Vendetta non è una parola ebraica | Kolòt-Voci

Vendetta non è una parola ebraica

Haim Baharier risponde ad un articolo di Paolo Di Stefano sul concetto di vendetta nell’Antico Testamento

Sul Corriere della Sera del 1 novembre, un articolo di Paolo di Stefano, prendendo spunto da un fatto di cronaca, ripercorreva il concetto di vendetta – e di sofferenza che ad essa sempre si abbina – a partire dall’Antico Testamento fino ad arrivare alle più recenti espressioni narrate dal cinema contemporaneo – This Must be the Place di Paolo Sorrentino, è uno dei film citati nell’articolo.

Il punto di partenza di Di Stefano è l’Antico Testamento: “è Mosè a inaugurare la legge del taglione”, scrive. ”Il concetto è espresso nell’Antico Testamento con una famosa immagine multipla: Occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido”. Di Stefano contrappone quest’immagine a quella del Nuovo testamento. Nel Vangelo di Matteo, Gesù, scrive di Stefano, “capovolge il concetto esortando la vittima a porgere l’altra guancia al malvagio”.

Questa contrapposizione, fra Vecchio e Nuovo Testamento, fra la legge del taglione e il “porgi l’altra guancia”, ha suscitato l’attenzione e anche la reazione di uno dei massimi pensatori e studiosi di ermeneutica ebraica in Italia, Haim Baharier.

Proprio Baharier aveva preparato e inviato al Corriere una lettera in risposta all’articolo di Di Stefano, lettera che non è stata pubblicata e che noi volentieri ospitiamo.

Caro Direttore,

Leggo l’articolo di ieri [1 novembre, ndr] “Quel filo rosso da Mosè a Tarantino / L’eterna sofferenza dei giustizieri” di Paolo Di Stefano, pubblicato a corredo di una notizia di cronaca riguardante un omicidio perpetrato da un padre per vendicare la figlia. Stimo Di Stefano e il mio disagio travalica la sua persona; idealmente si rivolge a quella ‘storia di un sentimento’ che fa da occhiello al pezzo e pone l’autore come semplice diffusore di una percezione generalizzata, di un pregiudizio pervicace duro a morire.

Si ricade per l’ennesima volta nel cliché di Mosè capotribù vendicativo, che “inaugura” la legge del taglione, in sintonia con la narrazione che lo contiene, un cosiddetto Antico Testamento zeppo di percosse, di violenze divine verso l’umanità. La Bibbia e Mosè hanno ben altra portata. Non sto a ripetere in termini generali le influenze e ricadute sul diritto dell’Occidente ma mi limito al concetto stesso di vendetta. Con Mosè si esce dalle sanguinose faide tribali e si entra nella legalità. La legge del taglione, anche presa così come appare a una prima lettura, fu una novità: un occhio per un occhio, stop, non di più era concesso. Ponendo dei limiti, una simmetria tra colpa e pena, si avvia un percorso legalitario.

Tuttavia, già ai tempi di Gesù ci si interrogò su come tradurre nei tribunali rabbinici questa prescrizione, e leggendo attentamente il testo si scoprì che esso recitava non «occhio per occhio», ma «occhio in sostituzione dell’occhio».Pertanto nessun tribunale rabbinico, nei secoli, ha mai pensato di far cavare l’occhio a chi aveva cavato l’occhio al suo prossimo. L’occhio che si caverebbe al reo ovviamente non potrebbe sostituire l’occhio perso dalla vittima. Solo dopo aver valutato attentamente il danno sotto tutti i suoi molteplici aspetti, si applicò già allora il risarcimento economico, l’unico umanamente realizzabile.

Infine, sempre secondo l’articolo, Gesù avrebbe capovolto il concetto ‘veterotestamentario’ insegnando a porgere l’altra guancia. Opporre Gesù a Mosè non mi sembra serio, l’insegnamento di Gesù senza quello di Mosè diventa un perdono che castra qualsiasi percorso di pentimento, di espiazione: si entra nel rimosso, direbbero gli psicoanalisti.

Cordialità,

Haim Baharier

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