Pèsach: Il sangue della salvezza | Kolòt-Voci

Pèsach: Il sangue della salvezza

David Piazza

DavidPiazzaNel Midràsh Mekhiltà troviamo una singolare discussione tra Rabbi Natàn e Rabbì Itzchàk: dove venne apposto il sangue che agli ebrei venne chiesto di dipingere sugli stipiti, alla vigilia dell’uscita dall’Egitto? Rabbì Natàn sosteneva che era stato dipinto all’interno delle abitazioni, mentre Rabbì Itzchàk all’esterno.

Ci accorgeremo di come questo dettaglio abbia implicazioni profonde riguardo al forte messaggio su che cosa consista l’identità di un popolo che vive in minoranza tra altri popoli.

Innanzitutto sappiamo, dal racconto della Haggadà di Pesach, che un angelo inviato appositamente da Dio per punire gli egiziani e per salvare gli ebrei, passò oltre (“pasàch” – da cui uno tra i diversi significati del nome della ricorrenza) le case imbrattate con il sangue, segno che vi abitavano degli ebrei, e colpì invece le altre case, dove risiedevano gli egiziani. Tutti i primogeniti che si trovavano all’interno di quelle case morirono improvvisamente.

Solo a seguire il significato semplice del testo: abbiamo qui un primo segnale di una identità che viene manifestata. Stiamo già per dire che sicuramente il sangue era fuori, se non riflettessimo (e lo hanno già fatto per noi i nostri Maestri) sul fatto che un angelo non ha certo bisogno di “vedere” un segno posto dall’uomo. Lui sa che c’è, anche senza vederlo.

A sentire il razionalista Maimonide (Egitto, 12 sec.) il sacrificio pasquale dei capretti, dal quale si sarebbe ricavato il sangue per tingere gli stipiti, è un preciso segnale anti-idolatrico: le popolazioni egizie, infatti, adoravano religiosamente questi animali. Per di più il mese di nissàn capita sotto il segno zodiacale dell’ariete. Addirittura, secondo Maimonide, il fatto che i sacrifici del Santuario di Gerusalemme fossero principalmente compiuti su animali, sarebbe una misura precauzionale che Dio impone agli ebrei, per evitare che cadano nel culto proibito delle bestie (se qualcuno sorride pensando a chissà quale ingenuità arcaica, si provi a pensare agli scaffali dei moderni supermercati, dove i prodotti per animali domestici guadagnano sempre più terreno su quelli per l’infanzia. NdT). Quindi possiamo trovare la salvezza dalla schiavitù, solo se sapremo combattere l’idolatria pagana della natura.

Il francese Chizkuni (13 sec.) ci stupisce invece con un’approfondita analisi del sacrificio stesso, quello pasquale, che ha lo stesso nome della ricorrenza: Pèsach. La Torà infatti ci descrive le strane modalità con le quali questo sacrificio andava compiuto e quindi consumato. Si doveva prendere un capretto al decimo giorno del mese di Nissàn, tenerlo legato per quattro giorni e quindi macellarlo verso sera. Doveva essere arrostito (quindi, per esempio, non bollito). Doveva essere consumato senza spezzarne le ossa. Doveva essere consumato in un gruppo famigliare e non in solitudine. Da notare che quasi tutti gli altri sacrifici comandati dalla Torà non hanno queste tre limitazioni.

Chizkunì interpreta queste caratteristiche come segnali di un’identità da costruire in opposizione palese a quella pagana, degli egiziani. Tenere legato un capretto per quattro giorni è di per sé un affronto agli egiziani che lo consideravano una divinità. Il capretto probabilmente belava e la sua voce si spargeva senza pudore, con timore di rappresaglie. La sera, il momento della macellazione, è il periodo del giorno in cui tutti tornano alle proprie case e c’è movimento nelle strade. Se si vuole tenere qualcosa nascosto non è il momento più adatto. La profanazione dell’oggetto idolatra non è dunque latente ma palese. Inoltre arrostire qualcosa vuol dire far entrare prepotentemente in gioco anche il senso dell’olfatto; si può essere ciechi, si può essere sordi, ma le narici egiziane devono captare il sacrilegio che viene compiuto.

Infine non spezzare le ossa significa rendere riconoscibile il fatto, anche dopo averlo compiuto. Senza che nessuno potesse dire: “In fondo di trattava solo di un pollo saporito”. Si doveva infine consumare insieme, perché nessuno potesse dire: “Sei stato tu!”. Si tratta della responsabilità collettiva che è la caratteristica etica portante di un popolo che si fonda sulla giustizia.

Un altro commentatore francese, Rashì (11 sec.) adotta un approccio diverso. Interpretando l’esodo dall’Egitto come il gesto di amore e di giustizia di Dio nei confronti del popolo ebraico, piuttosto che come la giusta punizione di un popolo oppressore e malvagio, si rende conto dell’inadeguatezza degli ebrei a meritare questa salvezza. La tradizione ebraica parla di trentanove gradini di impurità attraverso i quali gli ebrei sarebbero precipitati nei 210 anni di schiavitù e sterminio. C’è bisogno dunque di due precetti facili, che sintetizzino la volontà ebraica di riscatto. Entrambi sono basati sul sangue (anche se parliamo paradossalmente di un sangue “di vita” e non di uno “di morte”, come in altri culti). Rashì vede nella circoncisione e nel sacrificio pasquale questi due precetti. Il primo riguarda il nucleo famigliare, il microcosmo: è il momento in cui ogni bambino ebreo ne viene a far parte. Il secondo riguarda, come abbiamo già sentito, il popolo, il macrocosmo, il momento in cui si afferma la propria identità spirituale anti-idolatrica. Come il versetto “Sur merà vaasè tov” (fuggi dal male e compi il bene – Salmi 34, 15), Rashì vede prima il rifiuto dell’idolatria (sacrificio pasquale), poi l’accettazione della propria diversità fisica (circoncisione), che presagisce quella spirituale e culturale.

Capiamo forse ora le ragioni dei due rabbini del midràsh. Dipingere fuori voleva dire agire verso l’esterno. Dipingere dentro voleva dire agire sul proprio mondo interiore. Ma come abbiamo visto questi due atteggiamenti non sono altro che le due facce della stessa medaglia.

Che cosa rimane a noi ebrei, oggi, di questa discussione?

Il midràsh Mekhiltà spiega che la mezuzà, il piccolo astuccio che teniamo sugli stipiti delle porte, ha sublimato il sangue dipinto dai nostri avi in Egitto. Quel piccolo astuccio indica agli altri, che quella casa è diversa, è una casa di Torà. E solo se saremo coscienti della nostra identità, della nostra diversità, potremo affrontare serenamente, come uomini liberi, il mondo che ci circonda e contribuirvi.

Aprile 2001

Liberamente tratto da una lezione di Rav Zvi Shimon della Yeshivàt Har Etziòn

http://www.morasha.it/zehut/dp02_sangue.html