Il problema di Günter Grass forse non è l’antisemitismo, è il suo ego | Kolòt-Voci

Il problema di Günter Grass forse non è l’antisemitismo, è il suo ego

Anna Momigliano

“Due torti non fanno una ragione”, recita un vecchio proverbio. Una logica banale che però risulta calzante davanti al caso Günter Grass esploso in questi giorni, quando il noto intellettuale tedesco è stato dichiarato “persona non gradita” dal ministro degli Interni israeliano Eli Yishai, dopo avere pubblicato una poesia che accusava Israele di essere il principale ostacolo alla pace nel mondo e di prepararsi ad “annientare il popolo iraniano”.

Ora, la carne al fuoco è parecchia, e forse vale la pena di analizzare separatamente le due questioni principali. Primo: le accuse di Günter Grass hanno qualche base, oppure sono solamente il frutto di un’astio a priori contro Israele, se non addirittura di antisemitismo? Secondo: è accettabile che uno Stato democratico vieti l’ingresso sul suo territorio a un intellettuale straniero?

Partiamo dalla poesia incriminata, intitolata Quello che deve essere detto. La versione originale, in tedesco, è stata pubblicata il 4 aprile sulla Süddeutsche Zeitung, e poi tradotta da molte testate internazionali, inclusa La Repubblica. In breve, Grass si oppone veementemente alla vendita di armi a Israele da parte del suo Paese, la Germania. Dice di “non poter tacere” davanti a questo “crimine”, che è la potenza nucleare di Israele, non quella di Teheran, a “mettere a repentaglio la pace nel mondo”. E, soprattutto, accusa Gerusalemme di prepararsi ad “annientare il popolo iraniano”. Ecco alcuni estratti (il testo completo qui).

E’ l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo che potrebbe cancellare il popolo iraniano soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo organizzato, perché nella sfera di sua competenza si presume la costruzione di un’atomica. (…)

La potenza nucleare di Israele minaccia la così fragile pace mondiale? Perché deve essere detto quello che già domani potrebbe essere troppo tardi; anche perché noi – come tedeschi con sufficienti colpe a carico – potremmo diventare fornitori di un crimine prevedibile, e nessuna delle solite scuse cancellerebbe la nostra complicità. (…)

E lo ammetto: non taccio più perché dell’ipocrisia dell’Occidente ne ho fin sopra i capelli (…)

Colpiscono, in effetti, la veemenza, l’astio, il tono durissimo nei confronti di Israele. Inoltre si potrebbe far notare che definire una nazione di sette milioni di abitanti, per quanto criticabili siano le politiche del suo governo, come nemico principale della pace del mondo è nella migliore delle ipotesi una grave esagerazione. Indipendentemente dalle opinioni di Grass sulle tensioni tra Gerusalemme e Teheran, la poesia trasuda un certo accanimento contro Israele.

C’è da dire, però, che probabilmente la stessa poesia non avrebbe fatto altrettanto scalpore se l’autore non fosse stato Günter Grass. Premio Nobel per la Letteratura nel 1999, Grass è probabilmente il più grande scrittore tedesco vivente. Da sempre molto attivo politicamente, pacifista e schierato a sinistra, Grass ammise solamente nel 2006 di avere combattuto nei ranghi delle SS naziste. Da volontario, peraltro, non da coscritto: “Era una cosa comune per quelli della mia generazione, un modo per girare l’angolo e voltare le spalle ai genitori”, disse in  un’intervista al Frankfurter Allgemeine Zeitung, per poi aggiungere: “Molti ragazzi come me si offrivano volontari per il servizio militare per la stessa ragione”.

In ogni caso, il governo israeliano ha risposto con un tono altrettanto duro. Il primo ministroBenjamin Netanyahu ha definito le opinioni espresse da Grass “ignoranti e vergognose“, aggiungendo che “ogni persona onesta deve condannarle”. Il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman ci è andato ancora più pesante, additando “l’egoismo dei cosiddetti intellettuali occidentali, che sono pronti a sacrificare il popolo ebraico sull’altare di un folle antisemitismo per la seconda volta, solo per vendere qualche libro in più”. Poi il ministro degli Interni Eli Yishai ha “formalizzato” la cosa dichiarando Grass persona non grata. Non è la prima volta che Israele impedisce l’ingresso sul suo territorio a intellettuali critici. Era già capitato a Noam Chomsky (nel 2010) e Norman Finkelstein (nel 2008).

Personalmente, trovo che Israele non abbia fatto una gran bella figura a impedire a due persone di entrare sul proprio territorio, per quanto poco condivisibili siano le tesi da loro sostenute. Inoltre, la questione di Günter Grass è ancora più controversa: mentre Chomsky e Finkelstein sono stati respinti al confine, ufficialmente per “ragioni di sicurezza”, mentre cercavano di entrare in Israele, Grass non stava affatto tentando di entrare in Israele. Quindi che ragione c’era di vietargli l’ingresso in una nazione dove non voleva recarsi?

Il quotidiano progressista israeliano Haaretz ha criticato il comportamento del governo di Gerusalemme, definendola una “reazione isterica”. Ma lo stesso giornale scrive anche che Günter Grass è l’ultima persona che può permettersi di criticare Israele. Non tanto per il suo passato da volontario SS, quanto per la leggerezza con cui lo stesso scrittore aveva affrontato la questione (era un modo come un altro di “affrancarsi dai genitori”), quasi la cosa non comportasse alcun prezzo da pagare. La facilità con cui Grass si è auto-assolto, scrive il commentatore Anshel Pfeffer, era il primo sintomo di una vanità morale che porta, spesso e volentieri, a non vedere le ragioni dell’altro.

Personalmente, non so se Gunter Grass ce l’abbia con gli ebrei. Certamente ce l’ha con Israele, che di per sé non è un reato. Credo però che, per una volta, anziché dedicare una intera poesia a se stesso e al suo non-silenzio, forse il grande scrittore avrebbe potuto domandarsi anche solo per un istante come si sentono gli israeliani, che vivono circondati da nemici. Se avesse fatto questo, probabilmente, le sue critiche sarebbero suonate meno fuori luogo. Ma non ci ha pensato. Forse il problema di Günter Grass non è l’antisemitismo, è il suo ego.

Anna Momigliano è una caporedattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher, giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock ‘n roll Potete seguirla su Twitter: @annamomi

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