Quanto kosher serve a Romney per vincere le elezioni | Kolòt-Voci

Quanto kosher serve a Romney per vincere le elezioni

Mai così in basso il sostegno ebraico in Israele al candidato democratico

Giulio Meotti 

Il presidente Barack Obama è avanti agilmente nel voto ebraico in Florida 69 per cento contro il 25 dello sfidante repubblicano, Mitt Romney. Ma nel 2008 l’allora candidato democratico ottenne il 76 per cento di consensi. E su questa forbice di sei-sette punti si gioca la battaglia negli swing state. I repubblicani ci credono, anche a giudicare dalla quantità di denaro che Sheldon Adelson, il magnate ebreo dei casinò di Las Vegas, continua a pompare in Florida, Pennsylvania e Ohio. “Obama… Oy vey! Non ne avete abbastanza?”, recita una pubblicità. Ma nel 2008 l’allora candidato democratico ottenne il 76 per cento di consensi. E su questa forbice di sei-sette punti si gioca la battaglia negli swing state. I repubblicani ci credono, anche a giudicare dalla quantità di denaro che Sheldon Adelson, il magnate ebreo dei casinò di Las Vegas, continua a pompare in Florida, Pennsylvania e Ohio. “Obama… Oy vey! Non ne avete abbastanza?”, recita una pubblicità. Un’altra: “Gli amici non consentono che gli amici siano bombardati”, in riferimento all’atomica iraniana e Israele. Se nel 2008 la Republican Jewish Coalition spese appena un milione di dollari contro Obama, stavolta ne ha investiti dieci.

Eli Lake di Newsweek ha scritto che il voto ebraico è “lo stato swing di Romney”. “Nel 2008, Obama ha ottenuto fra il 74 e il 78 per cento del voto ebraico. Ma il 2012 potrebbe essere diverso”. Matt Brooks, a capo della Republican Jewish Coalition, pronostica un venti per cento di elettori indecisi, mentre un sondaggio Gallup vede Obama con il 68 per cento dei consensi contro il 25 di Romney. Sarebbe, al momento, il maggior numero di voti ebraici mai raccolti da un candidato repubblicano dal 1988.

Intanto sono già arrivati i risultati dei voti degli 80mila americani che vivono in Israele: 85 per cento a favore di Romney, 14 per cento a Obama. Mai così basso l’indice di gradimento di un democratico, per giunta in carica. I repubblicani non si sognano certo di conquistare il voto ebraico americano, tradizionalmente liberal, legati alle battaglie dei diritti civili e contrari ai social values dei conservatori. Ma per dirla con Tevi Troy, advisor di Romney, “il voto ebraico si muove”. Si passa infatti dai repubblicani che ottennero un misero dieci per cento durante i mandati di Roosevelt e Truman a Ronald Reagan che ottenne addirittura il 38 per cento. La peggior crisi si ebbe nel 1992, quando un esponente dell’Amministrazione Bush esclamò: “F. the Jews, they didn’t vote for us anyway”.

La probabile disaffezione degli ebrei verso Obama è stata ben espressa nella pagina delle opinioni del Wall Street Journal da Dan Senor: “Why Obama Is Losing the Jewish Vote”. Nel 2008 c’erano soltanto dei “rabbini per Obama”, oggi ci sono anche dei “rabbini per Romney”, anche se storici nomi della comunità ebraica americana, come l’ex capo del World Jewish Congress Edgar M. Bronfman e l’avvocato Alan Dershowitz, continuano a sostenere Obama. Un sondaggio della McLaughlin & Associates rivela che ben il 46 per cento degli ebrei americani starebbe pensando di votare un altro candidato, specie dopo la brutta figura dei Democratici sull’inserimento di Gerusalemme capitale d’Israele nella piattaforma programmatica. Romney punta a conquistare il trenta per cento dei loro voto, sufficiente a garantirgli una vittoria negli swing state.

Nei giorni scorsi Ari Fleischer, l’ex portavoce di Bush, ha spiegato al quotidiano israeliano Haaretz: “Se Romney prende il 25-30 per cento del voto ebraico non ci sarà partita. John McCain ha preso il 22 per cento, Bush il 25, se Romney prende il 25 avrà la Florida e se arriva al 30 prende anche l’Ohio”. E chi prende l’Ohio vince.

Resta da vedere quanto peserà la questione della sicurezza d’Israele, più che l’aborto o le tasse, nella mente degli elettori ebrei d’America. O per dirla con l’articolo appena apparso sul Wall Street Journal a firma di Ruth Wisse, la celebre studiosa di yiddish, “gli elettori non hanno necessariamente Israele in mente, ma per chi ce l’ha la scelta non è mai stata tanto chiara”.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

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