No Rav | Kolòt-Voci

No Rav

L’analisi della redazione del mensile torinese Hakeillah sul post Birnbaum, il rabbino che lascia una Comunità ancora divisa. Anche dopo le conversioni.

In questi ultimi mesi abbiamo avuto molte occasioni di riflettere sul ruolo e sulle funzioni dei leader spirituali: abbiamo assistito alla novità storica delle dimissioni di un papa; assisteremo tra poco alla scelta dei nuovi Rabbini Capi di Israele, uno dei quali forse per la prima volta nella storia dello Stato non sarà charedì ma modern orthodox; in Italia, in seguito a una lettera dal rabbinato israeliano forse un po’ improvvisata, abbiamo assistito a discussioni e polemiche, anche aspre, su quanti e quali dei nostri tribunali rabbinici possano essere internazionalmente riconosciuti. Tra l’altro, su questo numero di Ha Keillah ospitiamo un’intervista all’Imam Izziddin Ilzir, presidente dell’UCOII, che ci permette di gettare uno sguardo anche sulla realtà da noi forse poco conosciuta dell’Islam in Italia.

Intanto a Torino tutto tace. Eppure anche la nostra Comunità dovrebbe essere coinvolta profondamente da questo genere di riflessioni. Tra pochissimo, infatti, scadrà il mandato triennale di Rav Eliahu Birnbaum e ancora non sappiamo chi sarà il suo successore. A quanto pare l’attuale maggioranza non ritiene opportuno operare una scelta condivisa che possa superare le lacerazioni presenti nella Comunità. È vero che anche Tullio Levi con la nomina di Rav Birnbaum aveva agito “di strappo”, senza consultare la minoranza, ma questa non è una buona ragione per imitarlo da parte di chi a suo tempo lo aveva criticato; anzi, proprio perché l’attuale maggioranza si era fortemente opposta a questo modo di procedere, stupisce che oggi non si comporti diversamente. Tanto il Consiglio precedente quanto quello attuale sembrano aver dimenticato che il sistema elettorale torinese determina maggioranze nette (otto consiglieri contro cinque) anche quando ci sono pochissimi voti di scarto tra una lista e l’altra; senza contare che nelle elezioni del 2011, tra gli iscritti residenti a Torino (cioè quelli che avevano avuto maggiori occasioni di conoscere Rav Birnabum), Comunitattiva aveva ottenuto in realtà più voti di Anavim.

Dunque, ci sembra che nel modo in cui questa delicatissima questione viene oggi gestita ci sia prima di tutto un problema di metodo. Molti ritengono che ci sia anche un problema di merito, cioè che le diverse valutazioni rispetto all’operato del precedente e dell’attuale Rabbino Capo derivino da concezioni diverse dell’ebraismo e di cosa debba essere una Comunità ebraica. Un’ipotesi che in alcuni momenti l’attuale maggioranza ha rifiutato sdegnosamente, ma in altri pare aver fatto propria: rileggiamo per esempio alcune frasi contenute nella newsletter Mitz Anavim (organo del gruppo Anavim) giunta agli ebrei torinesi nel giugno scorso: La Comunità è una sede di identità e di valori condivisi dai suoi componenti; valori che maturano, si approfondiscono ed è chi desidera esserne parte che deve sforzarsi di farli propri, non la Comunità che deve trasformarsi in centro di accoglienza universale; accoglienza è comunque qualcosa di più di una pacca sulle spalle; è spiegazione onesta e sincera delle difficoltà di un ebraismo cosciente, e soprattutto costante. Si parla chiaramente di un ebraismo non facile, non per tutti, ma solo per chi condivide determinati valori (quali? Chi li decide?). O ancora: … la Comunità ebraica ci pare una cosa seria, non solo un’allegra brigata di amici e si spera proprio possa essere qualcosa di diverso dalla bocciofila di quartiere … o infine: Dirà la storia (purtroppo molto presto, non tra secoli) se avrà combattuto meglio e con migliore risultato chi come noi di Anavim ha scelto il percorso difficile di restare legato fortemente a valori e doveri oppure chi invece, certo in buona fede, ha deciso di puntare le sue carte sulla facilitazione eretta a sistema e sul volemose bene. … Ma per intanto – e rivendichiamo la nostra buona fede – noi troviamo ancora buoni, ottimi motivi per continuare la battaglia valorizzando il nostro vincolo con l’ebraismo e cercando in questo modo, meno originale ma anche meno avventuroso, di far sopravvivere più a lungo la nostra Comunità (e vogliamo dire, sia ben chiaro, una Comunità vera e solida e non una cosa diversa ed incerta).

Ci dispiace di dover dire che in questa concezione di una Comunità chiusa, programmaticamente non per tutti, non facilitante e non accogliente fatichiamo molto a riconoscerci. Fortunatamente non è detto che le affermazioni riportate qui sopra rispecchino davvero l’opinione di tutti i Consiglieri di maggioranza; tuttavia ci è parso opportuno richiamarle qui per spiegare la preoccupazione che alcuni ebrei torinesi sentono di fronte all’incognita della scelta del prossimo Rabbino Capo.

In questi tre anni Rav Birnbaum ha promosso e in parte portato avanti personalmente una serie di attività, di cui molti vorrebbero la prosecuzione. La mozione recante circa 90 firme e approvata a larga maggioranza dall’assemblea degli iscritti di dicembre, il cui testo è stato pubblicato sul numero scorso di Ha Keillah, ne faceva un elenco dettagliato. (Vale la pena ricordare che tra i firmatari della mozione c’erano anche persone che avevano firmato contro la revoca di Rav Somekh).

