Autoritratto di un’identità (2) | Kolòt-Voci

Autoritratto di un’identità (2)

Discorso pronunciato nel 1988, pubblicato sulla New York Review of Books nel 2011. Seconda parte.

Saul Bellow

Leggendo le memorie di Lionel Abel, “The Intellectual Follies”, sono rimasto particolarmente colpito da un brano molto interessante nel capitolo dedicato agli ebrei. Durante la guerra, scrive Abel, aveva sentito parlare delle atrocità naziste e dei campi di sterminio nell’Europa orientale, “ma non ebbi la vera consapevolezza di quello che era accaduto fino al 1946, più di un anno dopo la resa tedesca, quando portai mia madre al cinema e vidi un cinegiornale in cui si mostravano i filmati dell’ingresso dell’esercito americano nel campo di concentramento di Buchenwald.

Vidi con i miei stessi occhi la scoperta dei mucchi di cadaveri, i corpi emaciati e scheletrici dei prigionieri appena liberati, le forche e le camere a gas dove i nazisti uccidevano in massa le proprie vittime. Non avrei mai più potuto dimenticare quelle immagini, ma altrettanto indelebile fu ciò che mi disse mia madre quando uscimmo dal cinema: ‘Non credo che gli ebrei riusciranno mai a superare questa vergogna’. Non disse nulla sulla vergogna morale per la nazione tedesca… ma soltanto qualcosa su una vergogna ben più che morale, e riguardante gli ebrei. Come riuscirono gli ebrei a superarla? Emigrando in Palestina e creando lo stato di Israele”. Anch’io ebbi modo di vedere i cinegiornali sui campi di concentramento. Ne ricordo in particolare uno in cui si vedevano i bulldozer americani spingere cadaveri nudi verso una fossa comune: dai corpi dilaniati si staccavano membra e teste che ruzzolavano per terra. La mia reazione a queste immagini fu simile a quella della signora Abel: un senso profondamente inquietante di vergogna e di degrado umano, come se, proprio a causa di questi tormenti, gli ebrei avessero perduto il rispetto del resto dell’umanità, tanto da poter essere ora visti come vittime disperate, incapaci di un’onorevole autodifesa e, probabilmente in conseguenza di ciò, oggetto di una comune e istintiva repulsione – insomma, un senso di contaminazione personale e di ripugnanza. Il mondo avrebbe osservato questi cadaveri con una commiserazione che li avrebbe collocati ai margini dell’umanità. “Senza dubbio, l’Olocausto fu una tragedia”, scrive ancora Abel; e, con la tipica debolezza degli scrittori per le categorie letterarie, continua discutendo le teorie sulla tragedia: “Quando pensiamo alla tragedia dobbiamo ricordare che i migliori critici della tragedia in quanto forma d’arte ci hanno detto che alla fine di essa ci deve essere un momento di riconciliazione.

Lo spirito umano, offeso dagli eccessi delle atrocità, deve essere riconciliato con la realtà delle cose. Da un male così spaventoso deve uscire un bene; e per gli ebrei questo bene fu riconosciuto soltanto nella fondazione dello stato di Israele. Il frutto dell’Olocausto fu il successo del sionismo”. A margine di questo brano scrissi la seguente nota: “Dobbiamo davvero buttarci in questa cosa?”. Non ero affatto sicuro che fosse il momento di calare il sipario sul Quinto Atto. La lotta continuava. Quel che era certo, però, era che i fondatori dello stato di Israele, grazie alla loro virilità, avevano risollevato il rispetto perduto degli ebrei. Avevano cancellato la maledizione dell’Olocausto, della mortificazione della vittimizzazione, e di questo gli ebrei della Diaspora furono estremamente grati, ripagando Israele con il loro fedele sostegno. Forse una categoria più appropriata della tragedia, se davvero abbiamo bisogno di una categoria, sarebbe l’epica: infatti, secoli e secoli di continuata adesione alle idee ebraiche ci fanno pensare a un lungo e ininterrotto epos, alla dedizione di un popolo a qualcosa di sommamente superiore a se stesso.

