Autoritratto di un’identità (1) | Kolòt-Voci

Autoritratto di un’identità (1)

Discorso pronunciato nel 1988, pubblicato sulla New York Review of Books nel 2011. Prima parte.

Saul Bellow

Qualche breve parola preliminare sul titolo di questo discorso: si parla di alcuni aspetti della mia storia personale e della sostanzialità della persona che sta dietro a questa storia. Il concetto della sostanzialità di una persona è stato sottoposto dai pensatori modernisti, postmodernisti e postpostmodernisti a un esame critico che ricorda l’indecente uso di effigi da parte degli ingegneri che simulano incidenti automobilistici e collisioni aeree: manichini che vengono dilaniati davanti ai nostri occhi o bruciati dalle fiamme della benzina. Il “problema dell’identità” ha assillato e lacerato l’intelletto moderno. Perciò quale diritto ho io, in considerazione del “nuovo look” prospettato per gli individui da illustri pensatori esistenzialisti, decostruzionisti e nichilisti, di parlare della mia personalità e della mia storia personale? E la verità è che un tale diritto non può essere arrogato da uno scrittore – un romanziere – che, in ogni caso, non avrebbe né il tempo né la competenza metafisica per portare a termine questo compito.

Tutto ciò che posso dire è che eruditi filosofi e critici hanno sollevato alcune questioni che forse non avrebbero dovuto essere sollevate; sinistre questioni che io associo a una sfida ancora più sinistra: vale a dire, la sfida al diritto che ha ognuno di noi a esistere in una qualsiasi forma. Una volta uno studente chiese al filosofo Morris R. Cohen: “Professore, come faccio a sapere che io esisto?”. “Come?”, rispose Cohen, “e chi lo sta domandando?”. Grazie al professor Cohen ho l’impressione di poggiare i piedi su un terreno più solido e di poter fare ciò che ho sempre fatto per tutta la mia vita, vale a dire ritornare al primo stadio della mia coscienza, che mi è sempre sembrata il più reale e il più facilmente accessibile. Per chi non ha accesso a questo stadio primordiale della coscienza, non ci sono misteri. I linguisti cercano di spazzare via tutti i misteri – che, a loro detta, sono soltanto presunti misteri. I fatti, tuttavia, devono essere rispettati; e il fatto è che, per ragioni che non sono in grado di spiegare, la mia prima forma di coscienza ha avuto una lunga e ininterrotta storia. Non saprei come difendere e giustificare il mio fedele attaccamento a essa. Tutto ciò che posso dire è che si tratta di un fatto, e mi domando perché ci si dovrebbe sentire obbligati a metterne in dubbio la realtà. Ma il nostro invadente mondo mentale pone in dubbio tutte le realtà di questo genere. Questo mondo di coscienze veramente moderne, colte e avanzate sospetta che la coscienza primordiale ed essenziale che io ritengo un fatto sia in sostanza non autentica e probabilmente illusoria. Vi chiedo per il momento di accettare che io abbia ragione e che ciò che io chiamo l’“invadente mondo mentale” sia invece sbagliato. Così, nella mia prima coscienza di me stesso, io ero, tra le altre cose, un ebreo, figlio di immigrati ebrei. A casa i nostri genitori si parlavano in russo, e noi bambini ci rivolgevamo a loro in yiddish, mentre tra di noi parlavamo in inglese. All’età di quattro anni cominciammo a leggere l’Antico Testamento in ebraico: osservavamo i costumi ebraici, alcuni dei quali semplici superstizioni, e recitavamo preghiere e benedizioni tutto il giorno. Essendo costretto a imparare a memoria quasi tutta la Genesi, la mia prima forma di coscienza è stata quella di un cosmo, e in questo cosmo io ero un ebreo. Suppongo che sarebbe appropriato usare la parola “arcaica” per definire la rappresentazione che io avevo del mondo: una visione arcaica, primitiva. Era questo il mio “dato” fondamentale, e sarebbe inutile metterlo in discussione, cercare di modificarlo o addirittura di cancellarlo.

