Il digiuno della frattura | Kolòt-Voci

Il digiuno della frattura

Domani, dall’alba a sera, gli ebrei digiunano per il 17 di Tamuz che apre il periodo di lutto che si conclude con il digiuno del 9 di Av.

Riccardo Di Segni

Tamuz è un mese ebraico estivo. Il nome non è originariamente ebraico, deriva dalla lingua babilonese, che con lo stesso nome indicava un suo dio. Era il dio che con la sua morte e resurrezione in qualche modo rappresentava la ciclicità della natura. Le donne ne piangevano ritualmente la morte nel mese a lui dedicato, forse il giorno 18, e questo uso pagano si era radicato anche tra gli ebrei, alla vigilia della distruzione del primo Tempio, scatenando la riprovazione del profeta Ezechiele (8:14).

Il pianto rituale idolatra non è rimasto senza tracce ma purtroppo ha ceduto il posto ad una giornata di digiuno, il 17 di Tamuz, celebrata per ben altri motivi. Il 17 di Tamuz apre, con il suo digiuno dall’alba alla sera, il ciclo di tre settimane di progressiva austerità in ricordo della distruzione dei due Tempi, che culmina con il digiuno del 9 di Av. Si tratta quindi di una commemorazione storica legata a precisi avvenimenti.

Nella tradizione ebraica è diffusa l’idea che determinate date del calendario attirino avvenimenti o positivi o negativi. Il 17 di Tamuz è uno dei giorni negativi. I fatti che vi si ricordano sono cinque, secondo la fonte principale della Mishnà di Ta’anit (nella Ghemara 26a-b e 28), proprio come cinque sono i disastri ricordati nel 9 di Av. I fatti del 17 di Tamuz sono:

  1. la rottura della tavole della legge fatta da Mosè al ritorno dal monte Sinai, davanti allo spettacolo del vitello d’oro;
  2. l’interruzione della presentazione el sacrificio quotidiano nel Tempio;
  3. la breccia nelle mura di Gerusalemme assediata;
  4. il rogo del Sefer Torà fatto dal “malvagio Apostemos”;
  5. l’erezione di una statua nella parte più sacra del Tempio.

E’ uno strano elenco, che richiede molte spiegazioni e pone interrogativi in parte insolubili. La rottura delle tavole della legge è raccontata nel libro dell’Esodo al capitolo 32; non ne viene però indicata la data, questa si deduce calcolando che se la rivelazione sul Sinai (che festeggiamo a Shavuot) avvenne il 6 o 7 di Siwan e che subito dopo Mosè salì sul monte per rimanervi 40 giorni e 40 notti, alla fine del conto il giorno del ritorno nell’accampamento è il 17 di Tamuz.

Per quanto riguarda il terzo avvenimento, la breccia delle mura, questa si verificò in entrambi gli assedi fatali per Gerusalemme, quello dei Babilonesi e quello dei Romani, solo che nel libro di Geremia (52:6-7), che parla dell’assedio baibilonese, la data è il 9, non il 17 di Tamuz. Il Talmud Bavli spiega che fu privilegiato il giorno 17, data dell’assedio romano, perché più vicino a noi. Ma nel Talmud Yerushalmi si suppone che la data fosse stata il 17 anche la prima volta e che il 9 corrispondeva al calendario solare e non a quello lunare ebraico.

Gli altri due avvenimenti (sospensione dei sacrifici, statua) sono di epoca incerta, potrebbero riferirsi sia al primo che al secondo assedio; la statua, secondo una tradizione, l’avrebbe collocata il re Menashè. Quanto ad Apostemos non sappiamo chi sia, il nome potrebbe corrispondere a Postumio o Postumo e si suppone che sia stato un generale o grosso dignitario che avrebbe fatto uno sfregio pubblico della Torà, forse nell’epoca della dominazione ellenistica. Se però si fa digiuno in questa data il motivo essenziale è quello della breccia nelle mura, che portò alla caduta definitiva della città. L’accostamento di altri fatti ricavati con deduzioni o trasmessi dalla tradizione non è però casuale e dà un senso completo alla celebrazione. Sopratttutto acquista senso la riflessione sul vitello d’oro e la rottura delle tavole. Il brano che racconta l’episodio si legge in tutti i digiuni, iniziando da Esodo 32:11, ma saltando il pezzo centrale, e passando a quello finale nel quale c’è la rinconciliazione tra il Signore e il suo popolo; ma proprio il 17 di Tamuz una tradizione richiede che si legga l’intero brano perché precisamente attinente (così dicono i testi italiani come lo Shibbolè haLeqet, il Tanya Rabbati e il Machazor di Shadal).

Se si mettono insieme tutti e cinque gli episodi riferiti dalla Mishnà e se ne cerca un denominatore comune, probabilmente la frase “chiave” che risolve il problema è quella del verso 32:25: “Mosè vide che il popolo era esposto e scoperto (parù’a) perché Aharon lo aveva esposto al ludibrio davanti ai suoi avversari”. La storia del vitello d’oro e la frattura conseguente, simboleggiata dalla rottura delle tavole, rappresenta un momento di crisi fatale nella quale il popolo, senza protezione, è scoperto ed esposto vergognosamente davanti ai nemici che lo attaccano e lo scherniscono.

Il tema dell’esposizione e della vergogna dovuto alla perdita dei riferimenti e delle protezioni sembra essere il motivo comune dei fatti del 17 di Tamuz: Israele resta senza tavole della legge, senza il sacrificio quotidiano, cuore del culto nel tempio, senza il Sefer Torà, senza le mura materiali; al loro posto un idolo che non può essere di aiuto e al contrario è motivo di vergogna e di colpa. Cadute le barriere materiali e spirituali inevitabilmente a breve distanza avviene la catastrofe della distruzione del Tempio.

La tradizione vorrebbe limitare i momenti tristi e austeri e la questione della validità perenne dei digiuni come quello del 17 di Tamuz, istituiti per ricordare eventi infausti della storia, si è posta da tempi remoti; i reduci a Gerusalemme dall’esilio babilonese si chiedevano che bisogno c’era di piangere ancora la distruzione se la città e il Tempio erano stati ricostruiti? Era la domanda che fu posta al profeta Zekharia (8:19) che rispose che in futuro tutti questi digiuni sarebbero diventati giorni di gioia e di festa. In pratica al momento attuale il 17 di Tamuz e gli altri giorni tristi servono come esercizi di meditazione sugli errori della nostra storia, nella speranza che si riesca prima o poi a ripararli.