La banalità dei cattivi paragoni | Kolòt-Voci

La banalità dei cattivi paragoni

Paralleli impropri È una moda sciocca e pericolosa, destinata ad alimentare i deliri del negazionista Ahmadinejad, che convoca a Teheran l’ internazionale degli antisemiti

Pierluigi Battista

Non tutte le comparazioni, o almeno quelle che hanno per oggetto lo sterminio ebraico, sono eguali. Ci sono quelle recentissime, malferme, fatue e pretestuose di Günter Grass e di Zygmunt Bauman. Però ci sono anche le pagine tremende e sferzanti di Vasilij Grossman di Vita e destino , il romanzo dall’ epica tolstojana del XX secolo che una cultura pavida e conformista come quella italiana ha tenuto nelle oscurità delle cantine per decenni. Purtroppo la comparazione cattiva tende a scacciare quella buona.

La boutade soppianta il rigore dei confronti ponderati. E la banalità ha il sopravvento sulla serietà. Purché il discredito della comparazione cattiva non getti un’ ombra su quella buona. È banale, nella sua sconcertante piattezza, il paragone che Bauman, l’ acuto analista delle nostre società «liquide», istituisce tra il muro che Israele ha costruito per proteggersi dai colpi micidiali del terrorismo suicida e quello che imprigionò il ghetto ebraico di Varsavia, i cui abitanti morirono in massa, o deportati nei campi di sterminio, oppure massacrati nel fuoco di una rivolta eroica e commovente.

È banale, nella sua sorprendente superficialità, l’ equiparazione suggerita da Grass tra il crimine dell’ Olocausto e le sofferenze patite dai militari tedeschi nella Seconda guerra mondiale. Avesse almeno alluso a quelle patite dai civili tedeschi, che pure pagarono al prezzo di città annichilite e di soprusi inimmaginabili sulle popolazioni deportate la follia apocalittica dell’ hitlerismo. No: non i civili, ma i militari tedeschi, che avevano calpestato, occupato e vessato quasi tutta l’ Europa.

È inoltre una moda sciocca e corriva, quella degli intellettuali che, come il compianto José Saramago, odiano Israele a tal punto da paragonare Gaza ad Auschwitz. Una moda sciocca ma pericolosa, destinata ad alimentare i deliri del negazionista Ahmadinejad il quale, per legittimare un nuovo massacro dei «sionisti» e degli ebrei, convoca a Teheran l’ internazionale degli antisemiti, che sbrodolano assurdità sulla «menzogna di Auschwitz» e trovano ospitalità nei siti occidentali impegnati nella «Flottilla» anti-israeliana.

Queste non sono comparazioni sostenibili. Servono ad alimentare la fiamma dell’ odio antiebraico che cova sotto le ceneri della guerra santa al sionismo. Servono a ridimensionare la portata della Shoah, a negarne il significato, a sminuirne l’ orrore. Non sono comparazioni serie. Le comparazioni serie sono quelle affrontate, con dolore e visionaria precisione, da Grossman. E non è giusto ignorare la lezione di Grossman confondendola e rubricandola sotto la stessa etichetta, «comparazione», con le banalità di Grass e di Bauman.

La comparazione seria è quella che ha per oggetto le analogie, le similitudini, le omologie, le somiglianze tra nazismo e comunismo, tra i lager e il Gulag: i due orrori totalitari del XX secolo. Questa comparazione ha violato un tabù: quello dell’ assoluta, irriducibile, imparagonabile unicità dell’ Olocausto, riletto metafisicamente come irruzione di un Male senza residui che non ha precedenti o confronti nella storia.

Ma il rifiuto di quella comparazione ha anche protetto, come uno scudo autogiustificazionista, una cultura che con il comunismo, in tutte le sue versioni, ha coltivato una familiarità, una simpatia, un rispetto, una complicità di fondo che il crollo del Muro di Berlino ha semplicemente sepolto nell’ oblìo. Ancora alla fine degli anni Novanta, la casa editrice Einaudi rispedì al mittente con motivazioni imbarazzate la lucida prefazione ai Racconti della Kolyma di Varlam Salamov in cui Gustaw Herling, un conoscitore in prima persona del Gulag che aveva consegnato con il suo Un mondo a parte un referto dell’ universo concentrazionario con anni di anticipo sul capolavoro di Solzhenitsyn, aveva messo in luce le segrete affinità tra i due «gemelli totalitari». Aveva sfidato il tabù, e per questo la prefazione incriminata, considerata intollerabile, venne cassata, «impubblicabile» dai torchi politicamente corretti di una prestigiosa casa editrice.