Una fede millenaria in un Dio Supremo può determinare un approfondimento dell’anima, ma è anche ovviamente arcaica, e le influenze moderne mi costringerebbero a un riaggiornamento, rivelando al tempo stesso quanto antiquate siano le mie origini. Ma abbandonare queste origini mi è sempre sembrata una cosa assolutamente impossibile. Sconfessare la mia ebraicità sarebbe un tradimento della mia prima coscienza. Si può avere la tentazione di andare oltre il proprio retroterra e di inventarsi qualcosa di migliore, cercando di rientrare nel gioco della vita da un punto più vantaggioso. In America è una cosa piuttosto comune: tutti noi lo abbiamo visto fare, e in molti casi con eccezionale capacità inventiva. Ma l’idea di compiere un simile tentativo non mi è mai passata per la testa. Perciò, posso essere certamente arcaico, ma almeno ho evitato gli orrori di una crisi di identità. Ho dovuto tuttavia affrontare altre crisi. Quando ero un liceale lessi “Il tramonto dell’Occidente” e scoprii che, secondo Spengler, la nostra era una civiltà faustiana e che invece noi ebrei non eravamo altro che dei Magi, i superstiti rappresentanti di una tipologia passata, totalmente incapaci di comprendere lo spirito faustiano che aveva creato la grande civiltà occidentale: degli estranei, le cui strategie d’adattamento imitativo si fondavano su ciechi metodi di sopravvivenza o semplicemente sull’inganno. Così, Disraeli, spesso definito il più illustre statista del Diciannovesimo secolo, in realtà non sapeva quello che faceva1. Disraeli non poteva appropriarsi naturalmente dello spirito inglese e ci riuscì soltanto grazie a un’intensa applicazione e ricorrendo a espedienti. La lettura di quel libro mi ferì profondamente. Invidiavo i faustiani e maledicevo la mia sorte. Uno dei più importanti interpreti della civiltà alla quale mi ero preparato ad appartenere (il libro di Spengler fu un best seller internazionale) mi diceva che, per la mia stessa eredità culturale, non ero qualificato a farne parte. Spengler non diceva che dovevo essere messo a morte, e di questo gli si può essere grati. Ma proclamava che gli ebrei erano dei fossili, degli organismi spiritualmente arcaici, e questo equivaleva in qualche modo a una sentenza di morte. Tuttavia, ero un ebreo americano, non un ebreo tedesco o francese, e in America tutto era differente. Il mio istinto giovanile mi faceva credere che l’America, la sorgente illuminata di un ordine liberale, potesse rappresentare una nuova impresa di civiltà, che si sarebbe lasciata indietro i faustiani. Insomma, ciò che i Magi erano rispetto ai faustiani, i faustiani potevano esserlo rispetto agli americani.

