Niente documenti di shabbàt | Kolòt-Voci

Niente documenti di shabbàt

La Corte suprema olandese ha stabilito un principio destinato a far discutere: il precetto religioso prevale sull’obbligo di legge

Giacomo Galeazzi

Nei Paesi Bassi il sabato gli ebrei ortodossi potranno girare senza documenti. In questo caso la Corte suprema dei laicissimi Paesi Bassi ha stabilito un principio destinato a far discutere: il precetto religioso prevale sull’obbligo di legge. E così gli ebrei ortodossi sono stati esentati dall’obbligo di esibire su richiesta delle forze dell’ordine la carta d’identità poiché ciò contrasta con il loro credo religioso. La loro religione, infatti, vieta agli ebrei ortodossi di portare fuori casa nel giorno di Sabbath qualunque cosa.

Quindi anche la carta d’identità. «Non sono stati gli ebrei a custodire il giorno di Shabbat ma è stato il giorno di Shabbat a custodire gli ebrei», spiega il pensatore ebreo Achad Ha’am per sottolineare l’importanza dello Shabbat, il giorno di sabato, appuntamento fondamentale per l’identità di un ebreo. La centralità del sabato nella vita ebraica è confermata dal fatto che i giorni della settimana sono contati in relazione al giorno di Shabbat (“primo giorno”, “secondo giorno” e così via, con il sabato che chiude la settimana).

L’idea di un giorno settimanale di riposo per tutti, compresi schiavi e animali, può essere considerato come il più singolare contributo che l’ebrsaismo ha dato all’umanità. Il comandamento del riposo (Shabbat significa “riposo”) nel settimo giorno della settimana trova origine nella storia della creazione del mondo. Secondo il libro della Genesi, Dio completò l’opera della creazione in sei giorni e il settimo riposò. Secondo i rabbini, Dio nel settimo giorno continuò a creare e fece il riposo. La Torah comanda agli Ebrei di non compiere alcun tipo di lavoro durante il giorno di Shabbat, senza però spiegare che cosa essa intende per “lavoro”. I rabbini, notando che il termine “lavoro” è usato nella Bibbia per descrivere diverse attività necessarie alla costruzione della “tenda-tabernacolo” nel deserto, hanno stabilito 39 tipi di attività dalle quali gli Ebrei devono astenersi: queste includono molti lavori poco comuni alla maggior parte degli Ebrei contemporanei come la mietitura, la tintura, la tosatura delle pecore e così via.

Oggi le principali attività proibite sono: viaggiare, fare shopping, cucinare e scrivere. Gli Ebrei ortodossi non usano neppure l’elettricità durante il giorno di Shabbat e quindi trascorrono un giorno della settimana senza televisione, telefono o internet. Per gli elettrodomestici di base e l’elettricità, molte famiglie di Ebrei ortodossi hanno installato timer automatici. Ovviamente, queste proibizioni possono, anzi devono, essere violate, se c’è pericolo di vita. «A un estraneo, il giorno di Shabbat può apparire come un insieme di proibizioni restrittive, ma quasi tutti gli Ebrei che le osservano insistono nell’affermare che è una delle esperienze più ristoratrici e liberatorie», osserva lo studioso dell’ebraismo, Daniel Taub.

Il fatto di non lavorare, non rispondere al telefono o alle mail, rende ogni Ebreo libero di concentrarsi sulla propria vita interiore. Il sabato è un giorno dedito alla contemplazione, all’ospitalità degli amici, allo svago con i propri figli.

Nella vita moderna è facile dimenticare questi semplici piaceri. Il giorno di Shabbat aiuta i fedeli a riscoprire sé stessi, creando quella che il rabbino Abraham Joshua Heschel ha chiamato “un’isola nel tempo”. Dato che il giorno, nell’Ebraismo, inizia con la sera, lo Shabbat inizia la sera del venerdì. Per l’occasione, la famiglia indossa i suoi vestiti più belli e la tavola viene apparecchiata in modo solenne. Alla madre spetta il compito di accendere le due candele che accolgono lo Shabbat e, in alcune famiglie, si accendono tante candele quanti sono i bambini presenti. La liturgia prevista in sinagoga il venerdì sera è particolarmente bella e include speciali preghiere destinate all’accoglienza del sabato (Kabbalat Shabbat). Il rito termina con un canto particolare, il Lecha Dodi (“vieni, mio amato, a dare il benvenuto allo Shabbat come a una sposa”), che saluta il sabato come una magnifica sposa. Il rito dell’accoglienza (Kabbalat Shabbat) si è diffuso a partire del XVI secolo, grazie alla corrente mistica ebraica nata nella città israeliana di Safed, dove i fedeli si recavano attraverso i campi fino al confine del villaggio per dare simbolicamente il benvenuto al sabato come a una sposa. «Dopo la celebrazione in sinagoga, ritornando a casa, i genitori benedicono i propri figli e invitano calorosamente gli ospiti», puntualizza Daniel Taub.

Una speciale benedizione, il Kiddush, viene recitata sopra un calice di vino mentre un’altra benedizione viene pronunciata sopra due pani a forma di treccia (Challah). Durante il pasto si è soliti discutere in merito alla Torah e intonare canti tipici. Il mattino del sabato, il servizio nella sinagoga è più lungo e include la lettura della sezione settimanale della Torah. Al ritorno dalla sinagoga, la famiglia si riunisce per il pranzo festivo, sempre in compagnia di ospiti, discussioni e canti. Lo Shabbat si conclude il sabato sera, quando nel cielo compaiono le prime tre stelle. Per celebrare la fine del sabato si compie una piccola cerimonia chiamata Havdalah (separazione): vengono recitate alcune benedizioni sopra il vino, le candele e le spezie. Queste ultime servono per “rianimare gli spiriti” dato che, nella casa, domina la tristezza per il sabato che sta per finire.

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