È l’industria della memoria che porta al prossimo Olocausto

Libro-choc di Rosenfeld

Giulio Meotti

“La morte di milioni è stata trasformata in intrattenimento popolare e in una forma di liturgia teologica, persino in una banale piattaforma di educazione civica”. Alvin Rosenfeld, storico americano dell’Università dell’Indiana e pioniere di fama negli studi sull’antisemitismo, è durissimo con i guardiani della memoria dell’Olocausto. Ha scritto un libro, “The end of the Holocaust”, la fine dell’Olocausto, per denunciare e sviscerare la “volgarizzazione”, la “banalizzazione” e i rischi dietro a questa dittatura della memoria.

Il professor Arnold Ages sul Jewish Tribune ha così commentato il libro: “Manca una categoria fra i premi Nobel, ovvero la critica culturale e intellettuale. Se questa categoria esistesse, l’opus magnum di Alvin Rosenfeld meriterebbe certamente questo premio Nobel”. Nelle pagine del libro ricorre spesso la figura di Anna Frank, la ragazzina di Amsterdam autrice del celebre “Diario” e assurta a simbolo della Shoah. Rosenfeld scrive che Anna Frank è stata oggetto di una “mistica della vittimizzazione”, ne è stata fatta una “santa laica” e un’icona della “bontà umana”. Secondo Rosenfeld, “la continua evocazione di Anne Frank come metafora di altri eventi ha trasfigurato la sua storia fino al punto che è stata privata di ogni base storica”.

“Il termine Olocausto’ è diventato plastico e senza significato”, è stato “americanizzato”, perfino “de-giudaizzato”, ovvero svuotato del suo carattere religioso specifico della distruzione del giudaismo europeo. Rosenfeld attacca il film “Schindler’s List” di Steven Spielberg, perché a suo dire descrive “gli ebrei come figure irreali, vittime passive o venali collaboratori”. Rosenfeld riprende qui la critica durissima che anche il più importante e controverso storico della Shoah, Raul Hilberg, rivolse al blockbuster hollywoodiano: “Non è un film sullo sterminio degli ebrei. E’ la storia di una persona, scandita da inesattezze. Ci vuole ben altro per raccontare l’annientamento di un popolo”.

Il libro decritta la martellante “retorica di pubblica e vuota pietà” che ha fatto sì che l’enormità della Shoah venisse alla fine “disumanizzata”. Una memoria vuota, “placida”, universale, facilmente politicizzabile a fini antiebraici. Un tema enucleato anche da “The Holocaust and Collective Memory”, il libro di Peter Novick in cui ha avvertito: “La memoria ha sensibilizzato e desensibilizzato”. Sempre più consistenti gruppi militanti di minoranza (gay, afroamericani, latinos, indiani, senza tetto, animalisti e malati di Aids) si sono appropriati facilmente dell’Olocausto.

Secondo Rosenfeld si tratta di operazioni “revisioniste per esprimere il senso di ‘oppressione’ e vittimizzazione”‘. Un fenomeno particolarmente evidente negli Stati Uniti: “Il linguaggio dell”Olocausto’ è usato da coloro che vogliono attirare l’attenzione sui crimini, gli abusi e le presunte sofferenze che costituirebbero i mali sociali dell’America. Qualunque male che si abbatte su altri esseri umani è diventato un Olocausto’. “Più diventa mainstream, più l’Olocausto diventa banale”, afferma Rosenfeld. “Una versione della storia ancora ricolma di sofferenza, ma una sofferenza senza peso morale, più facile da sopportare”.

Nel recensire il libro sul Tablet, Ron Rosenbaum, il celebre storico e giornalista americano autore del “Mistero Hitler”, ha scritto che lo scopo del saggio di Rosenfeld è salvare “l’ebraicità dello sterminio” contro un banale “universalismo” infarcito di frasi come “la barbarie dell’uomo sull’uomo”, che tanto ricorrono oggi nelle celebrazioni della giornata della memoria. “La libertà artistica porta alla corruzione della verità, alla ‘Vita è bella”‘, scrive Rosenbaum riferendosi al film di Roberto Benigni. Secondo Rosenfeld è stata anche compiuta una operazione culturale sui sopravvissuti tesa alla “trasformazione artificiale della vittima in prototipo culturale privilegiato”.

