La Comunità che ci rappresenta | Kolòt-Voci

La Comunità che ci rappresenta

Chiamato a rappresentare un tempio che a Milano si è costruito una larga autonomia nei servizi religiosi, un iscritto si è visto ridurre un pensiero molto complesso in una breve e antipatica frase. Questa lettera di puntualizzazione è l’occasione per leggere un raro squarcio di dibattito comunitario vero. 

Sanino Vaturi

SerataKesher310Caro Presidente, le scrivo in risposta all’articolo firmato Roberto Zadik sul Bollettino del mese di Novembre in cui, commentando la tavola rotonda “Quale Comunità?”, scriveva che il sottoscritto, partecipante alla tavola rotonda come frequentatore del Tempio di via dei Gracchi, avrebbe asserito molto semplicemente che la Comunità non ci rappresenta. Il discorso è più articolato di quanto riferito nell’articolo e per questo ritengo doveroso fare un po’ di chiarezza, nell’interesse di una Comunità che troppo spesso vede la contrapposizione di “religiosi” e “laici”. Il problema va valutato alla luce dei cambiamenti demografici, etnici e socio economici degli ebrei residenti in Italia negli ultimi 50 anni, che hanno trasformato la Comunità Italiana in un insieme di etnie di varia provenienza e di diverso “attaccamento” alle regole dell’Ebraismo ortodosso. Da organismo chiamato a “rappresentare” gli Ebrei Italiani, un gruppo decisamente provato dalle vicende della Guerra, con le loro idee e aspettative, si è trasformato in organismo che deve rappresentare gli Ebrei residenti in Italia. Le cose sono sensibilmente cambiate.

Confermo che la Comunità non ci rappresenta se deve essere intesa come l’unico soggetto legittimato a erogare servizi legati al culto, istruzione e altro (kasheruth, mikve). È vero però il contrario e cioè che la Comunità ci rappresenta, nella misura in cui si comporti come un organismo impegnato nell’attività di “rappresentante” degli interessi degli Ebrei nei rapporti con lo Stato e con le forze politiche e si dedichi a erogare servizi di valenza sociale che per propria natura soddisfino la TOTALITA’ degli iscritti.

Il modello di Comunità esclusiva / centralizzata non sembra più essere efficace da tempo sia in Europa che in USA. In un contesto in cui sono molti i gruppi che si organizzano autonomamente con strutture proprie, la Comunità che vuole soddisfare le esigenze e aspettative di una maggioranza di elettori provenienti da una base molto eterogenea (religiosi e laici, ashkenaziti e sefarditi, giovani e meno giovani) finisce necessariamente per scontentare la minoranza. Su questo gradirei fare una parabola che bene illustra la situazione. Immaginiamo due Ebrei che si trovano a condividere una vacanza in barca in mezzo  al mare, uno più osservante e l’altro laico, dovendo decidere che tipo di carne approvvigionarsi per il viaggio. Secondo voi cosa dovrebbero fare? Comperare la carne kasher che costa più cara e che possono mangiare entrambi o quella taref che costa meno ma che può mangiare solo il laico? Come possiamo IMPORRE alla minoranza osservante di usufruire di servizi “ebraici” che non sono adeguati alle proprie esigenze perché concepiti e gestiti per soddisfare la maggioranza?

Da quando mondo è mondo, ci sono state in seno all’Ebraismo diverse correnti e punti di vista ma c’è sempre stato un solo modo di convivere: rispettarsi a vicenda. La cosa non è cosi banale visto che all’interno della Comunità monolitica non sono mancate occasioni in cui dover constatare come i goyim a volte rispettino gli Ebrei osservanti più di quanto non facciano certi Ebrei laici che non perdono occasione per ridicolizzare l’ebraismo osservante.

La Comunità monolitica è un organismo i cui rappresentanti vengono eletti ogni 4 anni. Ad ogni elezione si cambia orientamento e si critica la giunta precedente per avere peggiorato la situazione economica. Ne consegue che risulta impossibile portare avanti un programma che richieda investimenti significativi a tutela e  soddisfazione di minoranze più osservanti che hanno bisogno di servizi più costosi e metodi più rigorosi. Non volendo costringere la maggioranza a servizi più costosi e rigorosi, credo che il modello ideale di organizzazione rappresentativa sia quello “federale”: da un lato la Comunità Centrale che si occupa di erogare servizi specifici e che svolge funzioni specifiche (politiche, sociali e organizzative),  dall’altro lo sviluppo di strutture autonome autofinanziate che si organizzano attorno ai  propri utenti. Gli utenti pagano o raccolgono i fondi necessari e plasmano le strutture secondo le proprie esigenze e aspettative. Senza pretendere di reinventare la ruota, è facile constatare come questo sia stato il modello attorno al quale si è sviluppato e preservato l’Ebraismo durante 2000 anni.

Un ultimo accenno al metodo di raccolta fondi. Per 2000 anni non è stato necessario il metodo della “tassazione” mentre funzionava molto bene quello della “contribuzione volontaria”. Gli Ebrei del passato raccoglievano i soldi da chi poteva e voleva finanziare le istituzioni e in questo modo ciascun gruppo dava vita a strutture adeguate alle proprie esigenze. Nessuno si sentiva obbligato a pagare qualcosa in cui non credeva o che non condivideva e tutti contribuivano generosamente in proporzione alle proprie possibilità. Oggi vediamo invece numerosi Ebrei che pur disponendo di redditti e patrimoni rilevanti cercano di contribuire al minimo perché non credono giusto doverlo fare. In altre parole, non si riconoscono e non si sentono rappresentati dalla Comunità.

Bollettino – Febbraio 2014