Ma cosa abbiamo da ridere, poi? | Kolòt-Voci

Ma cosa abbiamo da ridere, poi?

Sempre controcorrente, un vivace Volli tenta di demolire qualche luogo comune sul quale sono state costruite le fortune di molti odiatori di sé. Anche in Italia.

Ugo Volli

E’ stato ampiamente annunciato: domenica 2 settembre, si svolgerà la tradizionale giornata europea della cultura ebraica, che avrà come oggetto l’umorismo. Come accade abbastanza spesso con questi appuntamenti decisi su qualche tavolino europeo, con rapporti piuttosto vaghi e indiretti con la produzione e la conservazione reale della cultura viva del popolo ebraico, si tratta di un tema discutibile, che sembra rispondere più che alla sfida dell’elaborazione dei tratti più propri e più vitali di un popolo, a un’idea di cultura come intrattenimento o industria culturale o al massimo produzione antropologica. Ma forse proprio per questo, per la sua indiscutibile facilità e per il suo probabile successo, esso richiede di essere almeno un po’ pensato e discusso.

C’è qualcosa di specificamente ebraico nell’umorismo o di specialmente umoristico nell’ebraismo? Guardando la Torah non si direbbe: qualche gioco di parole, con un contenuto più o meno amaro, come quello che impone un nome che significa “riderai” al più triste fra i patriarchi e forse di tutti i personaggi biblici, Isacco; o quello che interpreta “Babele” con “confusione” invece che come “porta divina” come probabilmente doveva apparire immediatamente a chi sapesse un po’ di aramaico. Qualche beffa, come quella di Giuseppe allo stesso Isacco, o di Sansone ai Filistei. Poco più; ma soprattutto al contrario l’evidente pretesa ebraica di far prendere sempre sul serio tutto il testo della Torah, anche nei dettagli che oggi si potrebbero interpretare come vagamente umoristici.

Lo stesso si può dire del Talmud, nonostante il tentativo di un libro recente di Daniel Boyarin molto colto ma altrettanto tendenzioso (“Socrates and the Fat Rabbis”, Un. of Chicago Press), di presentare in parallelo la discussione talmudica e i dialoghi socratici sotto la categoria bakhtiniana di mescolanza dei discorsi e degli stili alti e bassi, con abbondanti paragoni con Rabelais e la satira ellenistica. La realtà è che anche i più contorti e improbabili ragionamenti ed esempi talmudici non sono messi lì per divertire il pubblico ma per insegnare qualcosa, sia pure a mezzo dei ragionamenti per assurdo consapevolmente assai bizzarri. Nella tradizione successiva, da Rashi a Maimonide, dalla Kabbalah al chassidismo, la pretesa estrema di serietà dell’ebraismo si conferma ampiamente. Certamente c’è chi ama paradossi e favole come Nachman di Brazlav, chi non tene discorsi iperbolici come gli autori dello Zohar, ma si tratta di eccezioni e ancora fatte non per produrre allegria ma per insegnare meglio: chi prendesse qualche dettaglio irrealistico di questi discorsi come pretesto per una risata più o meno liberatoria smarrirebbe buona parte del loro senso.

Dunque la tradizione centrale e produttiva della cultura ebraica non è particolarmente umoristica. Nessun Orazio o Moliére nel nostro canone, per non parlare di Belli o Folengo. Anche il regime di senso di Purim non è il ridicolo, ma semmai l’allegria selvaggia dello scampato pericolo mortale, la derisione del carnefice impiccato allo stesso patibolo che aveva preparato per noi. Tutt’altro che umorismo, dunque.

