “Mattan Torà, dono della Torà”. Il nome ‘Atzeret è menzionato nella Torà, ma non in collegamento con Shavu‘ot, è il giorno di chiusura delle feste di Sukkot “nell’ottavo giorno…è – ‘Atzeret – sacra riunione per voi…” (Levitico 23:36) e Pesach “sei giorni mangerai pane azzimo e il settimo giorno – ‘Atzeret – vi sarà una riunione in onore dell’Eterno tuo Dio” (Deuteronomio 16:8). La parola ‘Atzeret può dunque significare: 1. riunione, solenne assemblea; 2. chiusura, arresto, oppure, collegamento, aderenza.

Nel Talmud (Pesachim 68b) si discute per quali feste ci sia l’obbligo della gioia: “Rabbì El‘azar sosteneva che tutti fossero d’accordo che di ‘Atzeret si debba gioire (attraverso la mitzwà del pranzo festivo; cfr. Rash”y in loco). Per quale motivo? Perché è il giorno in cui è stata donata la Torà”. Rabbì El‘azar, allora, doveva aveva ricevuto l’insegnamento che tra la festa di Shavu‘ot, anche chiamata ‘Atzeret, e il giorno del Mattan Torà, ci fosse una relazione che, tuttavia, non è stata espressa dalla Torà scritta. Al riguardo si è interrogato Rabbì Yitzhaq ‘Arama (Zamora c. 1420 – Napoli 1494) in un suo commento filosofico alla Torà intitolato ‘Aqedat Ytzchaq:

“…perché non è scritto nella Torà che in questo giorno dobbiamo ricordare il dono della Torà e il suo ricevimento, com’è stato poi trasmesso dai maestri attraverso quanto fissato nelle preghiere (nella tefillà si aggiunge la frase “…la festa di Shavu‘ot, tempo in cui fu donata la nostra Torà”) e per la lettura della Torà di questo giorno (la parte della parashà di Ytrò in cui si parla della promulgazione del Decalogo)? Il ricordo del dono e ricevimento della Torà, non deve essere circoscritto solo a un giorno o a un momento, come avviene per le simbologie delle altre feste, ci si ricorda della Torà in qualsiasi giorno e in qualsiasi momento, com’è scritto: “Il libro della Torà non si allontanerà mai dalla tua bocca e vi mediterai giorno e notte (Giosuè 1:8)”.

Condividendo, forse, questa linea di pensiero, Don Ytzchaq Abravanel (Lisbona 1437 – Venezia 1508) ritiene che un collegamento diretto tra la festa e il dono della Torà, in effetti, non ci sia. Egli scrive, nel suo commento alla Torà, che “Shavu‘ot è la festa della mietitura e la Torà non ha bisogno di un giorno per essere ricordata, perché è testimone per se stessa. Comunque, pur non essendoci alcun dubbio che la Torà fu data di Shavu‘ot, la festa non è stata comandata per questo ricordo”. In sostanza, come ogni giorno dobbiamo ricordarci dell’uscita dall’Egitto, ogni giorno abbiamo il dovere di rinnovarci e accettare la Torà, dimostrando la stessa statura morale manifestata nel giorno in cui è stata donata ai nostri padri.

Tra le varie motivazioni portate a spiegare perchè il ricordo del “Mahamad Har Sinay” si sia diradato nel testo biblico, c’è anche quella del Chet Ha’eghel – la colpa del vitello d’oro, commessa quaranta giorni dopo quel meraviglioso avvenimento. La rottura delle tavole del patto e l’uccisione dei peccatori furono la conseguenza di quella grave azione che Mosè, nel Deuteronomio (9:7-8), rievoca in questi termini: “Ricorda, non dimenticare mai quanto hai provocato l’Eterno tuo Signore nel deserto…avete provocato l’Eterno persino sul monte Chorev…”. L’atto d’idolatria compiuto nel luogo della rivelazione divina, ha gettato un velo d’ombra su quest’avvenimento e fatto, di conseguenza, diminuire quella qualità spirituale dei figli d’Israele che li aveva contraddistinti ai piedi del monte Sinai.

Visto la vicinanza e la connessione tra questi due episodi, è forse lecito domandarci se l’uso di celebrare un Tiqqun (letteralmente “riparazione”; un formulario di brani biblici e di preghiere di supplica) la sera di Shavu‘ot, sia nato per espiare la colpa del vitello d’oro e per togliere quel velo d’ombra dal Mahamad Har Sinay. E’ noto che l’origine del Tiqqun di Shavu’ot abbia avuto luogo presso i cabalisti del XVI secolo a Salonicco e Safed e che, da lì, l’uso si diffuse in diverse chaburoth (riunioni di studiosi mistici; a Padova c’era quella istituita da Moshè Chayym Luzzatto chiamata Mevaqshè Hashem – Ricercatori di Dio). E’ altrettanto noto che il motivo di questa istituzione, è stato legato a un’altra colpa dei figli d’Israele, come riferisce il Midrash (Shir Hashirim Rabbà 1:12:2), quella di essersi fatti trovare ancora a dormire all’arrivo del Signore che li ha dovuti anche svegliare con suoni fragorosi di tuoni e fulmini, trombe e corni di ariete (Esodo 19:16-17). Nonostante questa sia considerata dai molti la fonte dell’uso di recitare il Tiqqun la sera di Shavu‘ot, alcuni studiosi non solo ritengono che la storia del vitello d’oro possa avere un serio collegamento con questo minhag, ma che questo episodio possa avere avuto grande influenza sul fatto che negli altri libri del Tanakh ci sia stata una diminuzione del ricordo del Mattan Torà e che, nella Torà, la festa di Shavu‘ot non sia stata esplicitamente ad esso collegata.

Un’ultima considerazione: la festa di Shavu‘ot, la festa del dono della Torà senza una mitzwà che la contraddistingua, vuole forse dirci che l’ebraismo può essere considerato vivo quando non è vissuto “solo” in eventi eclatanti in cui far convogliare la nostra forza spirituale per poi esaurirla “solennemente” in quell’unico momento, ma quando lo studio, l’insegnamento della Torà e l’osservanza delle mitzwoth sono parte costitutiva di tutti i giorni della nostra vita…

Erev Shavu‘ot 5774 – 2 Giugno 2014

*Rabbino Capo a Padova