Come venne incriminato Grossman, del resto. E chissà come mai dovettero subire l’ onta dell’ ostracismo, la ferocia delle polizie del pensiero adibite al rilascio di passaporti di rispettabilità culturale, uomini e donne che subirono sulla loro carne la crudeltà dei «gemelli totalitari», braccati dai nazisti come dai comunisti. A cominciare da Grossman, appunto. Che aveva descritto con una passione lacerante l’ inferno di Treblinka. Che aveva redatto un Libro nero delle inenarrabili atrocità naziste in territorio sovietico che Stalin, mentre nell’ Urss cominciava a dilagare il morbo antisemita destinato a sfociare nel delirio del «complotto dei camici bianchi» (ebrei), decise di non fare uscire. E che con Vita e destino , ora tradotto in Italia da Adelphi dopo l’ edizione a cura della Jaca Book, per anni seppellito dai funzionari della censura sovietica, svelò un segreto inconcepibile e conturbante: la segreta affinità dei due contendenti, i nazisti e i comunisti, che stavano combattendo a Stalingrado una delle più feroci battaglie della guerra mondiale.

Da Grossman a Margarete Buber-Neumann, la comunista tedesca che descrisse nel suo Prigioniera di Stalin e Hitler il trattamento speciale di una detenuta nel campo di concentramento sovietico di Karaganda in Kazakistan poi, per ossequio alle clausole del patto Molotov-Ribbentrop, consegnata nel 1940 direttamente dagli aguzzini della Nkvd agli sgherri della Gestapo che la rinchiusero nel lager di Ravensbrück, dove la Buber-Neumann divenne la migliore amica della Milena amata da Kafka. Dalla Buber-Neumann a David Rousset, l’ inventore dell’ espressione «universo concentrazionario» da lui sperimentato nel campo nazi di Buchenwald, e che per aver incluso quelli sovietici come ulteriore esempio dei meccanismi bestiali di quell’ «universo» venne dileggiato e diffamato dagli intellettuali parigini i quali, sull’ onda di Sartre, conoscevano come unico atteggiamento l’ indulgenza verso le nefandezze dei Gulag.

Era la stessa idea della comparazione tra i «gemelli totalitari» a risultare indigesta. Lo studio di Hannah Arendt sul totalitarismo veniva squalificato come un’ arma di propaganda usata dagli Stati Uniti nella guerra fredda, colpevole di mettere in crisi uno dei pilastri dell’ ideologia antifascista. Ma anche dopo il ‘ 56 l’ uso smodato del termine «stalinismo» al posto del «comunismo» regalò l’ argomento più accomodante e auto-assolutorio per marcare la differenza tra i due totalitarismi. Si autorizzava, con la denuncia dello «stalinismo», l’ accentuazione di una irriducibile distanza tra due sistemi di cui uno, il nazismo, sarebbe stato la coerente manifestazione di un Male incondizionato, il compimento di un progetto già dall’ origine malvagio e invece l’ altro, il comunismo di marca staliniana, come il pervertimento criminale di un’ idea in sé buona. Una frittata che purtroppo aveva provocato l’ annichilimento di molte uova innocenti. «Una bella idea che ha preso una brutta piega», come ha scritto con sarcasmo Alain de Benoist.

Una buona e generosa intenzione che, anziché il paradiso promesso, ha realizzato storicamente, ma incidentalmente, l’ inferno per milioni e milioni di uomini (e una quantità mostruosamente elevata di milioni di morti ammazzati). Lo stalinismo sarebbe stato l’ apice criminale di questo rovesciamento, che consente però di lasciare intatta la purezza delle origini e proclamare così la propria immacolata innocenza ideologica.

Una pretesa storicamente assurda, come ha dimostrato la grande studiosa del Gulag Anne Applebaum, raccontando la costruzione dei campi di detenzione e di annientamento già attivi con Lenin e nelle ondate del cruento «terrore rosso» scatenato con l’ ausilio dell’ onnipotente Ceka. Una pretesa, però, contestata in un’ avvincente guerra culturale che, a partire dagli anni Ottanta, ha visto contrapposti il fronte di chi sottolineava le analogie tra i due sistemi e di chi, temendo di ridimensionare la specificità criminale della Shoah, ha sempre rifiutato ogni approccio comparativista. Banale il confronto tra i due grandi massacri?

