Ebrei di Teheran, iraniani per paura | Kolòt-Voci

Ebrei di Teheran, iraniani per paura

Viaggiare senza capire. Un reportage che fa finta di non capire che una parola di troppo fa saltare la testa. “Ebrei a favore del nucleare iraniano”. Già.

Emiliano Bos

IranLe mani rugose di un anziano stringono un’edizione tascabile della Torah. Siamo in una delle sinagoghe di Teheran. Sorge all’angolo di Felestin street, via Palestina. Storia e toponomastica si strizzano l’occhio. Una riproduzione del Mosè di Michelangelo a carboncino. È il dono della studentessa-pittrice musulmana Azadeh Saqafia per esprimere riconoscenza alla comunità ebraica di Teheran, oggetto della sua tesi di laurea. Il profeta riconosciuto dalle tre religioni abramitiche siede accanto alla riproduzione delle pagine della Torah con i Dieci Comandamenti e alla fotografia dell’Imam Khomeini. Nel mezzo, la bandiera tricolore della Repubblica Islamica.

C’è un pezzo di passato millenario in questi pochi metri quadrati e forse anche un pezzo di futuro. All’esterno della sede della società ebraica iraniana nessuna insegna, in un’anonima palazzina del centro di Teheran. Sulle pareti della sala del Consiglio, foto color seppia ritraggono gli ebrei di Persia all’inizio secolo scorso. Ma per riavvolgere il nastro della loro storia, bisogna fare un rewind di quasi tre millenni di convivenza. Erano 150.000, la maggior parte sono fuggiti dopo la rivoluzione degli Ayatollah. Oggi sono circa diecimila, rappresentati in Parlamento. La Costituzione assegna un seggio alle minoranze religiose, come anche ad armeni, assiri e zoroastriani. “Fu un’emigrazione soprattutto economica” mi spiega l’unico deputato ebraico, il dottor Ciamak Morsedegh. Dirige un ospedale, negli Anni Ottanta da studente partì volontario come assistente medico durante la guerra con l’Iraq.

Dopo l’instaurazione della teocrazia islamica, ammette invece il capo della comunità, “chi mi ha preceduto su questa poltrona venne giustiziato. Abbiamo passato momenti difficili”. Ora – dice – va molto meglio. Luci ed ombre, anche se nessuno ne parla ad alta voce. Anche se si dichiarano “iraniani prima che ebrei”. Anche se persistono problemi di assunzione nei posti di lavoro pubblici. E anche se sarebbe meglio ottenere dal governo la chiusura delle scuole il sabato, come mi dice quasi sussurrando una signora della comunità. La incontro durante una manifestazione degli ebrei iraniani a favore del nucleare. Prima dello storico accordo di Ginevra, una piccola rappresentanza compatta aveva rivendicato davanti alla sede Onu di Teheran il diritto all’energia atomica a fini pacifici.

A reggere uno striscione c’è anche un gruppo di signore composte, un velo di trucco e capelli coperti. Fard e foulard, in un paese dove coprirsi il capo, per le donne, non è una scelta religiosa. È un obbligo dopo la rivoluzione di 34 anni fa. Ma gli ebrei abitano qui da prima. Si dice che arrivarono quando Ciro conquistò Babilonia, 2500 anni fa. Quella iraniana è stata a lungo la seconda comunità in Medio Oriente dopo Israele. Teheran, ai tempi dell’ex-presidente Ahmadinejad, ha persino ospitato una conferenza internazionale sul revisionismo. Altri tempi. Le tenebre di quell’oscurantismo sono relegate al passato. I monoteisti appoggiano “con orgoglio” gli interessi dell’Iran, si legge su uno striscione. Quasi a rivendicare la comunanza del Dio abramitico invocato in queste terre con tre nomi diversi.

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