Con questo trucco ingegnoso riuscii a tenere a bada Spengler. In seguito scoprii le tracce di una sorta di darwinismo nella sua visione della storia: un’umanità che progrediva per mezzo di fasi evolutive. Visitando il Museo di storia naturale, non riuscivo a riconciliarmi con gli pterodattili e le ammoniti raccolte nelle vetrine espositive, insomma con il fatto di stare su un binario morto dell’evoluzione. Non mi feriva l’idea di vedermi chiuso in un museo, ma mi accorsi che non era quello il mio posto. Pur avendo iniziato questo discorso senza una precisa prospettiva, ora inizio a scorgerne la direzione. La situazione che sto esaminando è quella di un giovane americano che, alla fine degli anni Trenta, scopre di essere una sorta di scrittore e inizia a pensare a come utilizzare il suo talento, come collocarsi e come combinare il fatto di essere ebreo con quello di essere un americano e uno scrittore. Non tutti giudicano positivamente questo progetto. Quel giovane viene sfidato da ogni parte. I rappresentanti della maggioranza protestante vogliono vedere le sue credenziali. Gli inglesi, meno ostili soltanto perché più snob, vogliono sapere chi è o chi pensa di essere. In seguito, i suoi editori francesi avrebbero invariabilmente affidato i suoi libri a traduttori ebrei. Anche gli ebrei cercano di dargli una collocazione. E’ forse troppo ebreo? E’ abbastanza ebreo? E’ un bene o un male per gli ebrei? Gli economisti e i politici ebrei domandano: “Saremmo costretti a leggere continuamente dei suoi dannati ebrei?”. I critici ebrei lo esaminano con una buona dose di acredine. In quanto figli di immigrati ebrei, discendenti del popolo che, con i suoi schiamazzi e i suoi strilli, aveva fatto saltare i nervi a Henry James quando aveva visitato l’East Side, si sentono segretamente colpevoli di arroganza non appena scrivono di Emerson, Walt Whitman o Matthew Arnold. A mio giudizio, però, poiché Henry James e Henry Adams non hanno avuto alcuna esitazione a esprimere il loro disprezzo per gli ebrei, non c’è alcun motivo per cui gli ebrei, pur avendo il massimo rispetto per questi maestri, non dovrebbero sentirsi liberi di scrivere ciò che vogliono su di essi. Lasciare che loro (gli ostili Wasp americani) determinino una volta per tutte che cosa sia la psiche americana, non opporsi alle loro opinioni quando tali opinioni ci appaiono ristrette, o ancora accettare supinamente la trasmissione delle infezioni e dei veleni razziali europei, sarebbe cosa vile e sleale. D’altro canto non si può essere sempre degli eroi, e ci sono state occasioni in cui le ombre di Brownsville e di Delancey Street hanno circondato gli ebrei appassionati di artiletteratura americana, tanto da spingerli sconsolatamente a domandarsi che cosa avrebbero potuto pensare di loro T. S. Eliot o Edmund Wilson. Tra i miei contemporanei ebrei, più di un poeta ha flirtato con l’anglicanesimo, mentre altri hanno escogitato diversi trucchi, imbrogli, espedienti e astuzie. Non ho mai sopportato questo genere di cose. Se gli aristocratici Wasp volevano considerarmi una specie di bracconiere del loro prezioso patrimonio culturale, ebbene, che lo facessero pure. Fu con questo spirito di sfida che scrissi “The Adventures of Augie March” e “Henderson the Rain King”: “Io sono un americano”, ecc. ecc. Ma, naturalmente, non ero così ingenuo da pensare di avere risposto in modo soddisfacente a certe persistenti e fatali questioni. Questioni che mi venivano continuamente rivolte da tutti, compresi scrittori e pensatori ebrei per i quali nutrivo grande stima. Negli anni Cinquanta andai a Gerusalemme a trovare Shmuel Agnon: sorseggiando una tazza di tè e chiacchierando in yiddish, Agnon mi chiese se i miei libri erano già stati tradotti anche in ebraico. No, non erano stati ancora tradotti in questa lingua. Con adorabile scaltrezza Agnon disse che era davvero una disgrazia, aggiungendo: “Le lingue della diaspora non sono destinata a durare”. Sentii in quel momento incombere su di me l’eternità ed ebbi la piena consapevolezza della mia irrilevanza. Riuscii tuttavia a non perdere completamente la mia presenza di spirito e per continuare la conversazione gli domandai: “Che ne sarà allora di poeti come il povero Heinrich Heine?”. Agnon replicò: “E’ stato tradotto splendidamente in ebraico e la sua sopravvivenza è assicurata”.

