Lévinas, la prigionia fa bene agli aforismi | Kolòt-Voci

Lévinas, la prigionia fa bene agli aforismi

Esce lo zibaldone del filosofo ebreo. Lo scrisse su taccuini di fortuna quando era detenuto in Germania

Alessandra Iadicicco

Ebreo, ucraino, ma dal 1930 cittadino francese, durante la Seconda guerra mondiale il filosofo Emmanuel Lévinas fu fatto prigioniero dopo l’invasione tedesca della Francia, nel 1940. Dapprima rinchiuso negli stalag di Rennes e di Laval, fu trasferito nel ‘42 a Vesoul, e infine in Germania, a Fallingsbostel, vicino a Hannover, dove restò fino al ‘45 segregato in baracche per prigionieri israeliti cui era proibita ogni pratica del culto.

I tedeschi lo impiegarono come interprete dalla lingua russa. I compagni di sventura riferirono di averlo visto prendere appunti su un minuscolo taccuino: la bozza dell’opera chiave Dall’esistenza all’esistente , si supponeva, pubblicata subito dopo la guerra nel ’47. Gli appunti raccolti dal pensatore prigioniero, invece, si rivelarono una mole sterminata. Vergati su fogli di piccolo formato, sì: stringatamente, stenograficamente e per lo più a matita, per ovviare alla penuria di carta, sfuggire alle perquisizioni e per poterli portare con sé in ogni luogo e scrivere ovunque. Annotati però con indefessa continuità tra il 1940 e il ‘45 (anche se le prime note risalgono già al 1937, e le ultime arrivano fino al 1950), tanto da riempire i sette Quaderni di Prigionia proposti ora in prima edizione italiana da Bompiani (pp. 510, 25).

Questo straordinario documento di intelligenza e di attenzione più ancora che di vita, questa testimonianza in presa diretta di concezione teoretica e, nei passaggi più sorprendenti, di immaginazione letteraria, è solo oggi disponibile alla lettura grazie alla laboriosa trascrizione di Rodolphe Calin e Catherine Chalier – complicata dalla grafia illeggibile, la matita cancellata, i bordi delle pagine consumati – e dalla cura del francese JeanLuc Marion e dell’italiano Silvano Facioni. Il grosso inedito – zibaldone di pensieri, magma di idee, repertorio di immagini poetiche (le proprie e degli autori prediletti), collezione di progetti e di domande – si legge come una rivelazione. Per un filosofo la cui ricezione è stata rallentata dall’edizione rapsodica degli scritti e imperniata soprattutto sui temi della fenomenologia Lévinas fu infatti l’importatore del pensiero di Husserl e Heidegger in Francia – e dell’etica, lo studio di un inedito di questa mole vale come punto di partenza per una rinnovata e complessiva interpretazione. L’eterogeneità dei temi trattati nei quaderni si può ordinare suggeriscono i decifratori del manoscritto – su tre filoni, corrispondenti a tre diverse scritture: filosofica, critica e letteraria. Se i motivi di pensiero ricorrenti in queste note ruotano attorno alla disfatta della patria, la perdita del senso e la sua ricerca attraverso la lettura e il commento del testo biblico, è dai maestri della letteratura – Dante, Ariosto, Proust, Bloy, Tolstoj, Dostoevskij… – frequentati assiduamente in prigionia, che Lévinas trae spunti originali e consolazione esistenziale. Quanto al vissuto quotidiano del prigioniero, nei Quaderni è quasi assente, appena accennato o trasfigurato nel materiale di un possibile romanzo. Persone incontrate e scene di vita si trasformano sulla pagina in personaggi e spezzoni di una trama romanzesca che Lévinas (come l’altro filosofo letterato, Jean-Paul Sartre) credeva potesse cogliere meglio di una riflessione o di un saggio l’elemento «fantastico» dell’esistenza: «Una realtà – scriveva – che pur essendo nel reale è al di là del reale».

Autore: Emmanuel Lévinas

Titolo: Quaderni di prigionia

Edizioni: Bompiani

Pagine: 510

Prezzo: 25 euro

http://www3.lastampa.it/libri/sezioni/il-libro/articolo/lstp/421262/