La storia del laico che modernizzò la lingua santa | Kolòt-Voci

La storia del laico che modernizzò la lingua santa

Informazione Corretta intervista a Ugo Volli Ugo Volli

La rivitalizzazione dell’ebraico è stata intrapresa da Eliezer Ben-Yehudah. Che ruolo svolge la sua figura?

Di Eliezer Ben-Yehuda si sa poco; è triste che si abbia poca cura della sua figura: ci sono strade intitolate a lui in ogni città israeliana, ma non c’è un museo su di lui. La sua casa, donata alla municipalità di Gerusalemme, è oggi sede di un’associazione germanica per la pace. Ben-Yehuda nasce nel 1858, due anni prima di Herzl ed era coetaneo di Zamenhof, l’inventore della lingua internazionale esperanto. Nacque a Luzhky nell’allora governatorato di Vilna, oggi in Bielorussia, in una famiglia chassidica della corrente Lubavitch. I genitori lo fecero studiare in una yeshiva, un’accademia talmudica, dalla quale fu cacciato all’età di 12 anni perché scoperto a leggere testi profani in ebraico – stava leggendo la traduzione ebraica de “I viaggi di Gulliver”, che già dimostra come l’ebraico stesse rinascendo come lingua non esclusivamente religiosa.

Ben-Yehuda non ha dunque “inventato” l’ebraico moderno. L’ebraico non ha mai avuto alcuna rottura di continuità, ha bensì attraversato un progressivo processo di riuso, è stato una lingua colta ma continuamente utilizzata come anche il latino fino al ‘700: era la lingua di comunicazione fra ebrei di diverse regioni, utilizzata anche dai mercanti, e soprattutto era lingua liturgica e anche di saggi dottrinali. A vent’anni va a Parigi, dove diventa un sionista ante litteram, ispirandosi alla rivolta bulgara per l’indipendenza politica, e convincendosi anche che la rinascita politica del popolo ebraico deve passare per l’affermazione di una lingua nazionale.

Si trasferisce a Gerusalemme nel 1881, dove lavora come insegnante, ma fonda anche un settimanale, “Tzvi”, che usa per le sue battaglie sioniste scrivendolo quasi da solo: è il primo giornale in lingua ebraica della storia. Porta avanti anche così la questione della lingua ebraica, ottenendo che fosse insegnata nelle scuole di allora. Trova i propri alleati nella lotta per l’affermazione dell’ebraico nei coloni della prima aliyah degli anni ’90 del XIX secolo. Il lavoro linguistico di Ben-Yehuda è centrato sull’ampiamento lessicale, traendo i vocaboli che mancavano all’ebraico classico dai testi ebraici medievali e dall’arabo, scartando le lingue indoeuropee. Il suo lavoro è ostacolato dagli ortodossi, che lo denunciano alle autorità ottomane: processato su denuncia del rabbinato per sedizione delle autorità pubbliche, è condannato e passa un anno in prigione. Alla moglie addirittura rifiutano la sepoltura, perché su di lui gravava una scomunica – come quella emessa contro Spinoza.

La rivitalizzazione dell’ebraico era un’impresa osteggiata o derisa.

La lingua ebraica si afferma come vocazione politica al progetto di indipendenza nazionale del popolo ebraico, scatenando non poche polemiche. Rothschild non la vuole e nemmeno gli ortodossi, mentre chi la appoggiava erano i “coloni” che venivano dall’Europa. La battaglia di Ben Yehuda ha come obiettivo fare dell’ebraico la lingua materna degli ebrei, quella d’uso quotidiano, politico e scientifico. Non tutti erano d’accordo; si pensi che quando fu fondato il Technion di Haifa con fondi tedeschi, si progettava di fare del tedesco la lingua di insegnamento: Ben Yehuda organizzò manifestazioni e si adoperò perché ciò non avvenisse. La questione era di trasformare una lingua intellettuale e liturgica in una lingua viva. Così Ben-Yehuda impose l’ebraico come unica lingua che si potesse parlare in casa, a partire dalla sua famiglia, dove proibì ogni altro idioma. L’operazione ebbe successo e si realizzò in soli 20 anni: nel 1910 c’era già un nucleo consistente di famiglie “ebraofone” e anche una struttura scolastica dove l’insegnamento si svolgeva tutto in ebraico.

L’impresa di Ben-Yehuda ha una natura politica, ma la sua figura non è ricordata come tale.

Quello che interessava a Ben-Yehuda è che in Israele si parlasse ebraico. Ben-Yehuda è una sorta di primo Herzl, dall’inizio ha lottato per dare uno stato al popolo ebraico ma non assunse mai quel peso politico – perfino Herzl pensava al tedesco come possibile lingua nazionale per lo “Stato degli ebrei”. Ben-Yehuda fece una guerra feroce allo yiddish perché lo vedeva come il marchio della diaspora e dell’emarginazione. La sua attività è espressione della decisione di creare un popolo ebraico opposto a quello della diaspora e del ghetto.

