L’Olocausto? Ha le sue radici nell’Ottocento | Kolòt-Voci

L’Olocausto? Ha le sue radici nell’Ottocento

Anna Foa

Un’indagine sulla cultura alta europea della seconda metà dell’Ottocento e sull’ideologia antisemita che esprime, questo il tema dell’ultimo volume di Francesco Germinario, importante studioso dell’antisemitismo e della cultura di destra. Argomenti per lo sterminio. L’antisemitismo e i suoi stereotipi nella cultura europea (1850-1920), Einaudi (386 pp. 32 euro) è un volume significativo fin dal titolo: sugli argomenti cioè che questa cultura alta, scrittori, scienziati, psichiatri, studiosi della politica, giornalisti, offrono alla “bassa macelleria”, come la definisce Germinario, che successivamente metterà in atto lo sterminio degli ebrei.

Diciamo subito che il volume di Germinario, quasi quattrocento pagine fitte di citazioni e di richiami, organizzato per temi più che contestualizzato nel tempo e nello spazio, esprime un’immagine al tempo stesso innovativa e “forte” dell’antisemitismo di quei decenni e del suo rapporto con il nazismo. L’antisemitismo della seconda metà dell’Ottocento vi appare come già molto vicino alle tesi che saranno espresse dai teorici del nazismo, da Hitler a Rosenberg, già organizzato intorno ad alcuni nuclei essenziali, tali da avviare nella direzione dello sterminio degli ebrei.

In primis, la radicale differenza degli ebrei, analizzata attraverso due aspetti particolarmente significativi, quello della femminilizzazione dell’ebreo, e quella della sua animalizzazione. Attraverso la prima immagine, quella ebraica appare come una “razza” effeminata, più vicina alle donne che agli uomini, debole, seduttiva, forte in definitiva della sua stessa debolezza. Un’immagine a cui concorrono sia il mito della bella ebrea, che dà vita a tante pagine della letteratura di quegli anni, sia quello dell’ebreo che associa femminilità e mascolinità, seduzione e avviamento alla prostituzione, prosseneta come la donna ebrea è per natura prostituta.

La seconda immagine è se possibile più inquietante ancora di questa prima, ed è quella della non appartenenza dell’ebreo al genere umano: parassita, topo, o un altro animale altrettanto ripugnante, l’ebreo si fa tramite di una trasformazione dell’universo umano in animale. La lotta che più tardi i nazisti porteranno contro di lui è lotta, appunto, per la sopravvivenza dell’umanità contro tale processo di deumanizzazione.

Come più volte l’autore sottolinea nel testo, l’antisemitismo della seconda metà dell’Ottocento è volto essenzialmente a colpire, attraverso l’ebreo, la società moderna, la società borghese dei traffici, della produzione, del commercio e del denaro. Quella che prende forma politica nel liberalismo e che, nell’ottica degli antisemiti, ha avuto il risultato di abbattere i confini stabiliti dalla natura fra i ceti e i generi, introducendo un’uguaglianza funesta che è in realtà confusione dei ruoli e rovesciamento dell’ordine naturale. È una società profondamente ebraizzata, in cui gli ebrei sono molto più di quelli che tali si dichiarano.

E non solo perché con l’emancipazione l’ebreo ha abbandonato i suoi stili di vita particolari ed ha assunto una maschera che lo nasconde, ma soprattutto perché, come un bacillo, l’ebreo ha ebraizzato il mondo intorno a lui, spiritualmente oltre che materialmente. L’ebreo non può, nell’ottica di questi teorici, né convertirsi né assimilarsi, può solo, entrando nel mondo, assimilare il mondo ai suoi valori, renderlo ebreo. Di qui il valore radicalmente eversivo dell’antisemitismo di questi decenni, volto a distruggere una società già ebraizzata in profondità, non a difenderla dalle “razze inferiori”.

E questa è per Germinario la radicale, incolmabile, differenza fra il razzismo e l’antisemitismo, che pure hanno radici comuni e condividono argomentazioni e cultura: il razzismo vuole difendere il mondo borghese da razze non ancora assurte alla civiltà, e sostanzialmente mantenere in vita la società esistente. L’antisemitismo parte dall’idea che il nemico è all’interno, è già vittorioso, ha conquistato la cittadella. Che solo abbattendo questa società, che ha aperto con i suoi valori borghesi e liberali le braccia all’ebreo che se ne è così impadronito, si potrà costruire un mondo in cui natura e cultura riprendano il loro posto. Conservazione da una parte, quindi, rivoluzione ed eversione dall’altra.

Nell’analisi di Germinario, il conflitto tra i valori portati dagli ebrei e quelli esistenti è incolmabile. Gli ebrei hanno introdotto la storia nel mondo retto dalle leggi naturali, una storia che riguarda però solo gli altri, perché l’ebraismo ne resta fuori, eterno, immutabile sia nella “razza” che nello spirito, destinato a sopravvivere e quasi impossibile da vincere, come inattaccabile risulta, in questo immaginario, alle persecuzioni e fin alle stesse malattie. Non è forse l’ebraismo sopravvissuto nei secoli, vedendo crollare intorno a sé gli imperi e le culture? Nulla può trasformare un ebreo in un non ebreo, né la conversione, né i matrimoni misti, né l’assimilazione. Nel contatto, sono gli altri ad essere assimilati, ebraizzati. Questa resistenza fa dell’ebreo non l’anello debole della catena della sopravvivenza, ma il più forte. Questo spiega, secondo l’autore, le difficoltà che ha l’antisemitismo a far davvero proprie le idee del darwinismo sociale, che invece così bene si adattano al razzismo di tipo coloniale. In quest’ottica, il conflitto tra l’antisemita e l’ebreo è, ancor prima di Hitler, un conflitto epico per la sopravvivenza stessa dell’umanità, una lotta che non ha uguale nella storia. E la Shoah trova, in tale prospettiva, la sua spiegazione.

Un libro, come gli altri scritti di Germinario, fortemente a tesi, dunque, in cui il puzzle alla fine si ricompone e tutto torna al suo posto. Un po’ troppo, forse? Molti sono infatti gli spazi inesplorati di questo studio, ad esempio il rapporto tra antigiudaismo e antisemitismo razziale. Le fonti sono, come sempre in un lavoro di questo genere, selettive. Primeggiano Drumont con i suoi seguaci, ma molto spazio hanno anche Léon Daudet, Barrès, il medico greco Kimon. Ridimensionati, come scarsamente originali, Weininger e lo stesso Céline. Ma. anche in questo quadro di riferimento, il panorama è forse più sfumato di quanto non emerga dai testi citati. Nonostante questi limiti, il lavoro resta innovativo, importante, ricco di spunti di riflessione.

http://www.avvenire.it/Cultura/LOlocausto+Ha+le+sue+radici+nellOttocento_201106090824057070000.htm