L’Odissea di Feuchtwanger | Kolòt-Voci

L’Odissea di Feuchtwanger

Ebreo di Germania, costretto ad attraversare Europa e gli Stati Uniti per fuggire al governo nazista, uno dei più fidati collaboratori di Bertolt Brecht problematizzava i miti epici secondo l’attualità. Odisseo e i maiali raccoglie alcuni dei suoi racconti a sfondo mitologico e insieme uno scritto esclusivo di Claudio Magris

Stefano Nicosia

Più che al libro, verrebbe voglia di fare una recensione all’autore, in questo caso, vista la sua rocambolesca biografia. Quella di Feuchtwanger è infatti la vita di un intellettuale ebreo tedesco nato alla fine dell’Ottocento e morto nel 1958, e già questo basterebbe a evocare esilii di guerra, attraversamenti di confini e oceani, traumi che basterebbero per numerose reincarnazioni. In questo libro della romana nottetempo possiamo leggere tre suoi racconti, che sembrano coniugare alcuni verbi capitali sua biografia: viaggiare, tornare, morire.

L’eponimo Odisseo e i maiali è una riscrittura della storia di Ulisse, uno degli innumerevoli anelli che legano Omero alla nostra coscienza moderna (postmoderna? Non entriamo nel dibattito, ma certo bisognerà riaggiornare qualche termine della nostra condizione), una catena che alcuni snocciolano a memoria come fosse una formazione del Milan d’altri tempi: Dante, Tennyson, D’Annunzio, Pascoli, Gozzano, Joyce, Malerba… Questo Odisseo, d’altronde, assomiglia in parte proprio a quello del poeta inglese, un misto di ardore mai sopito e gravezza degli anni, ancora curioso del mondo, di quello che sta fuori dalla sua pietrosa Itaca, e di quello che sta fuori da se stesso. Odisseo è sì un re che ha sterminato due generazioni di maschi adulti del suo regno, vanitoso e manipolatore – ricorda Feuchtwanger –, ma il suo desiderio di viaggiare e conoscere lo colloca anche questa volta nel consesso degli eroi positivi. Sono i Feaci a spingere Odisseo a prendere il mare ancora una volta. Presso di loro scoprirà quello che le sirene della conoscenza gli avrebbero forse voluto insegnare, ma capirà anche che è tardi per tutto.

È il racconto migliore dei tre, un aleph densissimo nell’apparente semplicità dell’impianto, che racchiude il problema della memoria, del narrare, della scrittura, dell’essere umani.

I maiali del titolo sono naturalmente i compagni, vittime dell’incantesimo di Circe, la storia dei quali conclude il racconto, in forma di confessione di Odisseo al cantore Demodoco.

Gli altri due racconti sono La morte di Nerone e Conversazioni con l’Ebreo errante, nei quali il dialogo con la storia si rinnova per cercare di dare senso al contemporaneo. Il primo sembra una sceneggiatura di un cortometraggio tragico, dove si addensano e precipitano gli eventi che porteranno Nerone al suicidio. L’imperatore, scacciato dalla inarrestabile lentezza delle ombre che lo sovrastano, muore, più umanamente di come la tradizione ce lo ha consegnato.

L’ultimo è un racconto paradossale e allegramente semi-diabolico, come impianto e contenuti (ricorda un po’ certo Maupassant o certo Borges mefistofelici), protagonista un amaro Ebreo errante – figura leggendaria e particolarmente significativa per la cultura mitteleuropea ebraica – e il suo compagno di conversazioni. Suona in parte come apologo, in parte come divertito esercizio intellettuale, riesce ad avere una patina vecchio stile ma un sapore beffardo da assaporare ancora adesso sentendo tutti i retrogusti degli anni passati. Questo snello libretto tenta di racchiudere dunque tre riscritture di tre storie cardinali della nostra cultura, ma queste – esplosive e scandalose – non possono starci dentro, debordano, e si moltiplicheranno, ci scommetto, una volta chiuso il volume.

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