Quella tradizione che viene dal Cielo, ma non sta in Cielo | Kolòt-Voci

Quella tradizione che viene dal Cielo, ma non sta in Cielo

Anche rav Della Rocca, da quest’anno a Milano, partecipa al dibattito che prende spunto dalla lettera di Stefano Jesurum (clicca qui). Mercoledì 14 marzo serata con una nutrita partecipazione (locandine a fine articolo).

Roberto Della Rocca

Nascondersi che l’ebraismo italiano rischia di dividersi su alcuni problemi sarebbe ipocrisia. Una qualche forma di divisione si è già di fatto realizzata e la lettera di Stefano Jesurum ne è una testimonianza. Si tratta ora di vedere se faccia bene a un ebraismo di poco più di 25.000 iscritti dividersi e dare l’avvio a nuove polemiche e a nuove fratture. Il bene dell’ebraismo italiano lo si fa probabilmente con uno sforzo di unità e, in questo intento, con un grande sforzo di fantasia.

E’ indubbio che il rabbinato italiano stia attraversando oggi una fase di profondo cambiamento. C’è stato in gran parte delle istituzioni comunitarie un notevole ricambio generazionale: la maggior parte dei nuovi leader è nata dopo la guerra, non ha vissuto l’esperienza delle persecuzioni, né la nascita dello Stato di Israele e ha come modelli di riferimento realtà non soltanto italiane. Tutto ciò sta avendo  conseguenze innegabili: l’ebraismo non è visto più come cultura di reazione rispetto agli stimoli negativi e distruttivi  del mondo esterno; si tende a uscire dagli schemi del provincialismo, che è stato, ed è tuttora, un difetto diffuso dell’ebraismo italiano. Si sono delineati nuovi modelli di riferimento negli  studi e nelle altre attività di competenza rabbinica. Tutto questo crea anche tensioni,  in particolare per ciò che riguarda l’adozione  degli standard di applicazione della Halakhah, la Legge ebraica.

D’ altra parte credo che se le decisioni, anche “impopolari” o difficili vengono motivate con chiarezza ed onestà, chi rigetta la via della Halakhah non solo propone una soluzione su misura a un problema personale,  ma chiede di fatto al rabbino di essere ciò che egli non è.  Compito del rabbino è quello di applicare la Halakhah con coscienza e intelligenza, anche se ciò non deve significare necessariamente morbidezza e soprattutto amplificazione di ciò che la gente vuol sentirsi dire.

Arriviamo così al tema della rispettabilità dei Maestri e della loro capacità di far vivere la Torah. Anche su ciò dobbiamo riflettere perché interpretare la Torah e farla vivere può essere inteso in tanti e diversi modi. Le risposte praticabili possono essere di vario genere, ma dipende anche da quanto è rigida e talvolta precostituita l’aspettativa di chi pone la questione e da quanto quest’ultimo è veramente aperto ad ascoltare e apprendere.
L’ebraismo italiano è in gran parte assimilato, ma soprattutto poco consapevole, pur con  varie sfumature e distinzioni, dei propri fondamenti culturali e religiosi.  Nascondersi dietro a quel luogo comune, comodo quanto banale, per cui “ l’ebraismo ognuno lo interpreta a suo modo” ha fatto si che buona parte dell’ebraismo italiano è scivolata nella deriva dell’inconsapevolezza e della confusione. Non credo che l’ebraismo italiano debba essere di un solo tipo, sono convinto, tuttavia, che sia doveroso essere quello che si è consapevolmente e su basi culturali ed esistenziali meditate. Questo all’ebraismo italiano nella sua maggioranza manca. E’ inevitabile  quindi che persistendo in questa pericolosa confusione  il rabbino diviene non solo un esecutore e un testimone solitario di un sistema di vita estraneo ai più, inascoltato predicatore di scomodi doveri ed elargitore di dispense da obblighi rituali, ma sempre più svilito alla funzione di un intransigente gendarme. D’altronde l’alternativa sarebbe quella di un notaio compiacente strumentalmente interpellato per legittimare consolidate abitudini in nome di una malintesa antica tradizione.

Spesso per giustificare questo atteggiamento si continua a sostenere che l’ebraismo italiano non è mai stato particolarmente “osservante”, scivolando in tal modo in una lettura strumentale della nostra storia.

E’ innegabile che l’Italia ebraica abbia visto momenti di grave decadenza religiosa e culturale, ma questo non deve farci dimenticare quei tanti momenti rigogliosi come quei Sabati del diciottesimo secolo in cui il porto di Livorno, dove lavoravano centinaia di ebrei, era chiuso per un’osservanza dello Shabbat socialmente condivisa. Una condivisione che non riguarda opinioni di maggioranze fluttuanti, ma chiama in causa paradigmi antropologici sedimentati cui intere epoche e civiltà si riferiscono per distinguersi.

