Quel nipotino appeso a un filo | Kolòt-Voci

Quel nipotino appeso a un filo

La toccante fermezza di due giovani di fronte al dramma

Domenica 29 aprile si è svolto l’ultimo atto di una storia a lieto fine. Il Brith-Milà di mio nipote, di cui mi sento in dovere di raccontare i retroscena. È un atto dovuto, in quanto c’è da trarre insegnamento da una decisione sofferta presa da mia figlia Sharon Lazarov e suo marito Didier Attar. Questa giovane coppia, dopo la nascita della prima figlia Mia Sarah, ha cercato subito un fratellino per la primogenita di un anno di età. Rimasta incinta, Sharon si è presentata ad un controllo di routine, pressappoco al quarto mese di gravidanza. Qualcosa non quadrava, ed il medico ha voluto approfondire.

Dopo diverse lastre ed esami di varia natura, uno scenario preoccupante si è profilato dinanzi ai ragazzi. Infatti il feto stava crescendo in grembo con una malformazione al diaframma che, se lasciata incurata, non avrebbe lasciato scampo al nascituro. Questa sottile membrana, all’interno del ventre, divide gli organi superiori da quelli inferiori e, nel caso specifico del piccolino, presentava un buco, una mancanza. Alla nascita, il fegato avrebbe potuto spostarsi e premere contro polmoni e cuore con conseguenze irreparabili. I medici hanno immediata- mente avvisato i genitori, mettendoli di fronte ad una decisione a dir poco difficile. “Se decidete di continuare la gravidanza le chance di sopravvivenza al parto superano di poco il 30%, e comunque bisogna intervenire sul feto prima della scadenza, ed in seconda battuta immediatamente dopo la nascita’’. E poi. “La decisione di proseguire la gravidanza spetta solo ed esclusivamente a voi. Siete consapevoli dei rischi”.

Viviamo in un’epoca dove si è alla ricerca di facili formule di vita e l’egoismo imperversa. Un’epoca dove l’edonismo prevale e tutto deve essere immediato, e tutto alla portata di teleco- mando. Ebbene, Sharon e Didier hanno dovuto fare una scelta che nessun genitore vorrebbe dover fare, ed hanno fatto la scelta più difficile, coraggiosa, e piena di incognite. “Siamo consapevoli dei pericoli, ma andiamo avanti”. Per arrivare a questa decisione ci è voluto prima di tutto tanto coraggio, nervi saldi, forza interiore, ma soprattutto tanta, tanta fede.

Quando è arrivato il momento (in effetti il momento è arrivato al settimo mese con un parto cesareo) il piccolo è nato. Solo a quel punto si è saputo il sesso. Maschio. Ma invece di pensare ad una festa per il Brith c’era da organizzare un intervento chirurgico su un bebè di appena 2 chili. Prese tutte le misure necessarie, un’equipe medica composta da più di una dozzina di esperti si è messa all’opera per ricostruire il diaframma. Dopo un lunghissimo intervento chirurgico, ovviamente in anestesia, il bebè è stato portato al reparto terapia intensiva neonatale dove sarebbe eventualmente rimasto per oltre un mese in incubatrice, attaccato ad un ventilatore per la respirazione e alimentato via endovena.

Nel frattempo anche la situazione generale di Sharon è peggiorata ed è dovuta essere ricoverata anche lei in terapia intensiva. La nostra piccola e vivace comunità di amici e parenti si è attivata per non lasciare soli nel dramma i genitori, i nonni e la piccola Mia. Gli amici di Sharon e Didier hanno fatto di tutto per essere di aiuto, e si sono addirittura creati gruppi di studio e di preghiera per dare ulteriore conforto alla mamma e al suo piccolo. Didier si è prodigato all’inverosimile per stare vicino a sua moglie, passando notti intere su una sedia all’ospedale. I nonni e le zie si sono altresì prodigati per cercare di mantenere una routine familiare equilibrata, con tutte le conseguenze che questo portava. Insomma non è stato facile. Ma ogni cosa ha un inizio ed una fine, e dopo quasi tre settimane Sharon tornava finalmente a casa, ma senza il piccolino, che rimaneva inesorabilmente indietro, nel silenzio di una incubatrice, silenzio intercalato dai beep delle tante macchine che monitoravano il suo decorso.

Dopo 45 giorni i medici hanno finalmente ritenuto opportuno che baby Attar Lazarov lasciasse l’ospedale per il calore di una culla nella sua casa. Il piccolo protagonista di questa storia a questo punto poteva finalmente sentire il calore della sua mamma, l’affetto della famiglia, la voce della sorellina Mia, dopo sei settimane di isola- mento. Il primo istinto di un neonato, il più primordiale, è il contatto fisico con la mamma. Questo, al piccolo baby Attar Lazarov è stato negato dagli eventi iniziali, ma si è rifatto alla grande nelle settimane a seguire, grazie anche al fantastico lavoro dei medici curanti. La cerimonia del Brith, al quale hanno letteralmente partecipato centinaia d i amici e parenti, ha avuto luogo nel Tempio Centrale di via Guastalla. Al nostro piccolino, che ha combattuto come un leone dai primi vagiti, è stato dato il nome di Lionel Moshe Avraham Attar. Al piccolo Leone “Arieh” auguriamo lunga vita, Nakhat ai genitori ed un caloroso benvenuto nella nostra famiglia.

Nonno Amichai

Bollettino della Comunità Ebraica di Milano – Giugno 2012