L’osservante non-ortodossa | Kolòt-Voci

L’osservante non-ortodossa

Bambi Sheleg: Ritratto di una israeliana fuori da ogni schema e che rompe per ricostruire.

Anna Segre

La questione femminile nel mondo ebraico e nell’Israele di oggi è così rilevante da poter essere definita un vero e proprio conflitto di civiltà. L’uguaglianza della donna è infatti una di quelle istanze che non si esauriscono in ambito ebraico ma di cui gli ebrei hanno il dovere di farsi portavoce di fronte al mondo intero, come spesso è accaduto nel passato per altri valori ebraici. Serve una nuova meta-alakhà, cioè occorre riconsiderare gli stessi processi di formazione dell’alakhà, che finora sono stati appannaggio quasi esclusivo degli uomini.

Affermazioni forti, originali e talvolta provocatorie quelle della giornalista israeliana Bambi Sheleg, ospite al Moked di Milano Marittima. E non solo sul tema della donna: i rabbini hanno perso credibilità dopo l’assassinio di Rabin, si è abbassata la percezione pubblica del loro standard morale; non dovrebbero occuparsi solo di Shabbat, kasherut, regole di purità, ma di temi più rilevanti per la vita quotidiana delle persone; altrimenti se il rabbinato non cambia è destinato a perdere potere. Gli ortodossi dovrebbero essere più umili (ai rabbini che vanno nella diaspora raccomanda: non dite agli ebrei chi sono, chiedeteglielo). Peraltro Bambi Sheleg (che si definisce osservante, non ortodossa) crede poco nelle denominazioni. Afferma che la Shoà è stata una catastrofe di cui spesso si sottovalutano le proporzioni, e ha cambiato la storia ebraica in un modo che non può essere ignorato: è come se non fossimo più lo stesso popolo e non è più possibile continuare come prima. Anche per questo occorre, a suo parere, una nuova etica ebraica condivisa; tutti devono muoversi e fare compromessi, e tutti devono essere disposti a mettersi in discussione: se la brutta notizia – dice – è che alcune delle nostre idee potrebbero rivelarsi non più vive o rilevanti, la bella notizia è che invece altre lo sono.

Il dialogo tra le diverse componenti del popolo ebraico è difficile anche perché i media danno spazio agli estremisti di ciascun settore (più adatti ad attirare l’attenzione di lettori e spettatori) anziché alle voci più disponibili al confronto, che sono in realtà la maggioranza e sono spesso più vicine tra loro di quanto ciascuna sia vicina agli estremisti della propria parte (per spiegare l’idea disegna un cerchio diviso in spicchi e mostra due punti vicini al centro in due spicchi diversi – le persone disponibili al dialogo – e altri due punti situati sulla circonferenza – gli estremisti).

Bambi Sheleg ha fondato nel 2000 – e da allora dirige – la rivista israeliana Eretz Acheret. Una rivista autorevole, che dà voce a un movimento di opinione nato in seguito all’assassinio di Rabin, evento che aveva messo in evidenza le lacerazioni presenti nella società israeliana. Ogni numero propone un’indagine approfondita su un tema nografico, per esempio Rompere le righe sulle scuole che educano ragazzi laici e religiosi insieme (un fenomeno significativo e in crescita). Naturalmente Eretz Acheret si è occupata anche delle discriminazioni verso le donne, denunciando con molto anticipo situazioni come quella di Bet Shemesh (dove una bambina insultata per strada per il suo modo di vestire ha suscitato improvvisamente l’attenzione massiccia dei media, che fino a quel momento avevano ignorato il fenomeno).

Purtroppo per noi ignoranti dell’ebraico, non tutti i numeri sono tradotti in inglese; il più recente che si può trovare on line risale all’autunno scorso e contiene un interessante articolo della stessa Bambi Sheleg intitolato Outburst pubblicato il 27 settembre 2011, nel pieno delle proteste popolari in Israele dovute a motivi economici. Vale la pena leggerne qualche passo:

Visto che si parla di vita o di morte non mi nasconderò dietro il linguaggio politically correct e dirò le cose come stanno: la classe che governa Israele ha tradito la società israeliana. Per ragioni che solo gli storici un giorno saranno in grado di comprendere, l’élite economica ha adottato il sistema di valori dell’“élite globale” secondo il quale ci sono persone che valgono di più, che meritano tutto, e persone che valgono di meno, che non meritano nulla, quelli che hanno i soldi e quelli che sono predestinati per natura a servire i loro padroni.

Questo giudizio durissimo si riferisce in particolare alle privatizzazioni attuate dai governi israeliani degli ultimi vent’anni, spesso senza che il pubblico ne fosse adeguatamente informato (non si sa cosa è stato privatizzato, perché, chi lo possiede, ecc.), agevolate dalla diffusione di un sistema di valori crudele e cinico che ha permesso alla leadership israeliana di trascurare colpevolmente troppi aspetti della vita. Difficile immaginare che parole così taglienti provengano da una gentile e affabile signora religiosa che ha iniziato la sua carriera giornalistica su Nekudà, l’organo dei coloni, si dichiara orgogliosamente sionista (e non ama Haaretz, il giornale su cui scrive suo marito, perché a suo dire non lo è), non si spiega perché alcuni europei non amino Israele e non riesce a vedere un futuro per gli ebrei nel vecchio continente dopo la Shoà. Quindi le sue non sono certo parole di astio verso lo stato ebraico, ma l’affetto preoccupato di chi vede la persona amata prendere una brutta strada e cerca di fermarla in tempo.

Va detto comunque che le riflessioni della Sheleg, anche quella sulla maggiore visibilità concessa dai mass media agli estremisti (che secondo me si adatterebbe molto bene anche alla società italiana, ma ancora meglio ai rapporti tra israeliani e palestinesi), riguardano essenzialmente le relazioni all’interno del mondo ebraico. Anzi, a suo giudizio il problema palestinese e il futuro dei territori occupati nel 1967 non dovrebbero monopolizzare il dibattito pubblico: sono diventati un alibi per non discutere di altro, in particolare di temi economici e sociali, o della questione femminile. È un’opinione che personalmente non condivido, e non mi sentirei di escludere che la stessa Bambi Sheleg possa arrivare un giorno a cambiare idea su questo punto, così come si è messa in discussione in altri ambiti; “Non sono più la persona che ero dodici anni fa” ha infatti dichiarato.

Ci sarebbe ancora molto da dire su Bambi Sheleg e su Eretz Acheret, un personaggio e un giornale che non si lasciano facilmente incasellare in schemi precostituiti; certo tre giorni di conversazioni con lei mi hanno dimostrato che a volte tra persone con storie e background completamente diversi si possono scoprire inattese e sorprendenti convergenze.

http://www.hakeillah.com/3_12_13.htm