In Germania la ripresa dell’epica nella forma wagneriana e poi hitleriana può ben essere stata un tentativo di soppiantare l’epica ebraica. Persino il piano di distruggere gli ebrei era di portata epica. La costruzione dello stato di Israele fu un ulteriore capitolo dell’epica ebraica. Probabilmente non conta affatto quale categoria letteraria si scelga, ma dato che sto parlando di ebrei e letteratura, non è forse inappropriato riflettere sulla tragedia e sull’epica, perché ciò che viene messo in luce dalla precedente discussione è proprio il fatto che in questo mondo moderno di abissi e baratri nichilistici gli ebrei, per l’orrore delle loro sofferenze e per la loro reazione a tale sofferenza, non rientrano nel nichilismo prevalente dell’occidente – se desiderano separarsi da questo nichilismo hanno un’alternativa più che legittima. Allo stesso tempo, ho spesso pensato che sarebbe stato davvero un miracolo se gli ebrei non fossero stati portati alla follia dalle esperienze vissute in questo secolo.

Rileggo la poesia di Yeats “Why Should Not Old Men Be Mad” e riconosco le provocazioni dei suoi vecchi: un bel giovanotto che diventa un giornalista alcolizzato, una promettente ragazza che fa dei figli con uno zoticone. Sì, sono tragedie private – e non le si devono minimizzare. Ma confrontatele con il progetto di annientamento totale di un antico popolo, provate a pensare cosa significhi il fatto che il vostro essere ebreo vi condanni alla morte, e queste tragedie private vi appariranno come irrilevanti cause di follia. E certe volte riconosco in me stesso, un anziano ebreo, una certa pazzia o un certo estremismo, come se il vaso non riuscisse più a contenere ciò che gli viene versato dentro, e ho l’impressione che le mie pareti mentali stiano frantumandosi. Talvolta mi sembra di vedere, nella politica israeliana, indizi di una razionalità danneggiata dalla memoria dell’Olocausto. E anche se dovessimo accettare la visione catartica di Abel su Israele e considerare la fondazione dello stato israeliano un riuscito Quinto Atto – questo dramma, il dramma della Fondazione, può essersi anche concluso, ma il coinvolgimento degli ebrei nella storia dell’occidente è tutt’altro che terminato. Il capitolo americano di esso è senz’altro ancora aperto. I tempi sono molto cambiati (lo fanno sempre, non è vero?) da quando Karl Shapiro pubblicò il libro “In Defense of Ignorance”. Lo lessi durante gli ottimistici anni Sessanta e il capitolo dedicato agli scrittori ebrei in America mi colpì in modo indelebile. Shapiro sostiene che l’intelligenza creativa degli ebrei è stata per secoli indirizzata su sentieri secondari: “La straordinaria forza intellettuale degli ebrei del nostro tempo raggiunge e tocca ogni cosa di questo mondo tranne la coscienza ebraica”. E ancora: “A bene osservare, ci sono soltanto due paesi al mondo in cui lo scrittore ebreo è libero di creare la propria coscienza: Israele e gli Stati Uniti… L’ebreo europeo è stato sempre un visitatore, un ospite… Ma in America tutti sono dei visitatori. In questa terra di visitatori permanenti, l’ebreo ha la rara possibilità di ‘vivere la vita’ di una piena coscienza ebraica.

Gli ebrei vivono un fantastico paradosso storico: siamo gli aborigeni spirituali del mondo moderno”. In altre parole, sostiene Shapiro, l’ebreo americano è riuscito a “sollevarsi dalla coscienza storica fino a raggiungere una piena coscienza ebraica”. Quando invece Shapiro riconosce una somiglianza tra l’umanesimo mistico giudaico e l’umanesimo laico americano, non riesco più a seguirlo. Ma la sua precedente affermazione, ossia che negli Stati Uniti lo scrittore ebreo è libero di creare la propria coscienza, mi sembra estremamente affascinante. Ma, nella costruzione della sua propria coscienza, quali sono i limiti che il nostro scrittore ebreo americano deve prendere in considerazione? Ho parlato prima degli abissi nichilistici del mondo moderno e ho sostenuto che gli ebrei, proprio a causa delle loro spaventose sofferenze e dell’atrocità della Soluzione finale, non sono stati toccati dal nichilismo dell’occidente. Se desiderano staccarsi da questo moderno nichilismo europeo possono legittimamente fare questa scelta. Cosa intendo dire esattamente con queste parole? Sono questioni estremamente difficili. Naturalmente, mi verrà chiesto di definire il termine nichilismo. Che cos’è? Possiamo scegliere tra una molteplicità di definizioni. Per Nietzsche, il nichilismo significa l’abolizione di tutti i parametri e i valori fondamentali finora accettati. Ma questa potrebbe essere una definizione troppo generica per risultare utile. Coglie somaggiormente nel segno la tesi secondo cui il nichilismo nega l’esistenza di qualsiasi sé sostanziale e distinto.

