Il senso dello shabbat oggi | Kolòt-Voci

Il senso dello shabbat oggi

Dal 28 settembre al 1 ottobre 2013 parte a Milano la prima edizione di Jewish and the City, Festival Internazionale di Cultura ebraica, quest’anno dedicato allo shabbàt, l’unico dei 10 comandamenti rilevante solo per gli ebrei. Ma può lo shabbàt insegnare qualcosa anche ai non-ebrei, oggi?

David Piazza

Mai come oggi si parla di tempo. Da una parte la società dei consumi è vorace del nostro tempo libero dilatato e dall’altra, specularmente, la società del lavoro si affanna a ottimizzare i singoli minuti del nostro tempo produttivo. Anche nei confronti delle amicizie e soprattutto della famiglia, ci sentiamo sempre in difetto e siamo stati costretti a inventarci il tempo qualitativo perché fatichiamo a offrire quello quantitativo.

L’obbligo per gli ebrei dell’osservanza dello Shabbat è definita in un versetto dell’Esodo (35, 2): “Per sei giorni compirai ogni opera creativa e il settimo sarà per voi sacro…”.

È curioso constatare che di solito viene colto l’obbligo al riposo in un giorno speciale, mentre sembra sottaciuto l’obbligo al lavoro negli altri sei giorni della settimana. Ebraicamente invece il tempo sacro del giorno di riposo e il tempo profano dei giorni lavorativi sono entrambi significativi, ma con valori diversi. Chi lavora infatti non solo ha la dignità di potersi guadagnare sia l’utile che il futile, ma ha anche l’onore di entrare in partnership con la divinità della quale porta avanti ogni giorno l’azione creatrice.

Meno conosciute invece sono le intricate limitazioni nello spazio che lo Shabbat comporta per l’ebreo. Vengono infatti definite le tre categorie dello spazio pubblico, di quello comune e di quello privato ed esistono azioni permesse in uno e vietate in un altro.

Oggi il fuori cioè il luogo dell’interazione con la società, la scuola, il lavoro, le amicizie, riesce a essere sempre presente nei nostri spazi personali grazie alle tecnologie. E viceversa sono queste stesse tecnologie che ci spingono sempre di più a esporre verso l’esterno il dentro, cioè il luogo degli affetti più intimi. Condividiamo facilmente immagini, eventi e pensieri con un artificiale pubblico di “amicizie” delle quali spesso non ricordiamo nemmeno il suono della voce.

Ecco perché la riflessione su idee e regole arcaiche, se ne sappiamo cogliere l’attualità, può forse aiutarci a ridare sia al tempo, sia allo spazio, quella dimensione profondamente umana senza la quale nessuna conquista tecnologica può diventare anche occasione di crescita per gli individui e per la società“.

David Piazza, comitato promotore Jewish and the City

http://www.jewishandthecity.it