Un ebreo in vetrina a Berlino | Kolòt-Voci

Un ebreo in vetrina a Berlino

Germania e Olocausto. Iniziativa shock che fa discutere: Leeor Engländer diventa oggetto di esposizione in un museo 

BERLINO – A un rabbino viene chiesto perché risponde sempre ad ogni domanda con un’altra domanda, e il rabbino risponde: «Perché no?». La questione viene così rigirata all’interrogatore, per invitarlo a riflettere. Allo stesso tempo, negando una risposta, il rabbino sottolinea che non ce n’è una sola e giusta, ma molteplici. A partire da questa storiella popolare, il museo ebraico di Berlino presenta in questi giorni una mostra intitolata “Tutta la verità…quello che avete sempre voluto sapere sugli ebrei”. Forse la mostra non avrebbe causato tanto scalpore se non fosse che in una delle ultime sale, chiusi in una teca di cristallo, vengono esposti “ebrei veri”.

Leeor Engländer, di 31 anni, che è anche opinionista del quotidiano Die Welt, spiega oggi in un articolo perché ha accettato di diventare un oggetto da museo per un giorno. «Perché no?» Risponde, appunto. Alla fine, su una popolazione di 82 milioni di persone, ci sono attualmente in Germania solo 200.000 ebrei. Di fronte a proporzioni così schiaccianti, «è logico che ci siano molti tedeschi che non hanno mai incontrato un ebreo in vita loro e che forse non lo faranno mai». In qualche modo, proprio per questa ragione, «la vita di tutti i giorni di un ebreo è già quella di un animale da esposizione allo zoo», provoca Engländer.

L’autore è solo uno degli degli esponenti della comunità ebraica che hanno accolto l’invito del museo di Berlino, all’interno di un programma che dura fino al prossimo mese di settembre. Ognuno di loro si mette a disposizione del pubblico per alcune ore con il fine di rispondere alle domande. Un signore sulla sessantina con i capelli brizzolati si avvicina e chiede: «Non è forse troppo esporre un ebreo in vetrina, vista la storia della Germania?». «No, al contrario, perché? I musei ebraici mettono sempre in vetrina gli ebrei, non fa differenza tra vivi e morti. In particolare, il museo ebraico di Berlino non è dedicato solo all’Olocausto ma alla vita e storia ebraica in generale. Il numero di visitatori parla da sé. Gli ebrei sono molto evidentemente più interessanti che Picasso. Da tempo gli ebrei sono parte della collezione permanente dei musei in Germania», risponde Engländer.

Per questa ragione secondo l’autore, la vetrina con un ebreo in mostra al museo non è ne più ne meno che una riproduzione della vita di tutti i giorni nel paese che ha vissuto la dittatura nazista ed è stato teatro delle atrocità della seconda Guerra Mondiale. «Lo dico senza critica, è un dato di fatto», aggiunge.

Non tutti hanno colto il senso delle provocazione voluta dalla curatrice Miriam Godmann. Stephan Kramer, segretario del Consiglio Generale degli Ebrei in Germania ha ironizzato: «Perché non gli danno una banana, alzano il riscaldamento e lo fanno veramente sentire a suo agio in quella gabbia?». Kramer ha ammesso di essere stato contattato per l’iniziativa ma di aver rifiutato la proposta.

La mostra affronta il tema delicato del risentimento, dei pregiudizi e le domande più ricorrenti riguardo all’ebraismo: «Cos’è Kosher?», «Esiste un DNA ebreo?», «È possibile superare il passato?», «Si può dire “ebreo”?», «Si può scherzare sull’Olocausto», «Come si diventa ebrei?». Le risposte a volte vengono rimbalzate con una domanda, altre vengono risolte con un’ampia offerta di documenti, oggetti, testi e installazioni. Ci sono in tutto trenta quesiti in un lungo percorso e una delle ultime è appunto «Ci sono ancora ebrei in Germania?», ed è qui che sfilano i testimoni.

Il solo fatto che un’iniziativa simile sia stata concepita dimostra che in Germania c’è ancora tanta strada da fare e che certe ferite sono aperte. Secondo uno studio del Parlamento tedesco un cittadino su cinque è antisemita latente, questo significa che conserva pregiudizi piuttosto radicati contro gli ebrei.

Secondo la curatrice Goldman, l’approccio aggressivo, quello che prevede confrontare i visitatori direttamente con le loro paure e pregiudizi, è l’unico che può funzionare in una specie di terapia d’urto. «Volevamo provocare, è vero. Alcuni lo troveranno oltraggioso e lo criticheranno, ma è quello che volevamo», ha ammesso in dichiarazioni alla stampa tedesca.

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