Agnon, naturalmente, stava sostenendo che la lingua più appropriata per uno scrittore ebreo era l’ebraico. Non me la sentii di mettere in discussione quest’affermazione. Non ero certo in grado di smantellare tutta la mia vita e ripartire da zero in ebraico. Né Agnon si aspettava che lo facessi. Senza la minima traccia di malanimo, Agnon stava semplicemente richiamando la mia attenzione su alcuni aspetti della storia ebraica. Mi stava punzecchiando con estrema dolcezza. Gershom Scholem, per i cui libri ho grande ammirazione, fu meno gentile con me. Mi è stato riferito che un’affermazione da me fatta nel 1976, quando vinsi il premio Nobel, lo fece andare su tutte le furie. Sui giornali si scrisse che io avessi detto di essere uno scrittore americano e un ebreo. Forse avrei dovuto dire che ero un ebreo e uno scrittore americano. Poiché Scholem è uno dei più illustri studiosi del secolo, mi dispiace di averlo offeso; tuttavia, pagato il dovuto omaggio di rispetto nei suoi confronti, mi sento di aggiungere che ciò mi ricorda la goffa domanda che un tempo si faceva ai bambini: “A chi vuoi più bene, al papà o alla mamma?”. Mi ricordo che ai giornalisti risposi, senza nemmeno pensarci, “per prima cosa sono uno scrittore, e poi un ebreo”. Per ragioni facilmente comprensibili, Scholem mi collocò tra quegli ebrei tedeschi che avevano fatto ogni sforzo possibile per assimilarsi e a proposito dei quali Lionel Abel (nel saggio “The Intellectual Follies”) ha scritto: “La cultura tedesca era la cultura del mondo gentile” più degna di ammirazione. La tragedia degli ebrei tedeschi, a detta di Scholem, stava nel fatto che “sono stati annientati da un movimento politico nazionalista sorto nella nazione che essi amavano di più”. Questo, come molte altre questioni ebraiche, è un problema ben più profondo e tragico di quanto possa sembrare.

Lo esaminerò dal mio punto di vista, ossia quello di uno scrittore ebreo americano, e ricondurrò la discussione nuovamente ad Agnon, che mi aveva punzecchiato con grande dolcezza sulle lingue della diaspora, destinate prima o poi a scomparire. La lingua di un individuo è un luogo spirituale, che ne ospita l’anima. Se siete nati in America tutte le comunicazioni fondamentali, compresi i colloqui più profondi con voi stessi, saranno in inglese, o meglio, in inglese americano. Non direte mai né bugie né verità in alcuna altra lingua. Senza di esso non potreste far nessun calcolo. Non rifletterete mai sulla vostra morte in ebraico o in francese. Il vostro inglese è lo strumento principale della vostra condizione umana. E quando la porta delle camere a gas gli fu chiusa davanti, moltissimi ebrei tedeschi che invocarono per l’ultima volta il proprio Dio usarono inevitabilmente la lingua dei propri assassini, perché non ne avevano altre a disposizione. E’ proprio questa consapevolezza che si celava dietro il canzonatorio avvertimento di Agnon. Prendermi in giro era il suo modo, tipicamente ebraico, di essere serio con me. Agnon sosteneva che l’anima degli ebrei doveva voltare le spalle all’Europa e volgersi a contemplare l’Hochma (saggezza) nella pace edenica della Terra promessa. Certamente, ma gli ebrei non possono permettersi di confinarsi nella Terra promessa. Nemmeno coloro che compiono l’Aliyah (emigrazione in Israele) possono fare a meno della scienza occidentale, della cultura occidentale, della finanza occidentale. Come sarebbe stato bello studiare la saggezza al cospetto di Agnon. Parlandomi in yiddish, mi disse che se avessi conosciuto l’ebraico abbastanza bene per comprendere le sue parole, avrei desiderato rivederlo (ihr volt noch mir gebenkgt). Dopo i terribili tormenti del nazismo avremmo potuto infine stare insieme ad aspettare il ristabilimento del regno di Dio. Questa mi sembrava una visione letteraria non semplicemente ebraica ma più precisamente ebraica europea. In Europa gli ebrei potevano essere bene accolti in quasi tutti i campi del sapere, ma se erano degli artisti si scontravano inevitabilmente contro una barriera nazionale o razziale. Il wagnerismo, in una forma o nell’altra, li avrebbe rifiutati. Goethe era infinitamente pià ragionevole ed equilibrato di Wagner, ma in “Wilhelm Meister” scrisse le seguenti parole: “Non sopportiamo alcun ebreo in mezzo a noi; infatti, come potremmo accordargli un posto nella nostra alta cultura, della quale lui stesso rifiuta l’origine e la tradizione?”.