Questa mancanza di un sé sostanziale rende ogni individuo inutile o insignificante. Se noi siamo insignificanti, cosa importa che accadrà di noi? Ciononostante, chi viene ucciso non deve per forza accettare di essere definito in questo modo dai propri assassini o di vedersi sottratta da essi la propria umanità e la propria vita. L’onere del giudizio ricade sugli assassini, il cui retroterra è nichilistico. Deve essere il paese che ha commesso i crimini ad assumersene la responsabilità e la colpa. Gli uccisi non sono stati invitati a partecipare al Nulla, ma se lo sono visto gettare addosso. Noi siamo liberi di sottrarci (di sottrarre almeno le nostre menti, se non possiamo sottrarre anche i nostri corpi) alle situazioni in cui la nostra umanità, o la mancanza di essa, viene definita da altri anziché da noi stessi. Sono stati i carnefici a decretare che la carneficina era permessa, e che chi era destinato al massacro aveva al massimo un’insignificante diritto all’esistenza fondato sull’indifendibile finzione di una personalità individuale.

I teorici dell’eutanasia avevano già da parecchio tempo accettato l’annientamento dei non adatti. Persino moderati Fabiani vegetariani come G. B. Shaw (e ce n’erano molti altri) concordavano sul fatto che una società progressista doveva prendere provvedimenti per sbarazzarsi degli elementi difettosi e imperfetti. Queste riforme socialmente e storicamente “progressiste” furono introdotte in Europa centrale dai nazisti con sistematica rigidità e una sorta di ironia purgatoria nei confronti degli ebrei e di altri popoli ritenuti superflui. E’ appunto questo che mi spinge a parlare di nichilismo. Sarebbe un errore accantonare, in nome della modernità, come cosa insignificante l’antica tendenza a connettere l’ordine spirituale presente nell’universo con le nostre stesse vite. Nella nostra disposizione pragmatica rispetto all’ordinamento sociale non lasciamo alcuno spazio all’influenza delle credenze generali sulle nostre particolari opinioni circa la moralità. Nel suo recente e breve saggio intitolato “Death of the Soul”, il filosofo William Barrett ci offre un’utile discussione sulle conseguenze della scomparsa (anzi, della distruzione del sé. Barrett sottopone a un esame critico la concezione che aveva Heidegger dell’essere umano. In che modo, a giudizio di Heidegger, noi siamo nel mondo? A Heidegger domandiamo: “Chi è l’essere che attraversa tutti questi vari modi di essere? (O, detto in linguaggio più tradizionale: chi è il soggetto, l’Io, che soggiace e persiste attraverso tutti questi molteplici modi del nostro essere?). E qui Heidegger risponde in modo evasivo”: “Non siamo null’altro che un aggregato di modi di essere, e qualsiasi centro organizzativo o unificante che asseriamo di aver trovato è soltanto qualcosa che noi stessi abbiamo forgiato o escogitato”. “Perciò, c’è un buco profondo al centro del nostro essere umano – perlomeno secondo i termini in cui Heidegger descrive questo essere.

Di conseguenza, dobbiamo in definitiva riconoscere un carattere desolato e vuoto nel suo pensiero, per quanto possiamo ammirare l’originalità e la novità della sua costruzione”. Poi Barrett domanda: “Come può un essere privo di un centro essere realmente etico?”. Ed ecco la sua conclusione: “Heidegger non può essere accantonato: il quadro desolato e vuoto dell’essere che egli ci fornisce può essere semplicemente la percezione dell’essere che opera in tutta la nostra cultura, e gli siamo debitori per averla riconosciuta e portata in superficie. Per andare oltre Heidegger dovremo passare attraverso questa percezione dell’essere, al fine di raggiungere l’altra sponda”. A questo vorrei aggiungere un’altra considerazione: le questioni che non possono essere risolte con argomentazioni filosofiche rimangono spesso aperte per l’arte, ed è pertanto un errore che gli scrittori accettino il predominio dei filosofi e scrivano poesie, romanzi e commedie per illustrare, confermare ed elaborare i pensieri consegnatici da illustri (e anche non illustri) pensatori (cartesiani, kantiani, hegeliani, bergsoniani, marxisti, freudiani, esistenzialisti, heideggeriani, ecc.).

