Hermann Cohen, ebreo aperto | Kolòt-Voci

Hermann Cohen, ebreo aperto

Qualche utile precisazione su Hermann Cohen

Irene Kajon

Ho letto l’articolo di Ugo Volli “Suicidarsi ‘come ebrei’”, apparso su “Kolòt” il 5 febbraio. Non entro in merito alla questione, che il testo solleva, del rapporto tra valori etici dell’ebraismo (dalle leggi noachidi fino ai dieci comandamenti, all’idea messianica e a gran parte della Halachah) e situazione ebraica attuale nella Diaspora e in Israele. Si tratta di un problema difficile, che coincide con quello del rapporto tra regole etiche e vita quotidiana, etica e politica. Ciò non può essere affrontato nel corso di una nota. Vorrei soltanto, per amore di correttezza dell’informazione, segnalare come prendere Hermann Cohen a esempio di ebreo desideroso di germanizzarsi, fautore di una riconduzione dell’ebraismo al kantismo, pauroso di esporsi, preoccupato di non entrare in conflitto con l’ambiente culturale tedesco del suo tempo, quasi di nascondersi e di annullarsi come ebreo, come avviene nell’articolo, non corrisponda affatto al vero.

Ignoro da quali fonti Volli abbia mai tratto tale immagine di Cohen. E’ sufficiente ricordare l’orgogliosa difesa compiuta da Cohen (che era figlio del cantore di una sinagoga e aveva fatto studi rabbinici) del Talmud in occasione di un processo in cui venne interpellato come persona competente a esprimersi su di esso; le sue battaglie contro gli antisemiti (da Treitschke a Bruno Bauch); la sua esaltazione della fedeltà alla comunità ebraica, alla lingua ebraica, alle fonti ebraiche (negli “Scritti ebraici”); la sua idea che il razionalismo ebraico, presente nel Tanach, nella tradizione rabbinica, nella preghiera, nel pensiero medievale, fosse profondamente diverso dal razionalismo filosofico greco a causa del modo diverso di concepire Dio (nella “Religione”), per dare un’idea di quanto la sua personalità fosse diversa da quella proposta nell’articolo.

E’ vero che Cohen amava Kant (che non era affatto un antisemita – basti pensare alla sua profonda amicizia con Moses Mendelssohn e Markus Herz) proprio come gli ebrei italiani a lui contemporanei, usciti da quei luoghi di umiliazione e sofferenza che erano i ghetti grazie all’Illuminismo (che fu una benedizione per gli ebrei, nonostante tutti i suoi limiti), amavano Dante e Manzoni: non era difficile ritrovare in tali pensatori e poeti, proprio perché ispirati dal cristianesimo, quegli echi biblici che erano loro così familiari e vicini.

L’identità di ogni essere umano, e dell’ebreo in particolare a causa della sua storia, che lo ha portato a esprimersi in tante lingue e ad essere in contatto con tante culture, è formata da elementi complessi: e tali elementi non sono unità statiche, quasi fossero cose materiali, ma realtà reinterpretate e rivissute da ciascuno in modo personale. Non meraviglia dunque che Cohen avesse in se stesso sia il lato ebraico sia il lato filosofico tedesco. Ma è assolutamente falso che Cohen abbia indirizzato gli ebrei tedeschi verso il luteranesimo, combattendo piuttosto da ebreo contro una realtà ostile per il mantenimento dell’ebraismo: apprezzava Lutero considerandolo come un difensore della libertà di coscienza, ma criticava apertamente l’idea trinitaria cristiana per il suo panteismo, un orientamento incapace, secondo lui, di offrire una fondazione dell’etica.

Cohen non era ortodosso (benché ammirasse l’ebraismo orientale, polacco e russo), né sionista (pur difendendo l’idea di una nazione ebraica), ma era rispettato da ortodossi e sionisti del suo tempo. Le polemiche che essi ebbero tra loro, anche aspre, negli anni drammatici dell’ascesa dell’antisemitismo in Germania e della prima guerra mondiale, riguardavano le idee, non le persone. Non sarebbe bene che, nelle discussioni attuali tra ebrei – del resto, nel corso della loro lunghissima storia, non vi è mai stato un periodo in cui tutti gli ebrei si riconoscessero in un solo e unico orientamento, essendo il pluralismo intrinseco al mondo ebraico – ci ispirassimo all’esempio che essi ci offrono?