L’osservanza delle mitzwòt, che non deve essere messa per forza in concorrente alternativa a un’invocata e doverosa crescita culturale, non è mai stata perseguita dalla maggioranza del popolo ebraico ma piuttosto da una minoranza di persone. Nelle nostre comunità la loro esecuzione non può però venire subordinata al volere della maggioranza. Il rischio di una siffatta regola democratica potrebbe, paradossalmente, finire per legittimare solo l’obbligo di sepoltura in un cimitero ebraico, adempimento riconosciuto e condiviso dalla maggioranza degli ebrei …

E’ quanto mai urgente piuttosto che gli organi politici e amministrativi dell’ebraismo italiano ricostruiscano piuttosto una domanda di cultura e carriera rabbinica che possa costituire un’aspirazione onorevole e dignitosa, sul piano professionale tanto quanto su quello economico. Se formeremo rabbini colti e motivati, su modelli alti, si  potrà evitare la distruzione, morale e culturale ancor prima che demografica, delle nostre comunità.

I problemi caldi che assillano l’ebraismo italiano, in forte crisi di identità,  sono spesso affrontati da un’angolazione troppo ideologica e autoreferenziale  tale da generare polemiche improduttive spesso  inficiate da logiche di schieramento e da etichette preconfezionate.

Dovremmo trattare questi delicati argomenti come temi di studio, con contributi di esperti per poter affrontare, con cognizione di causa e con maggiore consapevolezza, non solo dibattiti e discussioni, ma anche e soprattutto proposte e percorsi di soluzione. Le situazioni di tensione verificatesi in questi ultimi tempi e lo scadimento dei principi di vita ebraica nelle nostre Comunità ci dicono con sempre maggiore chiarezza che nessuno può starsene alla finestra profferendo giudizi dall’alto. Impegno e responsabilità significano che ciascuno deve fare la sua parte: i singoli come le istituzioni, ciascuno per quel che gli compete e per quel che gli è possibile.

In questi ultimi anni siamo stati testimoni di  lacerazioni e allontanamenti, ma anche di percorsi di impegno e di consapevolezza. Per molti l’osservanza e lo studio della Torah non sono più appannaggio esclusivo di poche persone dalle quali si differenziava un gruppo di dirigenti illuminati che eccellevano nella vita commerciale e intellettuale della società civile. Rispetto a trenta anni fa si è più coscienti che tutta la Comunità ha gli stessi diritti e doveri e che i rabbini si devono  distinguere soprattutto come Maestri e che la loro funzione principale è quella di guidare e incentivare questo percorso di riappropriazione di un’identità consapevole.

Dal punto di vista concettuale, nel momento in cui ci si riferisce alla Tradizione  intesa nella sua accezione più ampia, ognuno può scegliere  la sua strada.

Basti ricordare la conclusione celeste alle discussioni tra la scuola di Hillel e la scuola di Shammai: ” …queste e quelle sono le parole del Dio Vivente, ma la Halakhah è secondo la scuola di Hillel….”. La prassi quotidiana,  e non solo l’etica e la storia, è ciò che permette di  chiamare ebraismo quel fenomeno di cui stiamo parlando.

L’etica, innanzitutto, non è certo  retaggio esclusivo del popolo ebraico.

Io ritengo  la Halakhah  il punto di partenza; certo non  l’unico elemento su cui si  fonda l’identità ebraica, ma sicuramente  il punto di partenza.

Credo che la Halakhah sia la garanzia della stessa pluralità di approcci garantita dall’ ebraismo e nell’ ebraismo; certamente non  la negazione di questi.

Se si vuole individuare fra i vari aspetti dell’ebraismo un momento unitario, e non solo    in prospettiva storica o etica, si deve trovare un qualche punto di incontro nella prassi.

Ma la Tradizione per quanto venga dal Cielo, non sta in Cielo; è strumento duttile, è un percorso che si rinnova quotidianamente grazie all’uomo. L’idea della Halakhah, lungi dall’essere una cornice soffocante, è la giustificazione per un’evoluzione in una continua dinamica creativa. Non è detto però che questo dinamismo debba sempre tradursi in una soluzione su misura a un problema personale.

Credo che anche questo    ritornare più volte sul concetto di pratica vista come forma  vuota sia da approfondire, anche in termini  puramente semiotici:  nessuna pratica, ovvero nessun segno può mai essere vuoto perché inevitabilmente veicolo  di significato ; il contrasto tra contenuto e forma, tra dentro e fuori non mi sembra essere uno schema di interpretazione ebraico degli avvenimenti e delle azioni.

L’interiorizzazione pura e semplice della Tradizione  altro non è che la sua abolizione, ed  è esattamente ciò che propugnarono tutte quelle correnti antinomistiche (il Cristianesimo, il Sabbatianesimo e più tardi la Riforma) che finirono poi tutte per distaccarsi dall’ebraismo.

Presentare l’ebraismo come un complesso di valori implica a mio avviso un altro errore: l’ebraismo è una realtà collettiva, un uomo non può essere ebreo in quanto individuo a se; egli  è  viceversa ebreo in quanto appartenente alla comunità del popolo che vive una Tradizione come pratica condivisa. La conoscenza, la percezione, i valori appartengono a una dimensione generalmente  soggettiva,  che non lascia necessariamente spazio al rapporto collettivo e prescinde dalla necessità della comunicazione e dell’ interazione.

