Lo stereotipo dell’ebreo usuraio | Kolòt-Voci

Lo stereotipo dell’ebreo usuraio

Una conferenza alla Cattolica di Marina Caffiero

Dino Messina

Il dialogo iniziale tra Shylock e Antonio nel «Mercante di Venezia» di William Shakespeare non fa che riprendere e rendere «culturale» uno dei dibattiti cari alla teologia cristiana, in particolare alla predicazione francescana, del tardo Medioevo e dell’età moderna. Ci riferiamo alla differenza tra uso corretto del denaro e usura, tra mercanti e banchieri cristiani e prestatori ebrei. I primi utili alla società, i secondi pericolosi e inaffidabili, in base al principio che «l’infedele» non può essere «degno di fede».

Gli stereotipi sono dei concetti rigidi, ma come tutti i fenomeni sono soggetti a trasformazioni. Sicché la ricerca storica è particolarmente utile per vedere come le false credenze sugli ebrei siano cambiate nel tempo e come l’ideologia non sempre corrispondesse alla realtà effettiva delle pratiche e dei rapporti. Questa analisi in controluce è tanto più interessante se a condurla è una delle maggiori specialiste italiane, Marina Caffiero, titolare della cattedra di storia moderna alla Sapienza di Roma, e risulta addirittura spiazzante se il luogo dell’esposizione è la Sala Pio XI dell’Università cattolica di Milano, l’università fondata nel 1921 da padre Agostino Gemelli, il medico e padre francescano che tra i tanti meriti ebbe anche il demerito di aver contribuito alla diffusione del pregiudizio antiebraico e del razzismo nel Novecento. Basti pensare all’insultante necrologia scritta da padre Agostino nel 1924 su «Vita e Pensiero» del professor Felice Momigliano, morto suicida, o all’appoggio dato alle leggi razziali del 1938.
Acquista quindi particolare significato la conferenza che Marina Caffiero, autrice di libri importanti come «Legami pericolosi» (Einaudi), sui rapporti tra ebrei e cristiani, recensito sul «Corriere» il 2 agosto dell’anno scorso da Pietro Citati, e «Battesimi forzati» (Viella, 2004), ha tenuto lunedì 20 maggio su invito dell’università cattolica e dell’Associazione per lo sviluppo degli studi di banca e borsa.
In realtà la contesa ideologica con gli ebrei comincia nel IV secolo con Agostino d’Ippona che ritiene necessaria la presenza degli ebrei proprio in quanto testimoni passivi della rivelazione cristiana. A essa farà riferimento papa Paolo IV quando nel 1555 istituirà il ghetto di Roma, un modo di isolare e discriminare la comunità giudaica certo meno violento della cacciata dalla Spagna voluta dall’Inquisizione nel 1492.
In epoca di Controriforma, il cattolicesimo reagisce in maniera diversa al pericolo ebraico ma con vari strumenti contribuisce a creare lo stereotipo dell’avido usuraio. Ci sono i libellisti e predicatori francescani, ideatori dei Monti di Pietà, che avevano fatto voto di rinunciare alla proprietà della ricchezza ma non all’uso dei beni, e ci sono i titolari delle corporazioni cristiane, che reagiscono alla capacità di certe famiglie ebraiche di istituire reti commerciali o alla loro abilità di trattare le spezie, accusando i concorrenti di vendere merce adulterata. Un’accusa di cui si ha memoria nei testi dei processi analizzata da Marina Caffiero e che ricorda quella del 1348, anno della peste nera in Europa, flagello della cui responsabilità si cercò al solito di incolpare la comunità giudaica.
Il filo del pregiudizio non si interrompe nemmeno quando l’intenzione è buona: Maria Caffiero dimostra che in realtà si è sempre sopravvalutata la capacità finanziaria degli ebrei, che certo in Italia aumentò quando nel 1492 arrivarono dalla Spagna le ricche famiglie costrette a portare tutto con sè. E comunque, anche quando l’accumulazione finanziaria c’era, derivava non certo dall’usura ma dall’attività mercantile. Cade così da sola la differenza tra usuraio e mercante.

All’ideologia spesso non corrispondeva la pratica. Erano numerosi, secondo le ricerche storiche condotte da Marina Caffiero, gli scambi e le collaborazioni durevoli tra ebrei e cristiani: la famiglia Cohen di Ancona aveva istituito una profittevole joint venture con i cristiani Roux di Marsiglia. E non erano infrequenti gli affari con lo stesso Papa. Nel 1764, anno di carestia, furono i mercanti ebrei a rifornire di grano Clemente XIII. Lo scambio avveniva anche a livello intellettuale e sociale, tanto che nel periodo di Purim il ghetto di Roma era pieno di cristiani che contravvenendo a ogni regola segregazionista, festeggiavano e banchettavano insieme ai loro amici ebrei. Per Marina Caffiero le trasgressioni erano più diffuse di quanto si creda. Comportamenti che andavano in senso contrario alla costruzione dello stereotipo del popolo deicida e del falso mito delle «Pasque di sangue» per cui secondo l’infamante accusa gli ebrei festeggiavano i propri riti con sangue di innocenti cristiani. Sono le falsità che ritornarono con vigore nell’Ottocento e si affermarono tragicamente del Novecento.

http://lanostrastoria.corriere.it/2013/05/31/lo-stereotipo-dellebreo-usuraio-marina-caffiero-tiene-una-conferenza-alla-cattolica/