E Nietzsche, in “Al di là del bene e del male”, scrisse: “Non ho ancora incontrato un tedesco che sia ben disposto nei confronti degli ebrei”. E non intendeva questa affermazione come un complimento verso i tedeschi. Persino Heidegger, considerato da molti il più grande filosofo del Ventesimo secolo, nel 1953 parlava ancora della “grandezza e verità interiore del Nazionalsocialismo”. Un posto nell’alta cultura, la cui origine gli ebrei rifiutano? Ma semmai è la cultura tradizionale che oppone il rifiuto. Nell’Europa del Ventesimo secolo gli scrittori métèque sono molto numerosi. I dizionari francesi definiscono la parola métèque come “estraneo” o “residente straniero”, e il termine ha connotazione peggiorativa. Nell’Oxford English Dictionary si trova il termine metic, ma è obsoleto. Il romanziere Anthony Burgess usa il termine francese e difende con passione lo scrittore métèque – il non nativo che, stando ai margini della lingua e della cultura che l’ha prodotta, si suppone sia privo di rispetto (così dicono i dotti) per le regole profonde della lingua e della grammatica inglese, per il cosiddetto “genio del linguaggio”. Infatti, sostiene Burgess, il genio della lingua inglese, fondamentalmente plastica, ha la capacità di adeguarsi tanto agli scrittori métèque quanto a quelli di razza pura e grammaticalmente ortodossi: “Se consideriamo i polacchi e gli irlandesi dei métèque, ci sono fondati motivi per ritenere che i métèque, nel Ventesimo secolo, abbiano fatto per l’inglese molto più di qualsiasi razzialmente purissimo letterato che si attenga alle regole con la massima scrupolosità (vale a dire che abbiano mostrato ciò di cui la lingua inglese è effettivamente capace o che abbiano dimostrato che cos’è veramente questa lingua)”. Quando parla di irlandesi Burgess ha in mente James Joyce, e il suo polacco è Joseph Conrad; e a questo elenco possiamo facilmente aggiungere Apollinaire in francese, Isaak Babel, Mandelstam e Pasternak in russo, Kafka in tedesco, Svevo in italiano, nonché V. S. Naipaul e Vladimir Nabokov. In realtà, in quest’epoca cosmopolita non è quasi possibile rimuovere tutti i métèque dalla letteratura moderna senza lasciarla estremamente impoverita.

Avrei dovuto chiedere ad Agnon se l’arabo di Maimonide era stato davvero ben tradotto in ebraico, ma allora non avevo avuto la presenza di spirito per farlo, e anche adesso quest’osservazione è leggermente fuori luogo. Negli Stati Uniti, un paese di stranieri che potrebbe essere forse in procinto di creare un tipo nazionale (chi può prevedere come andrà a finire?), un termine come métèque non è applicabile. Rinnovare la purezza della tribù era stato un progetto francese, e un uomo che parli un francese accettabile può, perlomeno quando parla, aspirare al rango aristocratico. Ma la New York dei gentili e la Boston dei brahmini non hanno mai dominato la parlata americana, e le ambizioni aristocratiche degli abitanti della costa orientale hanno sempre suscitato ilarità nel resto del paese. Tuttavia, quando i nostri meticci – ebrei, italiani e armeni figli di immigrati – dopo la Prima guerra mondiale, hanno iniziato a scrivere romanzi, hanno provocato un profondo disagio e, in alcuni ambienti, persino allarme e rabbia. Irving Howe, ricordando i giorni del Partisan Review, ha osservato che “alcuni settori dell’élite intellettuale locale… trovavano insopportabile la modesta fama degli scrittori newyorchesi. Ben presto iniziarono a borbottare che la purezza di linguaggio e di spirito americana era contaminata dalle strade di New York… L’antisemitismo era diventato pubblicamente sconveniente negli anni successivi all’Olocausto, e un sottile strato di vergogna si era deposto sulla coscienza civile; ma questo non significava affatto che alcuni scrittori locali… fossero privi di un lessico privato su questi usurpatori newyorchesi, questi sapientoni del Bronx e di Brooklyn che intendevano riplasmare la vita letteraria americana. In seguito, quando attaccò sulla televisione gli scrittori ebrei, Truman Capote ebbe lo sfrontato coraggio di dire ciò che gentiluomini più prudenti dicevano silenziosamente tra di loro”. Capote disse che una mafia ebraica stava impadronendosi della letteratura americana e anche dell’editoria newyorchese. E in un suo successivo libro scrisse che gli ebrei avrebbero dovuto essere imbalsamati e collocati in un museo di storia naturale.