Quel che è percepito dal singolo è realtà soggettiva e non è oltretutto comunicabile agli altri, poiché il linguaggio non è coestensivo con i sentimenti e non sa comunicare emozioni e percezioni. Su concetti, percezioni e sentimenti non si può fondare il senso della collettività, che si attualizza piuttosto nella sfera dell’azione e della soluzione su misura a un problema personale realizzazione comuni, ossia nella prassi oggettivata delle mitzwòt.

La Halakhah continua pertanto a rappresentare il limite tra un ebraismo che è cultura e vita proiettato nel futuro e un ebraismo che si rifugia eccessivamente  nella contemplazione del proprio passato. Le tradizioni proprie della nostra storia non possano essere considerate soltanto folklore, esse hanno un valore storico, di identità e, non ultimo, legittimazione halakhica.

Non possiamo individuare nella tradizione italiana un valore assoluto, al solo scopo di crearci un alibi per la mancanza di studio. Quello italiano si è ridotto a un ebraismo troppo etico e storico, ma privo del legame con i suoi testi originari.

E’ su questo poi che si gioca il vero confronto tra l’ebraismo italiano attuale e  altre Comunità nel mondo.

Nel pianeta dei media è impensabile l’isolamento, sarebbe un atto di presunzione che potrebbe comportare l’emarginazione dall’ebraismo mondiale.

E d’ altra parte i grandi Maestri dell’ebraismo italiano tra l’Ottocento e il Novecento ( Margulies, Chajes, Elbogen ), sono la cifra dello sforzo cosciente che fece quell’ebraismo di mantenere una valenza europea  non restando ancorato ai miti del passato ( Shadal, Reggio, Benamozegh ).

Anche il mio Maestro, Rav Elio Toaff Shlita, talvolta un pò troppo  strumentalizzato, una cinquantina di anni fa passò per un integralista agli occhi di alcuni ebrei romani che si videro abolire, dall’allora giovane neorabbino capo, l’uso dell’organo di shabat, consuetudine così tanto amata e ancora molto rimpianta dagli ebrei della Capitale   e che allora  vide addirittura  l’allontanamento dal Tempio Maggiore di alcuni assidui frequentatori !

I dirigenti comunitari dovrebbero rivedere quel frequente atteggiamento di malcelata “antireligiosità”  in nome di un universalismo laico che svuota di universalità quello stesso ebraismo in nome del quale  si intende operare.

Non è sufficiente, per quanto importante, sostenere e garantire la continuità ebraica in occasione di convegni e riunioni pubbliche, considerandola invece, nell’intimo, un’attività speciale da delegare e scaricare a qualcun altro.

Mi domando quale sia stato il contributo “ebraico” dei vari Nathan, Rosselli, Pincherle, citati da Stefano Jesurum ? Grandi cittadini. Grandi intellettuali e benefattori dell’Umanità. Ma quanti dei loro discendenti sono iscritti oggi nelle nostre comunità ?

Cos’altro può assicurarci una continuità se non il costante uso della nostra cultura specifica? In effetti il problema della sopravvivenza ebraica oggi si riferisce non tanto al nome ebreo ma all’aggettivo ebraico. Quando la cultura ebraica rimane essenzialmente passiva, non frequentemente vissuta, un’esperienza vissuta da spettatore, o un semplice processo di conoscenza, finisce col divenire irrilevante e perfino banale quando viene paragonata alla cultura dominante in cui viviamo.

Siamo testimoni del fenomeno di ragazzi che frequentano per anni le istituzioni socio-educative ebraiche e poi repentinamente si allontanano. Non siamo abbastanza consci dell’inadeguatezza dell’educazione ebraica, dovuta soprattutto alla mancanza di un obiettivo definito che riguarda il tipo di ebreo che vogliamo aiutare a formarsi. Affinché l’ebraismo sia considerato importante nella vita dei nostri figli, esso deve comprendere una sincera dimensione di contenuti maturi e non rimanere a un livello infantile ed emozionale. Alle giovani generazioni soprattutto va proposto un impegno serio, di studio e di ricerca, che permetta loro una crescita autonoma della propria identità ebraica, preparandoli nello stesso tempo al confronto con la società e la cultura circostante. Solo così non diventeranno la sbiadita fotocopia dei loro genitori, dei quali, fra l’altro, non hanno potuto condividere l’esperienza storica.

Il problema nasce dal fatto che la nostra concezione dell’educazione ebraica la considera troppo spesso un complemento relegato nei ritagli di tempo. È un approccio di natura letteraria, romanzesca, alla propria identità, che genera una visione della vita ebraica quasi fosse una realtà virtuale, una gloria del passato. Dobbiamo iniziare a sviluppare una visione dell’identità ebraica attuale e autonoma, una concezione qualitativa, che sostituisca quella che la pressione sociale esercitata dalla realtà circostante propone, o talvolta impone, una diversa idea dell’esistenza meglio confacente alle esigenze delle Comunità  ebraiche.