Vorremmo qui soffermarci su alcuni punti in particolare:

– Attività per tutti, con strategie volte a coinvolgere il maggior numero possibile di persone attraverso un’offerta culturale diversificata e a volte anche attraverso la presentazione di contenuti alti, per esempio letture di pagine talmudiche, con modalità che ne permettessero la fruizione anche ai non addetti ai lavori; rientrano in questa strategia, per esempio, i due weekend chiamati Shabbaton tenuti nei pressi di Ivrea che hanno visto la partecipazione di più di cento persone di tutte le età e con livelli differenti di conoscenza e osservanza.

– Percorsi volti ad avvicinare gli ebrei “lontani”, e anche le persone di origine ebraica e le famiglie in cui solo uno dei genitori è ebreo. Non è un segreto che questi percorsi hanno portato a un certo numero di ghiurim, grazie ai quali persone che da anni frequentavano la nostra Comunità hanno potuto diventarne parte a tutti gli effetti e portare così il proprio contributo alla vita comunitaria in modo più completo e organico.

– Riconoscimento dell’esistenza nella nostra Comunità di diversi modi di vivere l’ebraismo e conseguente valorizzazione (anche attraverso la personale partecipazione di Rav Birnbaum) di tutte le attività e iniziative, anche quelle non strettamente legate alla sfera religiosa.

– Attenzione all’attualità, attraverso momenti di discussione (a volte con interessanti riferimenti a fonti alakhiche) su problemi attuali della società italiana o israeliana, dell’UCEI, ecc. Anche in questo caso molti hanno riconosciuto un forte valore simbolico alla presenza diretta di Rav Birnbaum a iniziative e manifestazioni (a noi di Ha Keillah è parsa molto significativa, per esempio, la sua visita nel dicembre 2011 al campo nomadi della Continassa che era stato oggetto di un pogrom razzista).

– Ricerca di un ruolo il più attivo possibile per le donne pur nei limiti dell’ebraismo ortodosso. A questo proposito è importante ricordare l’importanza che ha avuto Renana Birnbaum per le donne ebree torinesi: una figura femminile a cui viene in parte riconosciuto un ruolo “rabbinico”, in grado di tenere lezioni anche in ambiti tradizionalmente destinati agli uomini, è stata per Torino una novità significativa.

Questi punti nella percezione di molti hanno una ben precisa valenza ideologica e di conseguenza sarà essenziale capire se il prossimo Rabbino Capo sarà disponibile o meno a proseguire lungo questa strada. Altri, criticando la mozione di dicembre, considerano questi punti ampiamente riconosciuti da tutti e di conseguenza negano che dietro la scelta del Rabbino Capo si celi il confronto tra diverse visioni comunitarie. Per parte nostra, ci pare abbastanza evidente che questi punti sono in netto contrasto con i passi di Mitz Anavim citati in precedenza. Si tratta di capire quale sia la vera posizione di Anavim, se quella espressa nella newsletter dell’anno scorso o quella dichiarata in più occasioni dal Presidente e da alcuni Consiglieri.

C’è chi nega che l’operato di un Rabbino abbia o debba avere una valenza ideologica: quello del Rav Ha Rashì è visto da alcuni come una sorta di potere giudiziario di cui si devono garantire l’autonomia, l’indipendenza e la separazione dalla “politica”. Un’idea suggestiva, ma che all’atto pratico non corrisponde a ciò che è chiamato a fare un Rabbino in una Comunità come la nostra: un giudice non deve decidere se organizzare o no determinate attività, se contattare certe persone o tenerle in disparte, se e come partecipare alla vita della scuola, ecc. Senza contare che un Rabbino Capo ha anche il potere di mettere il veto su determinate attività, cosa sacrosanta (sarebbe assurdo immaginare una maggioranza consiliare che in nome della democrazia organizzasse al centro sociale grandi cene non kasher), ma che dimostra ancora di più l’inevitabile valenza ideologica del suo ruolo.

Come si è già detto nel numero scorso di Ha Keillah, non ci sembra corretto neppure il richiamo alla tradizione dell’ebraismo italiano come scelta programmaticamente non ideologica: in realtà il modello italiano, cioè l’idea di una comunità unica per tutti, è molto più ideologico di quanto sembri, perché presuppone una capacità di convivenza e rispetto reciproco che è tutt’altro che scontata. In questo senso, al di là dell’appartenenza anagrafica, Rav Birnbaum è parso a molti ben più “italiano” del suo predecessore, e certamente i punti elencati in precedenza corrispondono molto bene all’operato di passati Rabbini di Torino, per esempio Rav Sierra zl.

A giugno potremo capire se rischieremo di andare incontro ad altri anni di tensione e a un’altra campagna elettorale di fuoco nel 2015 o se la nomina del prossimo Rabbino Capo potrà essere l’inizio di un percorso di condivisione e ricomposizione. Inutile dire che una non scelta, se cioè il Consiglio dovesse decidere di non procedere alla nomina di un Rabbino Capo, sarebbe interpretata come uno schiaffo ancora più sonoro a tutti coloro che credono nell’importanza dei punti sopra elencati per la vita della Comunità.

Una scelta, qualunque essa sia e in qualunque modo avvenga, metterà il nuovo Rabbino Capo di fronte a grandi aspettative, ma tutto sommato potrà essere l’inizio di una fase nuova. In ogni caso sarebbe un errore gravissimo da parte della maggioranza del Consiglio ignorare o trascurare le opinioni di una parte rilevante della Comunità.

 http://www.hakeillah.com/2_13_02.htm