Ho un debito troppo grande nei confronti di scrittori come R. P. Warren (che fu generosissimo con me all’inizio della mia carriera), John Berryman, John Cheever e altri poeti, romanzieri e critici di pura origine americana per potermi lamentare di negligenza, discriminazione o maltrattamento. La maggior parte degli americani ti giudicava sulla base dei tuoi meriti, e a quasi tutti i lettori non interessava minimamente dove fossero nati i tuoi genitori. Ciononostante, uno scrittore ebreo non poteva permettersi di trascurare i suoi detrattori. Doveva indurire la propria scorza senza tuttavia involgarirsi ogni volta che sentiva un poeta da lui ammirato proclamare che l’America era diventata la terra dei wop e dei kike (termini denigratori rispettivamente per gli immigrati italiani ed ebrei, ndt), o un letterato ancora più famoso affermare che i suoi colleghi ebrei erano i maestri del crimine che avevano imposto la propria usura ai poveri gentili, che avevano fatto sprofondare il mondo nella guerra, e che i goyim (“gentile”, detto da ebrei: persona che non segue la religione ebraica, ndt) erano bestiame trascinato al macello dagli yid (“ebreo”, con connotazione denigratoria, ndt). Il principale poeta della mia generazione riteneva che in una società cristiana il numero degli ebrei non credenti doveva essere tenuto entro limiti ristretti. Per un ebreo, l’atteggiamento più appropriato da adottare era il nietzschiano spernere se sperni. Per quanto questo fenomeno possa sembrare sgradevole in momenti di particolare sensibilità, soltanto raramente oltrepassa la pura trivialità. Il disprezzo degli ebrei era per i letterati Wasp la via più facile per identificarsi con la grande tradizione. Inoltre, per i non ebrei è una sorta di opzione ereditaria da esercitare in certi particolari momenti, quando scoprono di avere il diritto innato di decidere se stare dalla parte degli ebrei o contro di essi (gli ebrei invece non godono di tale diritto). All’inizio del secolo offriva l’opportunità di schierarsi con i più illustri gruppi intellettuali della destra. Era davvero piacevole, se si arrivava dall’Idaho o dal Missouri, poter identificarsi con Maurras o con gli avversari di Dreyfus.

Henry Adams ammirava moltissimo Drumont, il giornalista accanitamente nemico dei sostenitori di Dreyfus. Persino le menti più illuminate, se le si analizza da vicino, hanno i loro tortuosi recessi. A titolo di esempio posso citare l’osservazione fatta da W. H. Auden a Karl Shapiro subito dopo l’assegnazione del Bollingen Prize a Ezra Pound: “Siamo tutti antisemiti in certe occasioni”. Vero. Lo sappiamo tutti perfettamente e siamo propensi a concedere un lasciapassare ai nostri personaggi preferiti, a quelli che sono liberi da pregiudizi come Auden, il più liberatorio tra i poeti inglesi moderni. Auden è stato, in tutti gli aspetti più importanti, un’eccezione – proprio come Capote è stato, in tutte le cose più banali, prevedibilmente maligno. “Noi volevamo liberarci dalle paure e dalle costrizioni del mondo in cui eravamo nati”, disse Irving Howe, parlando degli scrittori ebrei pubblicati sulla rivista Partisan Review negli anni Trenta e Quaranta, “ma quando ci trovavamo di fronte alle impenetrabili mura della cortesia dei gentili proclamavamo aggressivamente la nostra ‘differenza’, come per innalzare l’ebraicità a una più alta forza cosmopolita”. Come abbiamo visto, i gentili non erano sempre cortesi. Per il resto, Howe ha quasi perfettamente ragione. Il suo unico errore è considerare i collaboratori ebrei del Partisan Review come un gruppo unito e compatto, identificandoli come gli “scrittori di New York”. Almeno due di noi si consideravano dei cittadini di Chicago, cresciuti in quartieri abitati da polacchi, scandinavi, tedeschi, irlandesi, italiani ed ebrei. Gli scrittori newyorchesi provenivano da comunità prevalentemente ebraiche. Io non desideravo entrare a far parte della combriccola del Partisan Review.

