Perché parlo di ebrei vivi invece di ebrei morti | Kolòt-Voci

Perché parlo di ebrei vivi invece di ebrei morti

Associare la Memoria al negativo è un’operazione rischiosa, della quale presto potremmo pentirci.

Miriam Camerini

Obbligarci a scriverla con la maiuscola mi pare poi prepotente: le memorie sono infinite e multiformi e hanno il diritto di esistere in ogni formato. Ricordare non può diventare un dovere, perché resterà sempre uno dei massimi piaceri dell’uomo. Questo significa forse che dobbiamo ricordare soltanto le esperienze piacevoli? Naturalmente no. Ricordare ciò che ricordiamo in queste giornate, in questa Giornata che diventa ogni anno più lunga fino a coprire del suo grigio l’intero mese di gennaio, è un dolore profondo e intenso che si rinnova anno dopo anno senza potersi esaurire.

Però. Noi terza generazione, noi che abbiamo fatto un milione di incubi ambientati in campi di concentramento, noi che ovunque ci incontriamo nel mondo a un certo punto ci domandiamo: “dove si sono nascosti i tuoi nonni durante la guerra?”, noi per cui treni e rotaie vogliono sempre prima di tutto dire quello, noi che non ricordiamo una cena di Pesach senza qualche nonno o prozia che con una frase riporti l’intera tavolata indietro alle notti e agli inverni più abietti che l’umanità abbia conosciuto, forse iniziamo a chiederci che cosa fare con tutto questo, che cosa significa per noi oggi.

Erano ormai molti giorni che, come ogni anno all’avvicinarsi di questa data, mi ponevo queste domande. Ieri però ho incontrato e ascoltato due donne, figlie di padri deportati, e ho capito con quanta forza la shoà abbia condizionato le generazioni successive. Proprio come nella narrazione dell’uscita dall’Egitto a ognuno di noi posteri è chiesto di vedere se stesso proprio come se lui e non i suoi antenati fosse stato liberato dopo lunga schiavitù, così succede a noi, che anno dopo anno, per quanto cerchiamo di evitarlo, ci ritroviamo a raccontare e ascoltare di nuovo sempre le stesse storie, e ad ascoltarle ogni volta come se fosse la prima. Così almeno è successo a me ieri.

Cosa ci resta allora da fare, in che modo andremo avanti? Alla fine del libro di Bereshit, la Genesi, si parla  di come Giuseppe/Yosef è capace di volgere in bene il male che i fratelli hanno compiuto contro di lui salvando dalla carestia l’Egitto e poi tutta la sua famiglia. Non se ne stupisce, lo trova naturale e lo spiega ai fratelli. Forse altrettanto potremmo fare noi, che apparteniamo a un’umanità che si è evoluta, che ha saputo in buona parte fare i conti con i propri errori. Potremmo iniziare a domandarci chi soffre oggi e dove, ad occuparcene.

Il libro di Shemot, l’Esodo, si apre con la venuta di un nuovo faraone “che non aveva conosciuto Yosef”. I maestri ci spiegano che era impossibile che non l’avesse conosciuto, tanto era noto e importante, piuttosto non ha voluto riconoscere gli enormi meriti che Yosef aveva verso l’Egitto. Ha voluto dimenticare per comodità o malvagità. Così, se gli italiani, i tedeschi e tanti altri avessero voluto ricordare il bene che gli ebrei avevano fatto ai loro Paesi nascenti, forse la Storia si sarebbe svolta diversamente.

Insegnare la memoria del bene: questo potrebbe essere il nostro compito, e forse così smetteremmo di essere “terza generazione”.

Nella speranza di promuovere questa evoluzione ho accettato di portare in scena a Milano in questi giorni uno spettacolo che racconta la storia degli ebrei in Italia durante il Risorgimento con qualche incursione nel ‘500 e nel contemporaneo: mi piacerebbe davvero che per gli anni a venire il 27 gennaio diventasse un’occasione per riflettere sulla vitalità del popolo ebraico e sui doni che esso ha portato e porta al mondo in cui vive.

Lo spettacolo Un grembo, due nazioni, molte anime. Parole e musiche degli ebrei d’Italia

di e con Manuel Buda e Miriam Camerini, sarà in scena al Teatro della Memoria in via Cucchiari 4 a Milano, sabato 28 alle 21 e domenica 29 alle 16. Info e prenotazioni: 02313663.