Il fisico battuto dagli studenti di Talmud | Kolòt-Voci

Il fisico battuto dagli studenti di Talmud

Gianfranco Di Segni

Il titolo della Giornata della cultura ebraica di quest’anno è Ebraismo 2.0: dal Talmud a Internet. Spesso il Talmud è messo in relazione con le discipline scientifiche e l’informatica. Il ragionamento astratto tipico della logica talmudica è considerato simile a quello necessario per apprendere e capire la matematica e la fisica.

Secondo alcuni, questo sarebbe il motivo della percentuale relativamente alta di studiosi ebrei in questi campi del sapere. Fra gli ebrei, grazie allo studio del Talmud, si sarebbe sviluppata (selezionata) una attitudine al ragionamento logico. In realtà, non credo che questa spiegazione di tipo genetico abbia molti fondamenti. Ci sono altre motivazioni, per esempio di tipo sociologico, forse più convincenti. Un tipo di queste risposte non-biologiche lo troviamo nel seguente gustoso passaggio tratto da un altrettanto gustoso libro di Richard Feynman, il più geniale e famoso fisico della seconda metà del Novecento (per intenderci, l’era post-Einstein), premio Nobel nel 1965. La biografia scientifica scritta su di lui da J. Gleick si intitola appunto Genius. Feynman, nato nel 1918 alla periferia di New York da genitori ebrei immigrati dalla Russia e dalla Polonia, divenne famoso anche presso il vasto pubblico nel 1986, due anni prima di morire, quando dimostrò in diretta televisiva la probabile causa del disastro dello shuttle spaziale Challenger, ossia una semplice guarnizione di gomma (o-ring) difettosa.

Feynman, nel libro Sta scherzando, Mr. Feynman! Vita e avventure di uno scienziato curioso, Zanichelli 2008, riferisce di aver partecipato negli anni Cinquanta a New York a un convegno sull’Etica dell’uguaglianza, i cui relatori erano un esperto di diritto internazionale, uno storico, un gesuita, un rabbino, uno scienziato (Feynman) e altri. Verso la fine del racconto, alle pagine 285-288, così scrive:

“Durante quel convegno alloggiavo alla scuola ebraica di teologia, dove studiavano dei giovani rabbini, credo fossero ortodossi. Siccome venivo da una famiglia ebrea, alcune delle cose che mi dicevano sul Talmud mi erano note, ma non avevo mai visto un Talmud dal vivo. È un oggetto affascinante. È stampato su grandi pagine: in un riquadro, nell’angolo della pagina, c’è il Talmud originario e tutto intorno corre un margine a forma di L, con i commenti scritti da vari studiosi. Il Talmud si è evoluto, è stato discusso e ridiscusso svariate volte, con una meticolosità rara, con un modo di ragionare da teologi medievali. I commenti della copia che vidi, mi sembra, si fermavano al Tre-Quattrocento, tutt’al più al Cinquecento: non ce n’erano di moderni. Il Talmud è un generoso zibaldone, dove si alternano argomenti banali e dotti – sull’insegnamento e sul come insegnare, per esempio. Gli studenti mi spiegarono che il Talmud non era mai stato tradotto in inglese, e mi parve un peccato.

Un giorno vennero da me due o tre giovani rabbini: «Ci rendiamo conto che non possiamo studiar da rabbini nel mondo contemporaneo senza sapere qualcosa di scienza, quindi vorremmo farle alcune domande».

C’erano migliaia di posti dove imparare un po’ di scienza, e la Columbia University era vicinissima, ma ero curioso di sentire quali domande si ponessero.

«Per esempio, l’elettricità è fuoco?» chiesero. «No, ma… perché?»

«Secondo il Talmud», risposero, «non si deve accendere il fuoco al sabato, e volevamo sapere se di sabato possiamo usare elettrodomestici.»

Sbalorditivo. Non gli interessava affatto la scienza! L’unico effetto della scienza sulle loro vite sarebbe stato permettere una migliore interpretazione del Talmud! Non erano interessati al mondo esterno, ai fenomeni naturali: volevano soltanto risolvere alcune questioni di dottrina.

