Sinistra per Israele: “Meotti? Un libro poco utile” | Kolòt-Voci

Sinistra per Israele: “Meotti? Un libro poco utile”

In esclusiva per Kolot, anche da Sinistra per Israele (dove perlomeno il libro l’hanno letto) arriva una gentile, ma ferma stroncatura del libro “Ebrei contro Israele

Francesco Maria Mariotti*

SxISeguo Giulio Meotti abbastanza assiduamente sul blog che tiene nelle pagine web del Foglio, e in passato ho trovato molto interessanti alcune sue prese di posizione, per esempio sul rischio di autocensura che può esserci per l’Occidente di fronte ad alcune forme di integralismo islamico (qui per esempio una citazione di un suo articolo sul mio blog). Ho preso quindi in mano il suo ultimo libro, “Ebrei contro Israele”, edito da Belforte, con interesse, naturalmente anche incuriosito dalle varie polemiche che sono seguite alla pubblicazione; ammetto, da simpatizzante e militante di Sinistra per Israele, anche con una sorta di pregiudizio per il quale pensavo: “Mi arrabbierò, leggendolo”, insieme però sperando: “ne trarrò frutto, se la polemica è ben indirizzata”.

Purtroppo non è stato così: leggendo il libro di Meotti ho avuto l’impressione di un'”occasione mancata”; avrei preferito “arrabbiarmi” e però riuscire a trarre argomenti di riflessione che sicuramente sarebbero utilissimi, in un momento in cui Israele e e gli ebrei rischiano quotidianamente di tornare nel mirino di svariati nemici (è di poche ore fa la notizia di un orrendo attentato antisemita a Bruxelles).
Provo a spiegare le ragioni della mia perplessità: il libro di Meotti è un’accusa verso una galassia di posizioni critiche verso Israele, testimoniate in vario modo da uomini e donne di tradizione e origini ebraiche; tali posizioni vengono classificate da Meotti tutte come antisioniste, e accusate di “legittimare” – proprio perché espresse in ambito ebraico – in generale l’antisionismo  e anche l’antisemitismo.
Forza particolare viene messa nell’accusa a una parte della Diaspora, rimproverata dall’autore di volersi presentare come progressista a spese di Israele; alcuni di questi esponenti si mostrerebbero nemici dello stato ebraico, addirittura – secondo l’autore – sposando quella sorta di paradosso nefasto di assimilazione al nazismo per cui “i perseguitati di un tempo sono diventati persecutori oggi”. Gli esempi che Meotti fa sono molteplici, presi da diversi punti della storia recente e da diversi punti del globo.
Proprio questa ricchezza apparente di esempi, a mio avviso, da ipotetico punto di forza per quella che poteva essere un’utilissima discussione si fa invece punto di debolezza: il testo di Meotti ha infatti una particolare costruzione, anzi forse una non-costruzione (in alcuni punti, per esempio pp. 78 e 80 nella doppia citazione di Sion Segre Amar, si ha l’impressione che il testo poteva essere meglio coordinato), per cui la narrazione è continua, un capitolo unico come scritto di getto. In questo flusso le citazioni degli episodi sono brevi, molteplici, e poco ordinati. Ricchezza di contenuto? Purtroppo non è questa l’impressione che se ne ha, piuttosto diventa difficile una analisi seria e approfondita dell’argomento.
Mettere assieme tante posizioni diverse rischia di appiattire tutto in una macrocategoria troppo generica e poco significativa: già Gadi Luzzato su Moked ha scritto della difficoltà di delimitare la categoria degli “accusati” (gli “ebrei di sinistra”), ma è proprio anche l’accusa a essere un po’ troppo generale.
Forse per affrontare con il giusto scrupolo un problema così importante (ed era ed è fondamentale occuparsi della questione, perché il nodo problematico c’è) andrebbero distinte con attenzione le semplici prese di distanza, dalle critiche, e le critiche (graduando le diverse gravità) dai veri e propri attacchi allo stato di Israele. Appiattire tutto non aiuta a capire, e quindi a curare. E’ come se un medico desse la stessa diagnosi di fronte ai sintomi di un raffreddore di stagione come di fronte a una broncopolmonite acuta; si perde la capacità di intervento, o si sprecano risorse preziose.