Né i filosofi né gli scienziati sono in grado di spiegare agli artisti in modo conclusivo e definitivo che cosa sia l’essere umano. Ma non dilunghiamoci oltre su tale questione, almeno per il momento. Stavo dicendo prima che il destino degli ebrei, nel Ventesimo secolo, è stato quello di soffrire le crudeltà del pensiero e della politica nichilista. Non ho detto che gli ebrei – i sopravvissuti e i loro discendenti – sono sfuggiti a quel desolato e vuoto quadro dell’essere che, come dice correttamente Barrett “è all’opera in tutta la nostra cultura”. Tutti coloro che vivono nell’occidente, noi compresi, dobbiamo sopportare questa desolazione. Nessuno può sfuggire ai sentimenti che trasmette, alle motivazioni che inculca in noi, alle condizioni umane che il nostro ambiente ci rende familiari, alla forza invasiva di tali condizioni alle quali siamo costretti a sottometterci, all’influenza che esercitano sulla nostra personalità, alle mutilazioni che ci infliggono, alla schiacciante potenza plasmatrice di un nichilismo ormai predominante. Ciò che intendo dire è che anche gli ebrei non possono sottrarsi a queste forze dominanti della desolazione.

L’ortodossia ebraica, naturalmente, rivendica la propria immunità da questa condizione generale, ma la maggior parte di noi non condivide questa convinzione ortodossa. Osservati da vicino, anche gli ortodossi appaiono ammaccati da queste ambiguità e dalla violenza che la nostra epoca scatena imparzialmente contro tutti noi. Anche gli israeliani rivendicano la propria immunità, e in un certo senso la minaccia di distruzione cui sono esposti giustifica questo atteggiamento. Ma anch’essi fanno parte dell’occidente civilizzato. Hanno inevitabilmente adottato la visione occidentale, nonché tecnologie e scienze occidentali, armamenti occidentali, sistemi bancari occidentali, forme diplomatiche occidentali. La difesa dello stato sionista ha portato alla creazione di una mini-superpotenza e di conseguenza Israele è in larga misura obbligato a condividere il malessere che tutti noi soffriamo – francesi, italiani, tedeschi, inglesi, americani e russi. Israele viene tenuto sott’occhio dall’occidente, e la stampa e l’opinione pubblica occidentale si sforza di trovare prove della malvagità ebraica e forse il suo obiettivo è proprio quello di coinvolgere gli ebrei nel proprio nichilismo. La creazione dello stato di Israele è stata una risposta alla furia nichilistica dei due potenti stati europei che diedero inizio alla guerra, e alla complicità degli altri stati che non riuscirono, e forse non vollero, proteggere i propri ebrei; e i fondatori di Israele ne erano perfettamente consapevoli Ma il mondo occidentale ora mostra una certa refrattarietà a sanzionare la soluzione israeliana – in altre parole, a lasciare che gli ebrei la facciano franca.

Quanto agli ebrei in Francia, Inghilterra e Stati Uniti che rivendicano un posto nella vita comune dei propri rispettivi paesi, essi accettano anche di condividere il disperato senso di non-essere-nell’essere – di fronteggiare il buco profondo che sta al centro del sé, la disperazione che sorge dal cuore moribondo di ogni “società avanzata”. Dopo queste osservazioni sulla concreta situazione degli ebrei e della civiltà dalla quale non possiamo ora essere separati, vorrei tornare all’affermazione che feci nel 1976 e che offese così profondamente l’illustre studioso Gershom Scholem, ossia che io sono uno scrittore americano e un ebreo. Chiaramente, lo fece infuriare il fatto che io mi considerassi innanzitutto uno scrittore. La maggior parte degli americani, vedendo il mio nome, probabilmente pensa: “E’ un ebreo”, e poi aggiunge: “E’ uno che scrive”. Qui le priorità non contano. Ma io non sono un fautore dell’assimilazione. In quanto ebreo, tuttavia, sono già da tempo perfettamente consapevole dell’importanza politica dell’America nella storia mondiale, della straordinaria ospitalità offerta da questo paese a tutti i rami dell’umanità. Ciononostante, sono un ebreo e in quanto tale sono altrettanto consapevole, in forza della stessa storia ebraica, che non posso contare su leggi e istituzioni illuminate per la protezione mia e dei miei discendenti. Osservo con attenzione il presente ebraico e ricordo perfettamente il passato ebraico – non soltanto le sue spesso eroiche sofferenze ma anche la suprema importanza del significato della storia ebraica. Ci rifletto continuamente. Leggo. Cerco di capire cosa possa significare essere un ebreo che non può vivere secondo le regole di comportamento stabilite nel corso di secoli e millenni. Non sono, come si usa dire, un ebreo osservante e dubito che Scholem fosse un perfetto ortodosso. Era, tuttavia, immerso nel misticismo ebraico del Sedicesimo secolo, e studiò approfonditamente la Cabala, per cui appare difficile che fosse privo di un sentimento religioso. Io, al contrario, sono un ebreo americano i cui interessi sono in larga misura, anche se non esclusivamente, di carattere laico. Non c’è alcun modo in cui la mia esperienza di vita americana e moderna possa essere riconciliata con l’ortodossia ebraica. Tanto che i miei antenati, se avessero la possibilità di osservare e giudicare con i propri occhi, mi troverebbero una creatura davvero strana, non meno strana dei concittadini cattolici, protestanti o atei. Tuttavia il loro scandalosamente bizzarro discendente asserisce di essere un ebreo. E naturalmente lo è. Non può essere considerato responsabile per le trasformazioni storiche delle quali è diventato l’improbabile erede. Per gli scrittori che vivono in occidente e particolarmente negli Stati Uniti, è ormai troppo tardi per risolvere le difficoltà di cui ho parlato sopra. Oggi quasi nessuno ne è consapevole. Soltanto raramente gli scrittori mostrano di rendersi conto della grande libertà di cui godono qui. Hanno il privilegio di poter essere sfrenati nella loro distruttività. Con ciò stesso vogliono mostrare che l’America non ha possesso su di loro. Sono estremamente permalosi sul fatto di non essere posseduti. Ma, d’altra parte, nessuno li prende molto sul serio. Per dire le cose più chiaramente, non si ritiene che debbano dare conto delle proprie opinioni.

