Che vuol dire essere figli per Dio | Kolòt-Voci

Che vuol dire essere figli per Dio

Alfredo Mordechai Rabello

L’inizio del versetto di Devarim 14:1, suona: “Voi siete dei figli per Hashem vostro D-o” e la Mishnà di Avot vede in questo nome “figli” e nell’aver rivelato che Israel sono figli, un segno dell’amore divino. La lunga storia di Israele non rende facilmente comprensibile questo amore, almeno secondo i parametri in uso presso di noi mortali, ed il problema viene affrontato direttamente nel libro del Profeta Malachì (I, 2-3, nella traduzione di G. Laras): “Io vi ho sempre amati, dice il Signore. E voi dite: Come ci hai mostrato il tuo amore? Esaù è il fratello di Giacobbe, dice il Signore, ed Io ho preferito Giacobbe“.

Secondo il Malbim il significato dell’esclamazione di Israele sarebbe questo: “In che cosa è evidente che Tu ci hai amato per noi stessi? Forse è unicamente l’amore dei Patriarchi che Tu riporti su di noi?” La risposta divina viene a sottolineare che, nonostante che Giacobbe ed Esaù avessero gli stessi Padri, è stato preferito Giacobbe: non è quindi solo l’elezione dei padri che spiegherebbe quella dei figli…

Manitou (Ki Mizion) sente il bisogno di richiamare qui l’insegnamento del poeta ebreo francese Edmondo Fleg nella sua “Visione d’Isacco” (da noi tradotta in italiano da Dante Lattes) e quello del Prof. Shushani, che ho sentito qui da varie fonti vicine a Levinas (e che riportiamo a nome dell’autore): Negli anni seguenti la Shoah, Shushani si-ci domandava: “In che cosa Tu ci hai amato? Con Hitler e la Shoah, con Torquemada e l’Inquisizione” (aggiunge Manitou: con la barbarie del terrorismo arabo…), mettendo in luce come l’inquisizione ha sanzionato la fede nella simbiosi giudeo-spagnola e la Shoah quella della fede nella simbiosi giudeo-tedesca, volendo con questo dire come le tragedie della nostra storia sembrino voler sanzionare le infedeltà alla particolarità (segullà) dell’Alleanza propria ad Israele.

Non è una situazione semplice, come non è un amore semplice… e chi sono questi figli?

Sono tutti, senza esclusione alcuna; e chi deve ritornare, se non noi che ci siamo allontanati, che ci siamo ribellati? Le parole del Profeta Irmihau (3:14) sono ben chiare: shuvu banim shovavim e la interpretazione di Rabbì Jeoshua: tornate, o figli, nonostante siate ribelli… è stata accolta come Halachà.

Come facilitare l’espiazione delle nostre colpe?

“Una volta Rabban Jochanan ben Zaccai usciva da Jerushalaim e Rabbì Jeoshua gli andava dietro e vide il Santuario distrutto; esclamò Rabbì Jeoshua: Ohi, poveri noi che è distrutto il luogo ove venivano espiate le colpe di Israel. Gli disse (il Maestro Rabban Jochanan ben Zaccai): “figlio mio, che non ti venga male! Abbiamo una espiazione dello stesso valore. Quale? Il compiere opere buone (ghemilut chasadim), come è detto (Hoshea 6,6): “Perchè ho desiderato chesed e non un sacrificio” (Avot deRabbì Natan 4,5)

Non attendiamo le tefillot del giorno di Kippur per fare Zedakà, sappiamo approfittare della preparazione del mese di Elul, quando Moshé Rabbenu chiedeva perdono per noi sul Monte Sinai, per fare Zedakà, opere doverose di bene che ci aiutino nell’espiazione delle nostre colpe e ci facilitino il ritorno ad Avinu Shebashammaim, il nostro unico Padre che è nei cieli.

Jerushalaim