Perché chiamiamo proprio Avrahàm “nostro padre” | Kolòt-Voci

Perché chiamiamo proprio Avrahàm “nostro padre”

Alfredo Mordechai Rabello

La nostra Parashà, Vajerà, è ricca di spunti importanti per la fede dell’Ebreo, da lech-lechà della settimana scorsa al lech-lechà el Erez hamorià di questa settimana. Non è un caso che noi leggiamo brani di questa Parashà nei giorni del giudizio di Rosh Ha-shanà.

La visita ai malati in seguito alla milà di Avraham Avinu (nostro padre), la visita degli angeli, intervento di Avraham a favore dei giusti che potevano essere in Sodoma e Gomorra, la separazione da Hagar ed Ishmaele, il racconto di Avimelech a Grar, “e il Signore si ricordò di Sarà”, la nascita di Izchak, la akedat Izchak, ed infine “anche Milcà partorì”: commentatori, oratori, filosofi e poeti hanno trovato in questa Parashà elementi vari per spiegare, ognuno nella sua vita e sotto la sua ottica, concetti fondamentali non sempre semplici.

Noi ci occuperemo in questa sede di un particolare giuridico della Parashà, che viene a sottolineare anche lo spirito di responsabilità di Avraham Avinu. Il primo versetto della Parashà dice: «Il Sign-re gli apparve presso le querce di Mamré mentre egli era seduto (yoshev, ישב) all’ingresso della tenda…» (Gen. 18:1).

Rashì commenta:

“Il termine è scritto ישב (cioè senza vav e si può leggere anche yashav) “sedette”. Abramo infatti voleva alzarsi in piedi, ma il Santo, benedetto Egli sia, gli disse: «Rimani seduto, mentre Io starò in piedi! Tu sei un segno per i tuoi figli, che Io, in futuro, starò in piedi nell’assemblea dei giudici, mente essi rimarranno seduti, come sta scritto: “D-o sta in piedi nell’assemblea dei giudici”» (Salmi 82:1) (trad. Cattani).

Spiegava alcuni anni fa il Rav Jehudà Amital z.l. (Rosh Hajeshivà Har Etzion, nel Gush Etzion ed ex-ministro nei Governi Rabin e Peres): che possiamo vedere nel Midrash e nel seguente commento di Rashì un ammonimento anche per i  nostri giudici; essi debbono vedere il loro compito come quello di giudicare e non come quello di cambiare la società, onde, per esempio, se secondo il diritto va condannato il povero, i giudici  lo dovranno condannare: state seduti, giudici, ci sono anch’io – il Sign-re – per intervenire ad aggiustare il mondo. Il Midrash (Genesi Rabbah 48:7) infatti  prosegue dicendo: “Quando Israele entrerà nelle sinagoghe e nelle scuole talmudiche a recitarvi lo Shemà e starà seduto in Mio onore, mentre Io starò in piedi su di esso…”. Stare seduto significa per il giudice la semplice applicazione della legge, l’essere la bocca della legge, secondo l’espressione di Montesquieu, mentre lo stare in piedi verrebbe a significare un tentativo di intervenire per migliorare la società.

L’interpretazione del Rav Amital era conforme al suo insegnamento: moderazione in ogni campo; non – si noti – distacco dalle responsabilità: sapevamo bene che avevamo davanti a noi un Rav che era passato dai campi di concentramento nazisti alla lotta della Haganà in Erez Israel, per proseguire a combattere nel nuovo esercito israeliano la guerra di Indipendenza; sapevamo che i suoi allievi dovevano studiare Torà e fare il servizio militare come doveri ovvi. L’insegnamento di Rav Amital poteva essere interpretato come una presa di distanza dall’atteggiamento troppo interventista di  alcuni giudici israeliani, specialmente della Corte Suprema.

Tuttavia mi sembra, a mio modesto avviso, che possiamo trovare nelle nostre fonti anche espressioni che possono permettere un certo “attivismo giuridico”, che permetta anche ai giudici di essere consapevoli delle necesità della società.