Al pari di parecchi suoi membri, però, io ero “un ebreo emancipato che si rifiutava di negare la propria ebraicità”; e suppongo che avrei dovuto considerarmi un “cosmopolita” se, a quel tempo, fossi stato in grado di pensare lucidamente. Delmore Schwartz, al quale guardavo con ammirazione, aveva scritto un saggio nel quale definiva T. S. Eliot un “eroe internazionale”, il poeta che aveva saputo tratteggiare nel modo più chiaro la condizione moderna: contrazione, decadenza, alienazione, delusione, declino – la civiltà vista dall’osservatorio privilegiato del classicismo e dell’aristocrazia, e inquadrata da un’insigne coscienza storica. Ma io non rientravo in nessuno di questi parametri. In realtà, a giudizio di Eliot, io avrei dovuto essere considerato parte integrante della decadenza e causa diretta del suo senso di delusione. Non si trattava del fatto che avessi dei parenti che rievocavano, anche soltanto remotamente, Rachel née Rabinovich, che strappava i vitigni con zampe assassine; ma sentivo che, nella coscienza storica di Eliot, sarei stato relegato a un grado molto basso. Naturalmente, non accettai di cedere il monopolio a questa prestigiosa coscienza. Avevo il sospetto che fosse inattendibile; e nonostante il suo attraente e seducente involucro, la consideravo più sinistra del semplice nichilismo di strada. La storia? Certamente, ma nella versione di chi? A chi affidare con fiducia il compito di riassumerla per noi? Io riconoscevo, in T. S. Eliot, in Joyce e in altre illustri figure della loro generazione per la storia come l’avevano concepita gli artisti alla fine del Diciottesimo secolo: una storia romantica. Gli artisti, anche i più radicali, seguivano le proprie ortodossie e avevano una visione ortodossa della storia dell’occidente. Nella stessa arte (almeno quando l’arte era ciò che doveva essere) vedevo la fonte di nuovi indizi che non confermavano necessariamente il giudizio sulla civiltà moderna espresso dai suoi più illustri scrittori. L’arte non poteva essere imprigionata dai loro giudizi definitivi.

Ai miei occhi, le opinioni sigillate che precludevano qualsiasi ulteriore scoperta assomigliavano a un’asta truccata. Ma penso che sto dedicando troppo tempo ai boss della cultura che dominavano sugli scrittori e governavano i dipartimenti di inglese e il mondo del giornalismo letterario. Una raffinata dittatura ispirata da T. S. Eliot (con una fazione teppista guidata da Ezra Pound) e che si autodefiniva come tradizionalista era in realtà profondamente razzista. Ma queste cose sono in definitiva prive di importanza, e semplicemente causa di distrazione. Ciò che ci è imposto dalla nostra nascita e dall’ambiente è proprio ciò che deve essere superato e scavalcato. Il vero compito dello scrittore ebreo, come dice Karl Shapiro nel suo indispensabile libro “In Defense of Ignorance”, non è di protestare contro la società bensì di andare oltre la protesta. Tali questioni sociali (spiacevoli e fastidiose) sono ridotte a banalità dal peso schiacciante dell’esperienza ebraica della nostra epoca. (1 – continua)

(Traduzione di Aldo Piccato)

Il Foglio – 12 novembre 2011

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