La rivolta di Torino | Kolòt-Voci

La rivolta di Torino

Il risultato delle elezioni comunitarie di ieri porta alla vittoria l’opposizione con la nuova lista Anavim che conquista 8 seggi su 13. Sconfitta la lista che aveva revocato Rav Somekh dalla carica di Rabbino capo e nominato al suo posto un rabbino israeliano.

David Sorani

La vittoria netta e indiscutibile della lista Anavim – che non è solo uno schieramento elettorale ma anche una nuova associazione culturale della Comunità Ebraica di Torino – dimostra senza possibili equivoci che la maggioranza della Kehillà torinese non si identifica nelle scelte esasperate e unilaterali compiute dalla precedente maggioranza, a partire dal provvedimento di revoca a Rav Somekh. Dimostra che non era solo una sparuta minoranza a manifestare perplessità e riserve di fronte a una politica comunitaria fatta di eclatanti ma in fondo effimere iniziative. Soprattutto nel contesto di una difficile situazione economica come quella attuale, che richiede invece realismo e rigore senza nulla togliere alla sostanza dell’azione formativa e aggregante.

Adesso ci attende un lavoro difficile e paziente, nel quale metteremo tutti il massimo impegno per realizzare gli obiettivi del nostro programma. E il primo obiettivo è ritrovare l’unità perduta della nostra Comunità, che da troppo tempo è spaccata in due. Come andiamo dicendo da tempo, non è nostra intenzione fare la controriforma né la restaurazione. Riteniamo che quanto c’è di autenticamente costruttivo nelle tante iniziative intraprese di recente vada salvaguardato e rafforzato; mentre altri aspetti non sostanziali dovranno essere rimessi in discussione. Crediamo che la Comunità debba tornare a costruire una propria autonoma politica culturale, basata su un programma vario e vasto capace di essere punto di incontro di interessi differenti e non semplice accumulazione scoordinata di “eventi”. Desideriamo che i giovani, attualmente inquadrati dall’alto in iniziative di cui sono talvolta fruitori passivi, ritrovino pienamente i loro autonomi spazi associativi: essi sono il presente e il futuro della Comunità. Vogliamo restituire un carattere assolutamente trasparente all’amministrazione comunitaria e porre le regole della democrazia al centro di ogni scelta consiliare.

Anavim significa grappolo. La diversità degli acini che formano questo grappolo è anche – credo – la nostra ricchezza. La diversità e la varietà devono continuare a essere la ricchezza della Comunità Ebraica di Torino. Ma devono anche tradursi in legami capaci di riunirci davvero tutti, noi ebrei torinesi, in una collaborazione dialettica e costruttiva.


Ora dobbiamo ricucire

Emanuel Segre Amar

Quanto è successo nella Comunità di Torino non è, in realtà, una nostra “primavera”, da associare con le altre che fioriscono in Medio Oriente, ed i numeri ne sono la palese dimostrazione.

Chi guardasse con leggerezza i risultati delle elezioni di quattro anni fa sarebbe portato a credere che una determinata parte avesse preso in mano le redini della gestione comunitaria grazie ad una maggioranza schiacciante. Infatti, quando gli elettori potevano indicare 9 nomi nella propria scheda, la maggioranza uscente ottenne 9 seggi, lasciandone solo 4 alla minoranza. En plein.

Ma chi analizzò i voti espressi vide che la maggioranza aveva ottenuto 1869 preferenze, la minoranza 1845; poco più dell’1% di differenza. L’unica ragione dell’en plein degli uni e della débâcle degli altri fu dovuta al fatto che la minoranza suddivise le preferenze ottenute tra 11 nomi, e non tra 9 come preferito giustamente dal gruppo vincente.

Ieri le elezioni hanno dimostrato un leggero cambiamento di tendenza, con una maggioranza di preferenze espresse per Anavim pari a circa il 3%, e tuttavia, ancora una volta, si è assistito alla vittoria piena di una lista e alla sconfitta totale dell’altra. Un’altra osservazione che deve essere fatta dalla lettura delle schede è che la lista vincente ha ottenuto circa 176 schede “bulgare”, che presentavano cioè tutti i candidati, mentre la lista di Comunitattiva ne ha ottenute circa 160; la differenza è di solo 16, ma, dato molto significativo, queste cifre dimostrano che su 527 votanti, il 63% è schierato in maniera netta su una posizione o sull’altra; non è quindi vero che si sia instaurato un clima di nuova armonia, come sbandierato da alcuni alla vigilia delle elezioni.

Queste sono dunque le cifre sulle quali dovremo riflettere tutti noi eletti per riportare nella nostra Comunità quell’atmosfera che, sola, potrà permetterci di affrontare al meglio le grandissime difficoltà che ci aspettano.