Studiamo infatti nel Talmud (Bavà Metzià 83:1): “I facchini di Raba bar bar Chana gli ruppero durante il trasporto, una botte di vino che stavano trasportando, e Raba bar bar Chana prese i loro mantelli. Essi si rivolsero al giudice Rav, raccontando l’accaduto. E questi gli disse: restituisci loro i loro mantelli. Gli chiese Raba bar bar Chana: E questa è la regola? Gli rispose: sì, dato che è detto: “Perchè tu vada per la strada dei buoni” (Proverbi 2:20). Restituì loro i mantelli. I facchini dissero allora al giudice: noi siamo poveri, abbiamo lavorato tutta la giornata, siamo affamati e non abbiamo nulla. Disse Rav a Raba: paga loro la loro paga. E quello gli chiese: È forse questa la regola? – Sì, dato che è detto: “osserverai le vie dei giusti”(ivi). In questo caso il giudice Rav richiese da Rava un atteggiamento che va ben oltre quello che avrebbe richiesto la regola pura e semplice:

In questi casi il giudice non può permettersi di “stare seduto”; anzi diremmo che in questi casi il giudice deve sentire l’esclamazione del patriarca Abramo come rivolta anche a se stesso: “il Giudice di tutta la terra non farà giustizia?” (Gen. 18:25). Naturalmente anche in questi casi bisognerà agire con moderazione, ponderando molto bene la situazione sotto tutti i suoi aspetti. In fin dei conti anche il Midrash sa bene che se stiamo seduti durante la lettura dello Shemà, durante la Amidà che diciamo subito dopo, dobbiamo stare in piedi e questo anche quando chiediamo: “fai tornare i nostri giudici come un tempo”.

Nella nostra Parashà avvertiamo la stupita domanda di Avraham: “Lungi da Te il fare una cosa simile, far morire il giusto con il malvagio! Il giudice di tutta la terra non farebbe giustizia?!” (Gen. 18:25): questo è quello che ci aspettavamo da Avraham Avinu, che anche questa volta sa superare la prova a cui era stato sottoposto, insegnandoci il rispetto dei diritti dell’uomo, che richiedono il rispetto dei doveri dell’uomo.La difesa del giusto non protegge solo se stesso, ma anche la società in cui egli opera. Nella sua domanda a D-o: ” Il giudice di tutta la terra non farebbe giustizia?!” Avraham vuol vedere in D-o l’esempio da imitare:”Poiché Io lo prediligo affinché raccomandi ai suoi figli e alla sua famiglia avvenire di osservare le vie del Signore operando carità e giustizia…” (18:19), come diranno i Saggi:  “Come Lui è pietoso, anche tu sii pietoso. Come Lui è giusto, amche tu sii giuisto.” (Sifré Ekev 49).

La via di Avraham è quella di una grande responsabilità, la responsabilità di un uomo verso l’altro uomo, proprio l’opposto di quello che succedeva a Sodoma.  Questa via Avraham l’ha insegnata ai suoi figli. Rabbì Israel Salant, padre del Movimento per il Musar (1810-1883), ha insegnato: uomo, sei venuto al mondo? Tu hai una responsabilità. Chi è affamato richiede responsabilità e se proseguiamo a rimanere in vita è perche qualcuno ha sentito responsabilità verso di noi per darci da mangiare quando non eravamo in grado di farlo da soli; ed il Salanter si pone la domanda di cosa sia la realizzazione della spiritualità: ci potremmo immaginare che egli volesse riferirsi allo studio di questo o quel libro, come Il Sentiero dei Giusti, di Moshé Chaim Luzzatto, a lui così caro, ma per Rabbì Salant la realizzazione della spiritualità è il pensare, il prendersi cura per i beni materiali del prossimo.

Proprio l’opposto di quello che potremmo credere: ed anche questo era stato uno dei segni che aveva caratterizzato Yosef hazaddik il cui principale pensiero per quattordici anni della sua vita è stato quello di dar da mangiare agli affamati, ed il Salanter invita il datore di lavoro a vedere come suo principale dovere morale quello di salvaguardare la dignità dei suoi lavoratori. Il vuoto viene riempito dal dare umano.

Giurista, Jerushalaim