La rinascita dell’ebraico è un’azione di per sé politica.

Far rinascere l’ebraico come lingua parlata ha una funzione assolutamente politica. Ben-Yehuda non è un linguista: è un giornalista. La conoscenza dell’ebraico gli viene dalla formazione religiosa nella yeshivah. Il suo vero grande capolavoro è il rinnovamento lessicale: l’ebraico da lingua povera si arricchisce di un lessico che si costruisce pian piano con una ricerca paziente. Ben-Yehuda non era come Zamenhof, che voleva inventare una nuova lingua, razionale e universale: Ben-Yehuda vuole far rivivere l’ebraico con scelte linguistiche particolari, che assumano la tradizione e la adattino al mondo contemporaneo. Di qui anche una grande mole di proposte lessicali nuove, non tutte di successo. Un esempio molto noto il caso del pomodoro, per cui Ben Yehuda cercò di imporre un nome (“badura.”) da lui inventato, diverso da quello che si impose (“Agvania.” ) Il risultato è che già a inizio ‘900 c’è una letteratura contemporanea in ebraico; il poeta Bialik ne è un esempio. Gershom Sholem scrive che quando si recò a Gerusalemme negli anni ’20 del ‘900, aveva già rapporti con intellettuali e scrittori perché parlava ebraico – un segno di forte sionismo.

Come ha influito sull’ebraico Ben Yehuda, oltre al lessico?

Tra le scelte linguistiche da notare, c’è la questione fonetica: Ben-Yehuda sceglie la pronuncia sefardita a quella ashkenazita. Gli ashkenaziti dicevano, e nella liturgia dicono ancora, “Yisroel” invece di “Yisrael”, “shabes” invece di “shabath”. Ben-Yehuda voleva i suoni sefarditi proprio per allontanarsi dallo yiddish e riacquisire l’autenticità ebraica.

Benché molti suoni antichi si siano persi…

È una cosa normale. Se si considera come si è evoluta la pronuncia inglese, si vede che al tempo di Shakespeare era diversa, ci sono state delle modifiche molto forti. Alcuni suoni sono caduti, altri si sono trasformati, e per questo il divario tra pronuncia e scrittura è così ampio in inglese. I suoni dell’ebraico antico sono difficili da ricostruire, non si sa come fossero pronunciati. Per esempio la lettera ‘ayin, che non è più pronunciata in ebraico, in Italia era trascritta con “gn”, e le parole ebraiche che la contenevano sono ancora pronunciate in modo particolare sia nel dialetto ebraico romanesco o ebraico veneziano.

Quindi secondo Lei c’è una continuità tra l’ebraico biblico e quello contemporaneo.

L’ebraico moderno ha un rapporto di continuità mai interrotto con l’ebraico antico, certo attraversando diverse fasi. L’ebraico antico, quello utilizzato in certi libri biblici, l’ebraico misnaico e quello rabbinico hanno preceduto l’ebraico moderno che è l’ultima fase di un processo che con Ben-Yehuda diventa parte dell’impresa sionista. Con lo Yishuv, la struttura istituzionale ebraica durante il Mandato Britannico, c’è un’evoluzione molto rapida dell’ebraico, con un uso diffusissimo delle sigle. È importante anche il fenomeno di “radicalizzazione”: una parola “straniera” o le lettere delle sigle diventano poi radici ebraiche usate nelle strutture di costruzione delle parole tipiche della lingua. È un’esplosione letteraria e lessicale.

Si dice che molte parole nuove, prima dello slang e poi di uso comune hanno origine nell’esercito.

Sì ma c’è anche il mondo giovanile. L’ebraico contemporaneo ha un linguaggio in forte trasformazione anche tecnicamente complessa. Una tendenza interessante è la trasformazione dell’aspetto letterale delle radici: stanno venendo fuori molte parole con radici di due lettere, delle crasi, che è facile produca un forte cambiamento da adesso in futuro. La nascita di nuove parole può avere degli aspetti di europeizzazione per la vicinanza culturale della società israeliana a quella occidentale. In generale, il fenomeno di rinascita dell’ebraico è un fenomeno strano e unico. Non vi sono altri esempi di lingue ritrovate che manifestino una tele vitalità e brillantezza.

Ci sono altri motivi oltre a quello politico per l’affermazione dell’ebraico?