Eccolo il paradosso: “Il successo stesso della disseminazione della conoscenza dell’Olocausto nella sfera pubblica può sminuirne la gravità e renderlo più familiare. La storia è stata normalizzata”. Nonostante tutti i musei, i curricula, i libri, i film, i documentari, gli articoli di giornale e le visite guidate ai campi, la memoria dell’Olocausto è diventata “pop”, una sorta di sacrario laico delle buone intenzioni per ipocrite promesse di “never again”. Mai più.

“Così fra due generazioni la parola ‘Olocausto’ sarà ancora in circolazione, ma senza riferimenti storici. E’ la fine dell’Olocausto”. Secondo Rosenfeld, la vittima principale di questa operazione è stato proprio lo stato d’Israele. Mai quanto oggi la memoria è disseminata, eppure mai quanto oggi l’Olocausto viene usato contro l’eredità vivente dei sei milioni, il piccolo stato ebraico sotto assedio pre atomico. “La memoria dell’Olocausto, lungi dall’essere una profilassi, è stata capace di provocare nuove forme di ostilità antiebraica. In pochi presero Hitler sul serio. Il risultato fu Auschwitz, un avvertimento per il passato, il presente e il futuro”. Il titolo dell’ultimo capitolo del libro non poteva essere più chiaro: “Un nuovo Olocausto”.

Il Foglio 27 gennaio 2012


3 commenti

:Haha! I'am the first! Yeh~

Grazie!

Aggiunti un commento

  1. #3  massimo

    La Shoà è stata un crimine contro l’umanità. I Sinti hanno avuto un “trattamento” similissimo agli ebrei.
    Solo a i Rom e a gli ebrei venivano presi i bimbi.
    Ma la progettualità e la violenza e l’accanimento dato a questi ultimi è innegabile. L’ebraismo avrebbe fatto volentieri a meno di commemorare la Shoà. Purtroppo è stato. Fare paragoni assurdi BANALIZZA il MALE ASSOLUTO.

    01/02/12 11:13
  2. #2  massimo

    @ Marco Sbandi
    E’ vero che il nazismo è nato in Europa ma le comunico che oltre a i crimini palestinesi contro gli Israeliani,nei libri di scuola palestinesi e nella maggior parte dei paesi arabi, della SHOA’ non si fa cenno alcuno anzi tutt’altro. E negli anni 40 il gran muftì di gerusalemme (a gli ebrei era NEGATO l’ingresso al KODEL,muro del pianto)prese accordi con i NAZISTI tedeschi per la deportazione di ebrei. Ci sono molti tasseli che mancano a tante persone per capire bene il problema Israelo Palestinese che le ricordo all’origine si chiamava ARABO Israeliano.

    01/02/12 11:05
  3. #1  Marco Sbandi

    Il pericolo della assuefazione certamente puo esistere, eppure evitare di mostrare è certamente una scelta peggiore, di rimozione e censura. Che minoranze perseguitate utilizzino il termine Shoah o Olocausto come evento di paragone non banalizza ne riduce alcun fatto, ne lo priva della sua identita religiosa. E’ noto poi che tra le vittime dei campi di sterminio vi fossero anche omosessuali e Rom.
    Non capisco neanche perche Israele sarebbe vittima della pubblicizzazione della Shoah. I governi israeliani hanno commesso e continuano a commettere molti crimini contro i palestinesi ma
    continuano anche a strumentalizzare la paura ebraica di nuovi genocidi in un contesto estraneo alla nascita del nazismo e della Shoah : il maghreb e il mashreq. Le radici del nazifascismo sono
    tutte cristiane ed europee e sono radici continuamente alimentate
    dal vaticano con infinite dichiarazioni che tendono a riscrivere la storia dell umanita e dell europa.
    Sono invece d accordo sui rischi derivanti da certi film, come La vita è bella, etc nei quali inevitabilmente la tragedia dei lager e dello sterminio viene edulcorata fino a sparire. Qui si che il falso buonismo rischia di cancellare responsabilita di ieri e di oggi sullo
    antisemitismo ma anche sul razzismo in generale, e di promuovere
    pietismo invece che conoscenza dei fatti e condanna dei rei.

    31/01/12 23:51

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