Un festival rivolto all’esterno per unire all’interno | Kolòt-Voci

Un festival rivolto all’esterno per unire all’interno

La Comunità Ebraica di Milano sta preparando per l’autunno Shabbat Shalom, un grande festival ebraico con al centro uno dei capisaldi della diversità ebraica, lo shabbat. Previsti momenti di studio, dibattiti, spettacoli, mostre e presentazioni culinarie con la partecipazione di nomi importanti dall’Italia e dall’estero. Qui intanto spieghiamo come è nata l’idea.

David Piazza

Il progetto Shabbàt Shalòm nasce in fondo da una semplice constatazione: gli iscritti alle nostre Comunità stanno diventando sempre più diversi tra loro e quindi sempre più divisi. Non si tratta più di un semplice problema di provenienza etnica, quello che chiamavamo cioè col nome di edòt, ma siamo di fronte a profonde divergenze etiche e progettuali sul significato di essere ebrei, oggi, in Italia. I valori comuni sembrano sempre più flebili e di conseguenza aumenta la conflittualità interna. Per usare un luogo comune, ci ritroviamo spesso a discutere di ciò che ci divide, senza avere un’idea chiara di ciò che ci unisce.

Tra le cose che ci dividono, al primo posto c’è il nostro rapporto culturale e sociale con l’esterno. Se tutti lo ritengono inevitabile, molti lo percepiscono invece come conflittuale, se non come potenziale fonte di indebolimento identitario. Forse per questo che in occasioni deputate come la Giornata della Memoria o quella della Cultura Ebraica, ma anche in tutta una serie di occasioni minori, abbiamo privilegiato le nostre affinità con la società civile, piuttosto che le nostre diversità. Queste affinità non hanno però contribuito al superamento dell’ignoranza e del pregiudizio nei confronti degli ebrei, che come altri gruppi minoritari, possono arricchire la società con le loro specificità.

L’idea è stata quindi quella provare a elaborare un progetto in grado di dare contemporaneamente una risposta concreta a una o più delle difficoltà elencate.

Bisognava innanzitutto trovare un valore fondante comune a tutti, che non fosse messo in discussione nel principio, declinabile secondo diverse sensibilità ebraiche ed espressione di qualcosa di genuinamente diverso una volta presentato all’esterno. Lo shabbàt corrispondeva a tutte queste caratteristiche.

Stiamo parlando di un precetto religioso molto dettagliato e altamente simbolico, che viene definito dalla Torà come ot (segno), del patto eterno e particolare tra Dio e il popolo ebraico (Shemot 31, 17), come recitiamo nel kiddùsh diurno.

Ma lo shabbàt ha anche un alto valore etico e laico perché sancisce l’obbligo al riposo settimanale non solo per l’uomo, ma anche per i dipendenti e gli animali domestici, e nella sua estensione di anno sabbatico, anche per la terra.

Lo shabbàt è infatti il vero dono che il popolo ebraico ha fatto alla moderna civiltà che prima conosceva solo l’attività lavorativa senza sosta. Inoltre nell’attuale società della comunicazione onnipresente, lo shabbàt presenta la dirompente tematica della disconnessione, per potersi riconnettere alle relazioni familiari e sociali dirette.

A questo punto abbiamo pensato che lo shabbàt poteva diventare il tema centrale di un Festival della Cultura Ebraica che coinvolgendo la società civile, per la prima volta avrebbe portato fuori dalla Comunità la diversità ebraica. È vero infatti che proprio quando si lavora per un progetto comune da portare all’esterno, c’è la possibilità concreta, sia di smussare le differenze interne, sia di mettere queste al servizio della collettività.

Si tratta quindi di un progetto ambizioso che avrà bisogno del supporto di tutte le componenti della Comunità: dei singoli e delle associazioni ebraiche e che avrà accanto al Festival e alla sua realizzazione, anche dei percorsi interni di approfondimento del tema centrale, per mezzo di serate, di corsi di studio e di attività sociali.

Lo stesso gruppo promotore è una micro-espressione ebraica del concetto di lavoro comune portato avanti nella diversità di approccio. Nato nel dicembre del 2010 sulla base di un progetto di massima presentato all’Assessore alla Cultura Daniele Cohen, questi successivamente coinvolgeva rav Roberto Della Rocca, la cui presenza a Milano era nel frattempo diventata stabile, e poi tutti gli altri membri del gruppo.

Mentre fuori la Comunità era scossa da tensioni molto forti, abbiamo iniziato a vederci su base regolare in case private e in ritrovi comunitari, in un’atmosfera molto produttiva che ha vissuto momenti di confronto, ma sempre costruttivi. Di questo gruppo oggi fanno parte David Bidussa, Daniela Ovadia, Miriam Camerini, David Fargion, Daniele Liberanome e Stefano Jesurum.

Da qualche settimana inoltre il Consiglio della Comunità ha ufficialmente adottato il progetto affidandone la parte realizzativa e professionale a un partner di altissimo livello, la società TrivioQuadrivio con la quale il comitato promotore svolge incontri serrati oramai settimanali.

Il Festival è previsto per l’inizio dell’autunno in prossimità della Giornata Ebraica della Cultura, alla quale si potrà dare un’importante contributo giocando d’anticipo sulle tematiche proposte. Peraltro il tema della Giornata quest’anno è il rapporto ebraico con la natura, che sembra pensato apposta per essere coniugato con quello dello shabbàt, giorno in cui l’azione creatrice dell’uomo viene fermata, non solo per “resettare” il suo legame con il Creatore, ma anche con il Creato.

Bollettino della Comunità Ebraica di Milano – Aprile 2013