La virtù della gelosia | Kolòt-Voci

La virtù della gelosia

La derashà di questa settimana su Beha’alotekhà (Numeri 8, 1 – 12, 16)

Alberto M. Somekh

Scoppia la rivolta della carne e Moshe dichiara di non farcela da solo. “Non sono io il loro genitore che deve procurare loro da mangiare” – afferma. I commentatori dicono che il livello di Moshe è troppo alto per questo tipo di leadership. Così H. gli affianca 70 anziani, il primo Sinedrio della storia. Moshe convoca sei uomini per ciascuna delle 12 tribù ma, dovendone escludere due, consegna 70 biglietti con la parola zaqèn, mentre due sarebbero rimasti vuoti.

I 70 prescelti erano convocati alla porta della Tenda insieme a Moshe dove H. avrebbe prelevato dal suo spirito profetico per consegnarlo a loro. All’improvviso, i due esclusi si misero a profetizzare per i fatti loro nel campo. Era evidente che non dipendevano dallo spirito di Moshe come tutti gli altri, ma avevano ricevuto la profezia direttamente da H. Ghereshom, figlio di Moshe, venne ad avvertire il padre dell’accaduto e Yehoshu’a, l’assistente di Moshe, gli ingiunse di imprigionarli. La reazione del Moshe fu: “forse che tu hai qin’ah (gelosia) per conto mio? Magari tutti i membri del popolo di H. fossero profeti!” Moshe non solo mostrò qui la sua grande umiltà, ma ci insegnò anche che qin’at soferim tarbeh chokhmah (B.B. 22a).

La qin’ah è un grave difetto. R. Bachyè la mette in relazione con il decimo comandamento lo tachmod e spiega che si tratta del desiderio per qualcosa che appartiene ad altri ma che non possiamo possedere legalmente: la qin’ah è dunque proibita se porta al furto. Vi sono a questo due ordini di eccezioni, in cui la qin’ah è invece permessa. Il primo riguarda quei casi in cui ciò che desideriamo, pur appartenendo ad altri, è disponibile legalmente. In tal caso non c’è rischio di arrivare al furto. Posso desiderare per mio figlio la figlia di un altro, perché i due potrebbero decidere di sposarsi anche autonomamente senza il permesso dei genitori e dunque la ragazza diventare mia nuora per i fatti suoi. Inoltre, posso provare invidia per la sapienza altrui. La sapienza è infatti a disposizione di tutti, non il possesso riservato a pochi privilegiati (S.R. Hirsch). Se infatti io invidio qualcun altro per quanto sa, cercherò di emularlo senza per questo portargli via qualcosa su cui non avrei diritto. E’ questo certamente che Moshe volle insegnare a Yehoshua’.

Ma c’è un secondo ordine di eccezioni, apparentemente inverso. Si può desiderare ciò che appartiene ad altri se non c’è modo alcuno per portarglielo via. Il Talmud ci insegna che un re non può rinunciare al suo kavòd, mentre un Chakham sì. La ragione sta nel fatto che il potere politico è il risultato di un affidamento altrui e il detentore non può rinunciare a privilegi che non sono propriamente suoi. Diverso è il caso del Chakham. La Torah che ha studiato è sua, ne è il padrone e perciò può decidere di rinunciare al kavòd che ne consegue.

Forse Yehoshua’ pensava che Moshe, proprio in quanto re di Israele non avrebbe potuto rinunciare alla sua dignità nei confronti dei due Profeti “dissidenti”. Moshe gli rispose che proprio in quanto Profeti si trattava di un fatto di Chokhmah e non di potere politico. Il potere politico può essere sottratto a chi ce l’ha e quindi essere oggetto di qin’ah (gelosia) proibita. La Chokhmah no. Una volta che uno ce l’ha nella sua testa, nessuno è in grado materialmente di portargliela via. Non c’è in tal caso rischio di furto e quindi ben venga il desiderio altrui!