Eppure quello dell’umorismo ebraico è un luogo comune diffuso, che ha dato luogo a numerose e fortunate pubblicazioni, raccolte di barzellette e battute, spettacoli con relativi comici che fatto carriera proprio specializzandosi in umorismo ebraico. Bisogna chiedersi la ragione di questa esplosione di umorismo ai margini della nostra alta cultura. Una traccia viene dal fatto che queste manifestazioni vengono quasi solo dall’insediamento askenazita dell’ebraismo e più specificamente dal momento della sua assimilazione. Nelle raccolte delle storie chassidiche, che sono il cuore del mondo yiddish non assimilato vi è infatti molto spirito ma pochissimo umorismo. Il “Witz” è un’invenzione degli ebrei entrati nel mondo borghese, il suo luogo più tipico è l’impero absburgico. La ragione la spiega chiaramente Freud nel suo “Motto di spirito”. Messi di fronte a un antisemitismo borghese e dunque obbligato ad evitare (almeno per un po’) la violenza diretta di un tempo e a sostituirla con manifestazioni verbali e simboliche di disprezzo, gli ebrei di Vienna, di Praga, di Berlino e delle altre civilissime metropoli che presto sarebbero state teatro della Shoah cercarono di allontanare da sé la discriminazione facendola propria per scherzo, un po’ come agiscono certi ragazzi presi in giro dalla loro classe: fanno i buffoni e si assumono da soli la canzonatura in modo da prevenirla e – sperabilmente – da depotenziarla. Per umorismo ebraico bisogna intendere infatti non solo quello che ha la caratteristica di essere fatto dagli ebrei, ma soprattutto quello che li ha come oggetto. E’ l’umorismo degli ebrei contro gli ebrei: un’auto-presa in giro cui altre popolazioni bersagliate dall’ironia popolare (scozzesi, belgi per i francesi, carabinieri per gli italiani eccetera) non hanno in genere fatto ricorso. Può essere un segno di intelligenza collettiva e di disponibilità a mettersi in discussione, come appare oggi ai più; ma probabilmente all’origine era invece un segno di debolezza, l’espressione di una crisi di identità, di una voglia traumatica di distaccarsi da sé.

La specificità dell’umorismo ebraico è questo tratto di auto-aggressione omeopatica che mima il discorso antisemita per prevenirlo, utilizzando perciò tutti gli stereotipi dell’antisemitismo – solo depotenziati e resi buffi invece che truci: l’avarizia e il familismo, la congiura e l’incredulità, il sovversivismo e la faccia tosta, la menzogna e l’affarismo e tutti gli altri. Basta grattare un po’ la superficie delle battute sulle yiddishe mamele e sui commercianti azkenazi e li ritroviamo tutti quanti. Questo spiega il loro successo non solo nel mondo ebraico – che usandoli allenta la sua tensione, la paura vera per la propria vita, come spiega Freud, o magari fa qualche primo passo verso la rinuncia alla propria identità, vedendola non più come venerabile e ricca, ma come inferiore e ridicola. Il successo c’è ancor di più nel pubblico generale, che vi trova conferma della propria antipatia e dei propri pregiudizi, ma col consenso un po’ untuoso della vittima. “Se lo dicono loro…” sarà un po’ vero… e certamente mancano di dignità se si deridono da soli in questo modo… E i luoghi comuni in questa maniera si confermano e si perpetuano.

Non dico questo ovviamente per condannare questa forma di umorismo né la manifestazione che intende celebrarla come “cultura ebraica”. Mi limito a dire che c’è un pericolo implicito in questa storia, non solo per le sue conseguenze esterne, per esempio da parte di chi, essendo poco fornito di sense of humour e magari intriso di un po’ di antisemitismo, può avere conferma che gli ebrei non solo sono mascalzoni, mafiosi, oppressivi e maligni, ma lo confessano e addirittura se ne vantano. Mi preoccupa di più il pericolo interno che nasce da questa abitudine all’auto-preso in giro, l’assunzione dello sguardo dell’altro, paternalista o giudicante, sul mondo ebraico. Perché questa è una mossa che talvolta prelude all’odio di sé, a quel disprezzo della vita ebraica e dei suoi obiettivi per cui possiamo apparire a noi stesso “come insetti”, secondo quel sentimento dei primi antisionisti della storia, gli esploratori spediti da Mosé a vedere com’era la terra di Israele, che tornarono e dissero che era meglio tornare a fare gli schiavi come sempre.

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