È stato Victor Zaslavsky, studiando le dinamiche dell’ eccidio sovietico di ufficiali polacchi a Katyn, a dimostrare come quella strage fosse un esempio di «sterminio di classe» analogo, nei suoi meccanismi di annientamento di massa di intere categorie umane e non di singoli individui, allo «sterminio di razza» di marca nazista. E sono stati gli studi di Vittorio Strada, di Alain Besançon, di Tzvetan Todorov e di Richard Pipes a riesumare i documenti di quell’ ideologia dello «sterminio di classe» che risalgono agli albori dell’ Ottobre rivoluzionario, quando Lenin chiedeva allo spietato «terrore rosso» di colpire le vittime per ciò che erano e non per ciò che facevano, di snidarle, arrestarle e sopprimerle: «Non stiamo lottando contro persone singole. Stiamo sterminando la borghesia come classe. Durante l’ inchiesta non bisogna cercare la prova che l’ accusato abbia agito con azioni e parole contro il potere sovietico. A quale classe appartiene? Qual è la sua origine sociale? Qual è la sua istruzione e professione? È la risposta a queste domande che deve decidere il destino dell’ accusato. In questo risiedono il significato e l’ essenza del terrore rosso».

Sono espressioni sconvolgenti, che smentiscono l’ argomento consolatorio dello stalinismo come degenerazione criminale di un’ ideologia in sé portata al Bene e alla Giustizia e che hanno trovato puntuale applicazione anche nella Rivoluzione culturale maoista e nelle stragi di Pol Pot in Cambogia. La comparazione tra i crimini del nazismo e del comunismo non ha quindi nulla a che fare con le comparazioni «cattive», che tendono a minimizzare e a ridimensionare la portata della Shoah.

Lo stesso Primo Levi, come ha raccontato Francesco M. Cataluccio, dopo aver fieramente avversato, leggendo Salamov, ogni accostamento tra i campi di sterminio nazisti e il Gulag, «alla fine della sua vita era arrivato a vedere le somiglianze tra il sistema sovietico e il nazismo. Inoltre, di fronte ai massacri della Cambogia (“dove per puro fanatismo ideologico un popolo ha distrutto la metà di se stesso, nel silenzio del mondo”) era arrivato anche a mettere in discussione l’ unicità e l’ irripetibilità dell’ Olocausto».

Sono temi dolorosi e dilanianti, che non hanno nulla da spartire con il neo-comparativismo banale dei Grass e dei Bauman. Ha raccontato Martin Amis, autore con Koba il terribile (pubblicato in Italia da Einaudi) di uno dei libri più lucidi per la comprensione della mentalità comunista e dei meccanismi autocensori che hanno per decenni impedito alla cultura di sinistra di scrutare apertamente il totalitarismo comunista: «Nel 1997 a Robert Conquest venne chiesto se considerasse l’ Olocausto “peggio” dei crimini stalinisti: “Ho risposto di sì, ma quando l’ intervistatore mi ha chiesto perché, ho saputo soltanto rispondere che avevo questa sensazione”».

E commenta Amis: «Quando leggiamo dell’ assedio a Leningrado, quando leggiamo di Stalingrado, di Kursk, il corpo ci dice da che parte stare. Lo sentiamo. Ma se cerchiamo di spiegare il perché, ci inoltriamo in un territorio saturo di atroci dubbi». Questi «atroci dubbi» di Amis, quell’ incapacità di spiegare confessata da Conquest, il più documentato studioso del Grande Terrore comunista, sono la prova della grandezza, della serietà, della problematicità non dogmatica, dell’ approccio comparativo tra nazismo e comunismo. Una lezione di rigore, morale e intellettuale, per i comparativisti faciloni dell’ ultima ora.

Comparazioni Il parallelismo delle tirannie

Numerosi testi mettono a confronto Stalin e Hitler, i regimi dell’ Urss e del Terzo Reich. La prima analisi esaustiva si trova nel libro di Hannah Arendt «Le origini del totalitarismo» (Einaudi), ma già molti elementi interessanti erano contenuti nel saggio di Élie Halévy «L’ era delle tirannie» (Ideazione) e in quello di Ludwig von Mises «Lo Stato onnipotente» (Rusconi). C’ è poi la sconvolgente testimonianza di Margarete Buber-Neumann «Prigioniera di Stalin e Hitler» (il Mulino).

Il rifiuto della cultura di sinistra rispetto alla comparazione tra nazismo e comunismo è analizzato da Pierluigi Battista nel libro «La fine dell’ innocenza. Utopia, totalitarismo, comunismo» (Marsilio). Allo storico britannico Alan Bullock si deve invece il libro «Hitler e Stalin. Vite parallele» (Garzanti), mentre quello tedesco Ernst Nolte ha collegato le origini dei due movimenti nell’ opera «La guerra civile europea 1917-1945» (Bur).

Da segnalare anche: Gustaw Herling, «Un mondo a parte» (Feltrinelli); Robert Conquest, «Il Grande Terrore» (Bur); Martin Amis, «Koba il terribile» (Einaudi); Alain de Benoist, «Nazismo e comunismo» (Controcorrente); Victor Zaslavsky, «Pulizia di classe» (Il Mulino).

4 settembre 2011 – Corriere della Sera