Queste opinioni sono polvere rarefatta: priva di qualsiasi peso. Che cosa significa questo? Si può dire che nel nostro stordimento stiamo annichilendo persino il nichilismo? Gli scrittori ebrei, se desiderano esercitare la propria opzione di rifiuto dell’indole nichilista, possono farlo tranquillamente, ma sarebbe molto meglio per loro – anzi per tutti noi – se non si ergessero a portavoce della coscienza o non cercassero di creare grattacapi al mondo, per così dire, con il loro moralismo. Non ho mai cercato di non essere riconosciuto come ebreo per sfuggire alla discriminazione. Non me ne è mai importato molto, e non ho mai concesso a nessuno la possibilità di discriminarmi – e ora è troppo tardi per preoccuparmi di queste cose. La mia opinione, condivisa da molti, è che non esista soluzione per il problema ebraico. La malvagità contro gli ebrei non cesserà certo in un prossimo futuro, né scomparirà la coscienza di essere un ebreo, dato che il rispetto di sé impone agli ebrei di rimanere fedeli alla propria storia e alla propria cultura, che non è tanto una cultura nel senso moderno del termine quanto piuttosto una fedeltà millenaria alla rivelazione e alla redenzione. Un filosofo le cui opinioni sul tema del giudaismo mi hanno particolarmente influenzato sostiene che gli ebrei moderni per i quali l’antica fede è scomparsa continueranno a stimarla come una nobile illusione. L’assimilazione è un’alternativa impossibile e ripugnante.

Ciò che ci rimane è la contemplazione della storia ebraica. “Il popolo ebraico e il suo destino somaggiormente illuno la testimonianza vivente dell’assenza di redenzione”, scrive lo stesso filosofo. E afferma che l’autentico significato del popolo eletto sta proprio nella testimonianza di ciò: “Gli ebrei sono stati scelti per provare l’assenza della redenzione. Si ritiene… che il mondo non sia la creazione del Dio giusto e vivente, il Dio santissimo, e che della mancanza di giustizia e carità siamo responsabili noi stessi, creature peccaminose. Un’illusione? Un sogno? Ma non è mai stato sognato sogno più nobile”. Queste parole non sono incompatibili con l’affermazione di Karl Shapiro, secondo il quale negli Stati Uniti lo scrittore ebreo è libero di crearsi la propria coscienza. E nel processo di tale costruzione troverà necessario contemplare la storia ebraica, cercando di scoprirne il suo più intimo significato. Per un uomo moderno questo è probabilmente ciò che costituisce una vita ebraica. All’inizio di questo discorso ho detto: “La mia prima forma di coscienza è stata quella di un cosmo, e in questo cosmo io ero un ebreo”. Dopo oltre settant’anni di vita, circa cinquanta dei quali trascorsi scrivendo libri, non posso fare nulla di più che descrivere quanto è accaduto, e posso soltanto offrire me stesso come esempio illustrativo. Sarà questa stessa documentazione a mostrare che cosa il Ventesimo secolo abbia fatto di me e che cosa io abbia fatto del Ventesimo secolo.

(Traduzione di Aldo Piccato)

Il Foglio – 19 novembre 2011

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