Con la prima e la seconda aliyah sono andate in Israele poche decine di migliaia di persone, che costituivano un gruppo molto determinato al cambiamento. Sono queste persone che ha fissato le condizioni per l’ingresso degli altri, inventando lo Yishuv, scegliendo l’agricoltura, istituendo le scuole, creando un folklore israeliano. A un certo punto è stata fatta una scelta socialista distinguendosi dalla popolazione religiosa che abitava in Israele. Israele è stata fatta da loro, con forme di organizzazione sociale, politica ed economica molto diverse da quello Herzl aveva in mente. In “Altneuland”, Herzl si immagina come sarà Israele, ma quanto si afferma poi sarà molto diverso. La generazione che ha creato Israele ha deciso di fare dell’ebraico un orgoglioso simbolo dell’indipendenza nazionale, evitando di parlare nelle lingue originarie della Diaspora. Questa scelta è un gesto politico, come la bandiera, come l’inno, e per questo è unico nella storia. Se si pensa all’Armenia per esempio, la cui sorte è simile in molti aspetti al popolo ebraico, la lingua armena originaria e la lingua armena della diaspora non sono state unificate.

Nel mondo ebraico, anche per colpa della Shoà, la lingua ebraica ha quasi completamente soppiantato i vernacoli misti che erano usati dappertutto fino all’inizio del Novecento, come lo Yddish in Polonia e Russia. Nel corso delle diaspore si sono create varie lingue giudaiche. In Italia c’è un giudeo romanesco, piemontese ebraico, giudeo-veneziano e c’è il ladino, il giudeo-spagnolo, parlato in tutto il mediterraneo, ci sono dialetti orientali come il giudeo-iracheno o il giudeo-persiano che dimostrano la forte disponibilità a confrontarsi e ad assumere tratti culturali e di pensiero dall’ambiente circostante che poi però non incide sul cuore pulsante dell’identità collettiva che è l’ebraico vero, in cui si prega e che per secoli hanno scritto e parlato solo gli intellettuali. Il fatto che l’ebraico abbia prevalso anche per la lingua quotidiana, superando una divisione millenaria fra lingua intellettuale e lingua della vita, è significativo della capacità che lo stato di Israele ha avuto di diventare la parte preponderante del mondo ebraico, è il segno che il progetto sionista di creare un ebreo nuovo ha vinto.

È interessante il fenomeno di produzione letteraria di una lingua rinata da 100 anni.

Io contesto l’idea che l’ebraico sia rinato da 100 anni. È più simile il linguaggio della Bibbia a quello di Yehoshuah rispetto al linguaggio di Dante al nostro, proprio dal punto di vista della struttura semantica, della macchina che produce senso dentro al linguaggio. I bambini israeliani leggono molto facilmente la Torah, mentre un canto del Paradiso è difficile da capire. Non esiste un ebraico moderno, c’è l’ebraico che ha stadi diversi. Anche sul piano letterario, c’è stata sempre una letteratura ebraica interessante, in particolare la poesia sinagogale che continua nel corso dei secoli. C’è una continua produzione letteraria che è dovuta al grande ruolo dell’intellettuale nella sociologia ebraica. Chi studia, scrive, parla, inventa è una figura rispettata. A questo si aggiunge la capacità di raccontare: il Talmud è una macchina da aneddoti; l’invenzione letteraria continua in tutti i grandi libri. In generale la dimensione narrativa è sviluppata nell’ebraismo e pone le premesse di questa ricchezza letteraria.

La quiescenza dell’ebraico è già esistita con l’esilio in Babilonia, e l’ebraico è resistito. È parte dell’essenza dell’identità ebraica?

I profeti scrivono in ebraico prima, durante e dopo l’esilio. Nella Bibbia si racconta che quando, al rientro dall’esilio babilonese, Ezra prende la Torah per leggerla al popolo, ogni frase che legge viene resa comprensibile dai leviti: questo passo è interpretato nel senso che i leviti traducono l’ebraico biblico nell’aramaico che era parlato da quegli esuli. La traduzione si può fare, a patto che non soppianti l’originale e non si confonda con esso. Nonostante episodi come la traduzione greca del Settsanta, la Torah per gli ebrei resta in ebraico. E’ un attaccamento alla lingua che in quel momento non aveva caratteri nazionali, ma piuttosto religiosi. Per questa ragione i rabbini si riferiscono all’ebraico con l’espressione “lashon ha-kodesh”, la lingua del sacro. C’è nel Talmud un’opinione secondo cui gli angeli non ascoltano le preghiere se non in ebraico. L’ebraico è cuore di un’identità molto complessa ancora oggi, che è difficile tradurre in termini moderni: è allo stesso tempo nazionale e religiosa: è nazionale nella misura in cui è legata al sacro e al divino. Il discorso sulla lingua è sintomatico, l’ebraico è stato conservato per millenni conservato come identità collettiva e accesso all’interlocuzione col divino, oggi rivive come rinasce l’identità politica del popolo ebraico. Rientra nella storia la lingua perché vi rientra il popolo.

*Professore di semiotica del testo e filosofia della comunicazione all’Università di Torino, collaboratore di Informazione Corretta.

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