L’appiattimento non è solo dato nella semplificazione di diverse tipologie di critiche, che andrebbero meglio contestualizzate; è dato anche dal trattare nelle stesse pagine e con poca distinzione – critiche di momenti storici molto diversi fra loro. Anche qui, il rischio è di perdere specificità e complessità che – lungi dal giustificare – però potrebbero aiutare a comprendere, delimitare, capire. Invece nel flusso di Meotti c’è il rischio di perdersi e di perdere elementi importanti di comprensione, anche dei percorsi dei singoli.
Per esempio di Gad Lerner (in particolare pp. da 58 a 66, anche qui citazioni mescolate ad altre, forse anche qui il testo poteva essere rivisto e meglio coordinato) vengono ricordati un intervento recente contro i vertici delle comunità ebraiche (p.64), il suo articolo per il Manifesto scritto nel 1982 (p.65), e – ad apparente dimostrazione di un atteggiamento troppo “astratto” e “cosmopolita” – il suo libro Scintille (pp.58-60). Mi pare non venga ricordato, però, un intervento sul Manifesto che sollecitava la sinistra a fare i conti con l’orrore del terrorismo islamista (“Il terrore che voi non capite”, del 4 aprile 2002), che aprì un serio dibattito nell’area politica progressista.
Lerner scriveva fra l’altro: “(…) Credo innanzitutto che la vostra storia vi imponga il dovere di fare i conti con la nostra paura: la paura di quell’arma nuova – il corpo umano dei cosiddetti «martiri» trasformato in arma esplosiva – che ribalta in impotenza la superiorità militare israeliana e per la prima volta rende verosimile la vittoria del terrorismo, cioè la distruzione dello Stato ebraico nel giro dei prossimi quindici-vent’anni.(…) Oggi davvero non è lecito schierarsi unilateralmente al fianco dei palestinesi, fingendo di ignorare il peso assunto dentro a quella popolazione oppressa – fin nelle strutture militari di al Fatah – dalle posizioni fondamentaliste e dalla strategia del terrorismo suicida.(…)
Dimenticare o ridurre quella posizione di Lerner, ma – al di là di questo caso specifico, più in generale – scrivere di posizioni collocate in diversi momenti storici, come se fossero tutte uguali, fa correre un gravissimo rischio all’autore, e quindi al lettore che magari non ha tutti gli strumenti (o la memoria) per valutare le posizioni nel loro contesto: quello di semplificare, quello di non vedere anche l’evoluzione – sia personale che collettiva – che su questo problema c’è stata.
Proprio a sinistra, forse anche con un minimo merito dell’associazione Sinistra per Israele, le posizioni sono cambiate in questi anni; pensare che le idee di oggi siano esattamente quelle di ieri fa torto all’impegno di tanti militanti e dirigenti – penso a Giorgio Napolitano e Piero Fassino, per dire dei nomi più “importanti” – che hanno difeso Israele anche in momenti molto difficili, e che hanno portato comunque a risultati non indifferenti. Oggi in uno spazio ampio della sinistra, pur con molte contraddizioni da risolvere, Israele non è più sentito come “corpo estraneo”; e questo anche perché ci sono voci in Israele come quelle di Grossman, Yehoshua, Oz; e forse anche perché in Italia ci sono stati Primo Levi e Natalia Ginzburg, e oggi ci sono Gad Lerner, Moni Ovadia, Stefano Levi Della Torre, e David Bidussa, che – da posizioni molto diverse fra loro – aiutano a riflettere.
La rabbia e l’accusa che vengono agitate da Meotti meritano attenzione, perché alcuni dei problemi che si vorrebbero evidenziare sono veri, e gravi; proprio per questo però, la sola indignazione morale, non integrata da un’analisi attenta e anche da un necessario “distacco”, rischia di essere più dannosa che positiva.
L’opera di Meotti purtroppo non riesce a “provocare positivamente”, e – come dicevo – si ha l’impressione di un’occasione mancata.
La difesa di Israele merita attenzione e impegno, e anche il cercare di connettere tutte le forze che si oppongono alla follia dell’islamismo più radicale o dell’antisemitismo nostrano. Non è il caso di disperdere le forze in polemiche malcostruite.
*Francesco Maria Mariotti ha contribuito a rifondare Sinistra per Israele, e partecipa alle attività della sezione di Milano. Tiene un blog nel quale si occupa “da dilettante” anche di questioni internazionali. Le opinioni riportate nell’articolo sono personali e non impegnano l’associazione..