Un sabato, trovai un estraneo davanti alla porta dell’ascensore. L’ascensore arrivò e l’uomo salì con me. «Che piano?» chiesi, col dito pronto a schiacciare un pulsante.

«No, no!» mi fermò. «Sono io quello che deve schiacciare il pulsante!»

«Cosa?»

«Sì! Gli studenti non possono toccarli al sabato, quindi lo faccio io. Vede, non sono ebreo, quindi non mi è vietato. Sto vicino all’ascensore, loro mi dicono il piano, e io schiaccio il pulsante al posto loro.»

Questo episodio mi turbò parecchio, e decisi di incastrare gli studenti del seminario a colpi di logica. Ero cresciuto in una famiglia ebrea, ero un esperto nel cercare il pelo nell’uovo e mi pregustavo la scena.

Il programma era di chiedere per prima cosa: «La filosofia di vita ebraica può venire condivisa da qualsiasi essere umano? Perché se così non fosse, non potrebbe mai avere un valore per tutta l’umanità, no?». Loro avrebbero risposto: «Sì, certo, la filosofia di vita ebraica è valida per ogni uomo».

Li avrei spinti più in là, allora: «È morale per un uomo assumere un altro uomo per commettere in sua vece un atto immorale? Ingaggereste una persona per rubare al posto vostro, per esempio?». Volevo andare a parare là, al caso dell’ascensore, ovviamente.

Sapete com’è andata? Studiavano per diventare rabbini, ed erano dieci volte più bravi di me a cavillare. Non appena credevo di averli messi con le spalle al muro, sgusciavano via come anguille e poi tornavano alla carica. E io credevo di aver delle idee nuove! Macché! Venivano discusse nel Talmud da millenni. Mi hanno battuto come un bambino.

[…]

Accadde qualcos’altro che vale la pena di menzionare. Quegli studenti e io parlammo a lungo del fatto che in alcune discipline universitarie, per esempio in fisica teorica, c’era una proporzione di ragazzi ebrei maggiore rispetto alla popolazione generale. Secondo loro era perché, grazie alla propria storia, gli ebrei rispettano il sapere: rispettano i rabbini che sono in realtà degli insegnanti, e rispettano l’istruzione. Nelle famiglie ebree si trasmette la tradizione per cui essere un bravo studente equivale a essere un bravo calciatore; anzi, è molto meglio.

Quel pomeriggio stesso, constatai la fondatezza della loro argomentazione. Invitato a casa di uno di loro, fui presentato alla madre, appena rientrata da Washington. La signora batté le mani estasiata: «Che giorno felice! Stamattina ho conosciuto un generale, e ora incontro un professore!».

A poche persone un professore sembra altrettanto importante di un generale, credo. Probabilmente quegli studenti avevano ragione.”

Che il motivo sia questo o quello, rimane il fatto che sono numerosi gli ebrei che hanno studiato fisica e matematica a livello universitario. Almeno così è stato nel Novecento. Non ho dati sulla situazione odierna nel mondo ebraico e neanche riguardo all’Italia ebraica. Ho però un dato relativo a un sottoinsieme piuttosto limitato e statisticamente poco significativo, ma indicativo dal punto di vista culturale. Fra la cinquantina di rabbini e maskilim laureatisi in Italia tuttora in attività, anche se con diverse funzioni, almeno quattro si sono laureati in fisica e altrettanti in ingegneria, che risultano quindi le materie più gettonate fra quelle di tipo scientifico. Se ciò vuol dire qualcosa, non lo so. Ma è intrigante. Un’ultima osservazione: Feynman sarebbe contento di sapere che oggi una traduzione integrale e commentata del Talmud è finalmente disponibile in inglese.

rav Gianfranco Di Segni, Collegio Rabbinico Italiano e CNR

http://www.moked.it/unione_informa/110902/110902.html